Educazione allo sviluppo

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“Abbiamo bisogno di concepire l’insostenibile complessità del mondo, nel senso che dobbiamo considerare allo stesso tempo l’unità e la diversità del processo planetario, le sue complementarietà e, insieme, i suoi antagonismi. Il pianeta non è un sistema globale, ma un vortice in movimento”. (Edgar Morin, I sette saperi necessari all’educazione del futuro)

 

L’evoluzione dell’EaS in relazione al mutare del concetto di “sviluppo”

Educazione allo sviluppo è un’espressione con la quale vengono definite specifiche attività condotte da associazioni, sindacati, Ong, italiane o internazionali, rivolte a destinatari che vivono e si formano nei paesi del Nord del mondo, aventi per oggetto tematiche ritenute di immediata importanza per uno sviluppo “equo”, “sostenibile”, “umano”. Detto studio dovrebbe facilitare una maggior comprensione dei rapporti tra nord e sud del mondo.

Attribuire un significato univoco e chiaro all’espressione “educazione allo sviluppo” risulta difficile in quanto sia il termine “educazione” che quello di “sviluppo” si prestano e si sono prestati nel tempo a differenti e dibattute interpretazioni. La prima con specifico riferimento alle finalità e alle metodologie di volta in volta chiamate in causa dall’attività dell’educare; la seconda per i riferimenti economici, politici e culturali utilizzati per indicare in che cosa si concretizzi lo sviluppo, con quali mezzi lo si persegua ed eventualmente lo si raggiunga. A seconda del significato che si dà a “sviluppo”, cambia la valenza che si attribuisce all’educazione allo sviluppo.

Il termine “sviluppo” è ambiguo e mutevole di significato: idealmente viene associato al concetto positivo di progresso, di miglioramento delle condizioni a partire da uno stato x, ma nel tempo si ha avuto modo di vedere come questo processo di cambiamento sia stato associato soprattutto alla nozione di “crescita economica”, di origine strettamente occidentale. In questa accezione, lo sviluppo riguarda allora primariamente gli “altri”, i paesi dei sud del mondo, quelli che l’Europa, gli Stati Uniti del secondo dopoguerra (dal 1945 al 1960) guardano come nazioni rimaste “indietro”, ma che, seguendo la logica lineare del modello economico di cui l’occidente ha esperienza, potranno migliorare le proprie condizioni. Il presidente degli USA Harry S. Truman nel suo discorso d’investitura del 1949 lo disse in modo chiaro: “Lo sviluppo è lineare, esiste un’unica strada: l’Occidente. Forte della sua esperienza, assistenza e supporto tecnologico, deve indicare la rotta a tutti i Paesi in via di sviluppo ( PVS)”.

Secondo questa prospettiva, che permane sostanzialmente invariata nei fondamenti fino agli anni ‘70, dove c’è crescita economica c’è sviluppo e l’interesse dei paesi ricchi è ad avviare programmi di cooperazione di tipo assistenzialista, con forti finanziamenti ai paesi dei sud del mondo, avvallati da interessi strategici sia di carattere economico (la liberalizzazione e l’ampliamento dei mercati), che politico (le aree di influenza legate alla guerra fredda tra Stati Uniti ed ex Unione Sovietica).

Tra i paesi avanzati e i cosidetti paesi in via di sviluppo vengono tessute in quegli anni forti relazioni economiche gestite dai paesi singolarmente (cooperazione bilaterale) o attraverso patti (cooperazione multilaterale) e organismi internazionali (Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale, per esempio), ma non vere attività di educazione allo sviluppo. Le iniziative organizzate fino a questo momento hanno essenzialmente l’obiettivo di far riflettere l’opinione pubblica sulle relazioni tra Nord e Sud del mondo (in ciascun paese a seconda degli interessi e dei luoghi di maggior investimento) al fine di favorire un coinvolgimento delle popolazioni in azioni di aiuto improntate a logiche caritatevoli e paternalistiche.

E’ a partire dagli anni ’70, e in particolar modo a partire dalla Conferenza sull’Occupazione Mondiale del 1975 dell'International Labour Organisation e dalle affermazioni lanciate durante la Conferenza sull’ambiente di Stoccolma del 1972 (testo in pdf), che vengono introdotti alcuni cambiamenti nel concetto di sviluppo: si fanno largo la preoccupazione per la sostenibilità ambientale e quella per una maggior distribuzione del reddito, per una maggior equità nell’accesso ai benefici della crescita. Parallelamente anche nella cooperazione si assiste ad alcuni cambiamenti nella tipologia d’ intervento e nei paesi del nord del mondo comincia a emergere una maggior consapevolezza relativamente al tema della povertà e della distribuzione delle risorse.

Consapevolezza e conoscenza che diventano man mano più forti e più diffuse fino agli anni ’90 e 2000, durante i quali il concetto di sviluppo viene inteso in modo molto diverso, grazie alle riflessioni di economisti prima (A. Sen) e agli interventi delle agenzie internazionali, Undp tra queste. Lo sviluppo diventa “umano” e multidimensionale, non più legato cioè al solo reddito ma al “well being” (stare bene) teorizzato da A. Sen e alla possibilità che gli individui hanno di accedere alle risorse per poterle trasformare e, così facendo, partecipare ai processi di sviluppo che li riguardano, al fine di realizzare le proprie potenzialità e condurre una vita soddisfacente.

Proprio a partire dagli anni Settanta accanto alla cooperazione e alle nuove teorie economiche si affermano anche una nuova valenza e una nuova tipologia di educazione allo sviluppo. Inizialmente si tratta di attività incentrate ancora sulla conoscenza delle relazioni Nord-Sud del mondo ma con un’attenzione crescente all’interdipendenza che lega queste regioni solo apparentemente lontane. I materiali informativi prodotti, i convegni e le occasioni per presentare le realtà di questi paesi spesso fanno riferimento alle esperienze dirette e alle testimonianze degli operatori delle Ong e delle associazioni culturali o di ispirazione religiosa che lavorano nei singoli paesi, con l’intento di mostrare come i volontari e gli aiuti potessero essere uno strumento per risolvere i problemi.

Verso la fine degli anni ’80, invece, le attività di EaS sono sempre più finalizzate a informare e a sensibilizzare l’opinione pubblica per la promozione dei diritti umani, della pace, di una maggiore equità, orientando al contempo la distribuzione degli aiuti e contribuendo ad accrescere la consapevolezza nei cittadini occidentali dei meccanismi di cooperazione attuati dai singoli governi, in linea con specifici interessi economici. Gli interventi sono tuttavia portati avanti da singole realtà e in modo generalmente non coordinato: seminari, convegni, iniziative di singole organizzazioni. Il mondo della scuola e dell’educazione in generale sembra essere sensibile ai temi proposti, ma l’EAS non ha ancora un riconoscimento formale ed è estranea per esempio ai programmi scolastici di molti paesi, fra cui l’Italia.

 

Primi riconoscimenti formali dell’EaS: in Italia e in Europa

In Italia una prima legittimazione indiretta all’EaS e ai temi che tratta la si trova nelle premessa dei Nuovi Programmi della scuola media (1979); mentre è la legge 49 del 26 febbraio 1987 che porta al pieno riconoscimento legislativo. Nell’articolo 2, comma 3, lettera h si legge, infatti, tra le attività di cooperazione italiana anche la “promozione di programmi di educazione ai temi dello sviluppo anche in ambito scolastico, e di iniziative volte all’intensificazione degli scambi culturali tra l’Italia e i paesi in via di sviluppo, in particolare di quelli giovani”.

A livello europeo un riferimento esplicito all’EaS compare nella Risoluzione del Consiglio Europeo sull’Educazione allo Sviluppo e sensibilizzazione dell’opinione pubblica europea a favore della cooperazione allo sviluppo dell’8 novembre 2001, all’interno della quale viene detto: “che data l’interdipendenza globale della nostra società, l’educazione allo sviluppo contribuisce a rafforzare il sentimento di solidarietà internazionale nonché a creare un contesto favorevole all’instaurazione di una società interculturale in Europa, contribuisce anche a cambiare lo stile di vita a vantaggio di un modello di sviluppo sostenibile per tutti. Consente infine di aumentare il sostegno dei cittadini a sforzi supplementari del finanziamento pubblico della cooperazione allo sviluppo” (testo in pdf.).

 

Obiettivi e caratteristiche proprie dell’EaS: la ridefinizione delle Ong a partire dagli anni ‘90

A partire dagli anni ’90 l’EaS perde il ruolo strumentale di sensibilizzazione in vista dell’aiuto ai più poveri e assume caratteristiche proprie. Sono le stesse Ong e associazioni a interrogarsi sulle modalità, gli approcci, le metodologie e gli obiettivi da perseguire attraverso azioni specifiche di educazione che, evidenziando il concetto di complessità delle relazioni sociali, economiche e politiche tra nazioni, portino da un lato l’attenzione alla problematicità dello sviluppo e dall’altro favoriscano l’emergere del punto di vista dei Sud del mondo.

Accanto al loro impegno per i paesi dei Sud, le Ong riconoscono così l’importanza dell’EaS come attività che consente di superare le visioni stereotipate promosse e veicolate dai mezzi di informazione e in grado di fornire strumenti di analisi dei processi di globalizzazione in corso, che aiutino gli individui ad orientarsi nella complessità attuale.

Nel “Codice di condotta per immagini e messaggi che riguardano il Terzo Mondo”, assunto dall’Assemblea generale delle ONGs Europee a Bruxelles nel 1989, gli obiettivi a lungo termine dell’EaS vengono così riassunti:

  1. “promuovere una presa di coscienza personale e collettiva delle problematiche legate allo sviluppo (comprensione delle cause e delle soluzioni; dell’interdipendenza e della reciprocità);
  2. sviluppare la volontà di partecipazione di tutti al dibattito per sostenere una cooperazione reale a livello politico, culturale, economico;
  3. intensificare la solidarietà tra i popoli tramite una migliore conoscenza reciproca;
  4. rafforzare l’impegno delle Ong, dei singoli governi e dell’Unione Europea per quei cambiamenti strutturali favorevoli alla lotta all’esclusione sociale e a alla povertà.[1]

Obiettivi che perseguono quindi una conoscenza approfondita e critica dei temi inerenti lo sviluppo ma che allo stesso tempo mirano a promuovere la formazione di una cultura di cooperazione e una partecipazione attiva ai processi che possono favorire i cambiamenti. Obiettivi che vengono ripresi e mantenuti anche in definizioni successive date all’EaS dagli stessi attori che la promuovono e la realizzano.

Secondo il Forum EaS di Concord del 20 novembre 2004, rappresentativo di numerose Ong internazionali: “L’educazione allo sviluppo è un processo di apprendimento attivo, fondato sui valori della solidarietà, dell’uguaglianza, dell’inclusione e della cooperazione. Essa permette di superare lo stadio iniziale della presa di coscienza delle priorità internazionali in materia di sviluppo umano, poiché apre lo sguardo sulla comprensione delle cause e degli effetti delle questioni globali e richiama all’impegno personale e all’azione collettiva e concertata. L’EaS incoraggia la piena partecipazione di tutti i cittadini allo sradicamento della povertà nel mondo ed alla lotta contro l’esclusione. Essa mira a promuovere politiche nazionali e internazionali più eque e sostenibili a livello economico, sociale, ambientale ed in materia di diritti umani”.

Definizione questa ripresa quasi integralmente anche nel 2006 a seguito di un processo di consultazione (testo pdf) tra le piattaforme nazionali delle Ong che si occupano di EaS, in cui si ribadisce l’idea che EaS non si limiti ad attività di informazione ma abbia come obiettivo la promozione di una partecipazione attiva e informata dei cittadini intorno ai temi e alle contraddizioni dello sviluppo e della globalizzazione.

Se lo sviluppo viene inteso e declinato come qualcosa che riguarda le società e l’accesso da parte degli individui a quelle risorse e a quei processi che possono migliorare la qualità della vita, comprendendo in questa qualità anche la possibilità di partecipare ai processi democratici e decisionali, allora l’EaS diventa disciplina trasversale volta a favorire e a stimolare la partecipazione dei cittadini alla costruzione di nuovi interventi di cooperazione e più in generale alla lotta contro la povertà e per un mondo più giusto ed equo.

 

L’Eas e i nuovi contenuti: il bisogno di leggere e di vivere la complessità

E proprio perché l’educazione allo sviluppo non è “un’agenda educativa passiva” ma mira alla promozione della partecipazione dei cittadini, entrano a far parte dei contenuti della disciplina nuovi stimoli e nuovi contenuti introdotti dai cambiamenti sociali, culturali ed economici, primi fra i quali quelli dell’intercultura, della promozione dei diritti e della sostenibilità ambientale, diventati di forte attualità negli ultimi anni.

Le trasformazioni economiche, sociali, politiche ma anche ambientali impongono in questi anni alle Ong e alle associazioni nuovi oggetti di attenzione (le società multiculturali, i fenomeni della tratta nelle sue molte sfaccettature e molteplici interessi, ad es.), e nuovi interventi (di sensibilizzazione, di informazione ma anche di advocacy sulle istituzioni o di progettazione partecipata con più attori), così come richiedono di far fronte a nuovi bisogni educativi, legati anche alla diffusione di nuovi strumenti e linguaggi, quali ad esempio quelli delle nuove tecnologie.

 

Le competenze chiave per una cittadinanza europea e mondiale

Nel tener conto delle nuove esigenze educative e della complessità di nuovi contesti sociali in cui sempre maggiore è la presenza di cittadini originari di altri paesi e portatori di diverse culture, così come dei nuovi linguaggi o dell’interdipendenza tra dimensione locale e dimensione globale, l’EAS trova riferimenti anche in alcune normative relative ai programmi scolastici italiani o nelle raccomandazioni europee, tra cui importante risulta quella sulle competenze chiave per l’apprendimento permanente (testo in pdf) approvata dal Parlamento e dal Consiglio europeo nel dicembre del 2006, in riferimento anche a quanto emerso nella strategia europea di Lisbona (2000) in cui veniva posta l’attenzione sulla necessità di una conoscenza più dinamica del mondo.

Nel documento, si parla di competenze sociali e civiche (n.6). “Queste includono competenze personali, interpersonali e interculturali e riguardano tutte le forme di comportamento che consentono alle persone di partecipare in modo efficace e costruttivo alla vita sociale e lavorativa, in particolare alla vita in società sempre più diversificate, come anche a risolvere i conflitti ove ciò sia necessario. La competenza civica dota le persone degli strumenti per partecipare appieno alla vita civile grazie alla conoscenza dei concetti e delle strutture sociopolitici e all’impegno a una partecipazione attiva e democratica.”

Un riferimento alla necessità di imparare a conoscere la dimensione locale della propria cultura e della propria società per essere in grado di collocarla nel contesto globale compare anche nella competenza n. 8, che riguarda la consapevolezza e l’espressione culturale. “La conoscenza culturale presuppone una consapevolezza del retaggio culturale locale, nazionale ed europeo e della sua collocazione nel mondo. Essa riguarda una conoscenza di base delle principali opere culturali, comprese quelle della cultura popolare contemporanea. È essenziale cogliere la diversità culturale e linguistica in Europa e in altre parti del mondo, la necessità di preservarla e l’importanza dei fattori estetici nella vita quotidiana”.

Mentre il bisogno di acquisire da parte dei cittadini e quindi di educare ad un’attenzione all’uso critico e consapevole, ma anche espressivo e creativo delle tecnologie della società dell’informazione viene esplicitato nel paragrafo sulle competenze digitali. “L’uso delle TSI comporta un’attitudine critica e riflessiva nei confronti delle informazioni disponibili e un uso responsabile dei mezzi di comunicazione interattivi”. Ma anche: “Le persone dovrebbero anche essere capaci di usare le TSI a sostegno del pensiero critico, della creatività e dell’innovazione”.

Consapevoli dunque del contesto globale in cui l’EaS si colloca, le Ong e le associazioni stanno adeguando e ripensando i propri obiettivi e i propri contenuti, discutendo al loro interno anche dell’opportunità di rivedere la stessa espressione di “educazione allo sviluppo” per adeguarla ai nuovi bisogni.

Nell’indagine che DEEEP (Development Education Exchange in Europe Project) conduce ogni due anni sull’EaS emerge il tentativo da parte dei soggetti che si occupano di EaS di trovare le modalità per sensibilizzare e raggiungere soprattutto le nuove generazioni, considerate attori privilegiati del cambiamento, e di inserire i temi sui cui l’EaS si incentra all’interno delle politiche educative locali, nazionali ed europee. Anche l’Assemblea generale di CONCORD del 2004 dichiarava esplicitamente che “l’Educazione allo Sviluppo (…) ha l’obiettivo di lavorare efficacemente con i sistemi educativi nazionali, i curricoli scolastici e le organizzazioni giovanili per equipaggiare i giovani con quei valori, attitudini, chiavi di lettura, conoscenze e competenze fondamentali per diventare un cittadino globale informato, fiducioso e attivo”.

 

Tentativi di introdurre l’Eas nel curriculum scolastico

Tra gli obiettivi perseguiti da Ong e associazioni vi è dunque sicuramente quello di introdurre o di rafforzare il ruolo dell’EaS all’interno del curriculum scolastico, andando in qualche modo incontro a quanto espresso dalle Raccomandazioni europee. Tuttavia, risulta evidente che numerose sono le differenze esistenti tra i vari paesi, sia per quello che riguarda il ruolo che l’Eas ha all’interno della scuola, sia per i temi che vengono trattati; differenze di interpretazione riguardano la stessa terminologia per identificare l’EaS o quella che da alcuni viene chiamata Educazione Globale.

“Nella maggior parte dei paesi il processo di definizione di Educazione allo Sviluppo e di Educazione Globale (EG) è ancora in corso.” Sia che si adotti la prima o la seconda espressione, risulta che la familiarità con questa terminologia riguarda gli educatori, le Ong, in parte le istituzioni, ma non è invece propria degli attori che operano nelle scuole. L’EaS o l’EG restano nella sfera semantica più dello sviluppo che della pedagogia o della didattica. I dati del rapporto mostrano che le attività e i progetti di EaS sono in genere finanziati e sostenuti più dal Ministero degli Affari Esteri (MAE), che dai ministeri che si occupano dell’istruzione.

L’EaS del resto non sembra comparire ufficialmente in nessun curricolo scolastico nazionale, sebbene possa essere identificata “come un’area di apprendimento o come una parte dei contenuti che si riflettono attraverso termini come “globale”, “sviluppo sostenibile”, “interculturale”, …”; o come attività extrascolastica, condotta da docenti o da esperti esterni. In Italia si può intendere un riferimento esplicito ma parziale all’EaS nella dicitura “educazione alla convivenza civile”, menzionata insieme ad altre educazioni nelle attuali normative.

Un altro dato interessante che emerge dall’indagine riguarda la varietà di temi che vengono definiti come prioritari per EaS all’interno del curriculum scolastico, a dimostrazione della sopramenzionata difficoltà di trovare una definizione univoca di che cosa si intenda per EaS. I temi più menzionati riguardano lo sviluppo sostenibile e le competenze per una cittadinanza attiva e globale, i diritti umani, la comprensione e la convivenza multiculturale, l’educazione ambientale sostenibile, ecc.

Va tenuto presente che diverse organizzazioni stanno cambiando il nome della loro area EaS in “Educazione ai diritti”, Educazione alla cittadinanza globale”, Educazione e globalizzazione”, ecc. e che è in corso a livello europeo un dibattito su questo. Un’altra ragione che induce al cambiamento di dicitura viene dal desiderio di marcare una differenza di temi e di approccio rispetto all’EaS tradizionalmente intesa e che in molti casi per l’opinione pubblica riguarda ancora la conoscenza dei paesi del Sud del mondo, la povertà come fenomeno “degli altri”, ecc.

Interpretazione riduttiva questa che sta dietro allo scarso interesse e alla scarsa conoscenza da parte degli insegnanti ad implementare, per esempio, l’EaS all’interno del curricolo scolastico; e anche al debole coordinamento tra i ministeri che si occupano di cooperazione e affari esteri e i ministeri dell’educazione.

Nonostante le raccomandazioni espresse in più contesti e i documenti ufficiali, sembra ancora debole e circoscritta la consapevolezza dell’importanza di attuare azioni volte ad accrescere la conoscenza e la partecipazione dei cittadini del Nord del mondo in merito a problemi globali, evidentemente non più riferibili solo ai paesi dei Sud del mondo, come strumenti per migliorare l’efficacia dei progetti di cooperazione internazionale. Esperienze positive in questo senso vengono dalla cooperazione decentrata, sviluppata dagli enti locali (regioni, province, comuni) in grado di coinvolgere più direttamente gli attori del territorio, fra cui spesso le scuole o le reti dell’associazionismo locale, sindacati, ecc; o da esperienze di forte partenariato tra Ong, associazioni, università, cooperative del nord del mondo e analoghi soggetti attivi nei sud del mondo.

Vanno infine menzionati quei progetti condotti da organizzazioni a livello regionale, sia nei sud del mondo che nei paesi dell’est volti a favorire la circolazione delle informazioni e l’aumento delle conoscenze interne, nonché a promuovere cambiamenti funzionali ai bisogni delle regioni stesse. Si pensi ai progetti educativi condotti all’interno di Israele e Palestina indirizzati alla riduzione del conflitto, fra i quali ad esempio “Hand in Hand”, centro di istruzione ebraico-araba; o al portale multilingue di informazione sociale per i balcani di OneWorld.

[1] Guido Barbera, in Guida metodologica allo sviluppo, cap.1, a cura di CIPSI e Volontari nel mondo - FOCSIV

 

Bibliografia utile

A cura di W. Sachs, Dizionario dello sviluppo, EGA Editore, Torino 2004.
Amartya Sen, Lo sviluppo è libertà, Oscar Mondadori, Milano 2000.
S. Latouche, Il pianeta dei naufraghi, Boringhieri, Torino 1993.
E. Morin, Terra patria, Cortina Raffaello, Milano 1994.
Guida metodologica all’educazione allo sviluppo, CIPSI e Volontari nel mondo – FOCSIV
L’educazione allo sviluppo e il curricolo scolastico, DEEP, 2007.

 

(Scheda realizzata con il contributo di Chiara Lugarini)

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WSA: Iniziative di educazione allo sviluppo