Cultura della pace

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“Le parole rilevanti di una scienza dei conflitti e per un’educazione e una prassi della loro elaborazione nonviolenta, non sono due: pace e guerra, ma tre: pace, guerra e conflitto”. (Gino Pagliarani)

Storia ed istituzioni

“Dato che è nella mente degli uomini che si prepara la guerra, è nella mente degli uomini che la pace deve essere costruita”. 1948. Preambolo della Costituzione dell’Unesco - Organizzazione delle Nazioni Unite per l'educazione, la scienza e la cultura.

Per creare una cultura di pace, secondo l’ONU, si agisce su due livelli. A livello politico statuale ed a livello culturale e quindi soggettivo personale.

La Dichiarazione sul diritto dei popoli alla pace, adottata dalla Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 12 novembre 1984 durante la 57ma Seduta plenaria, sottolinea che: "per garantire l'esercizio del diritto dei popoli alla pace, è indispensabile che la politica degli stati tenda alla eliminazione delle minacce di guerra, soprattutto di quella nucleare, all'abbandono del ricorso alla forza nelle relazioni internazionali e alla composizione pacifica delle controversie internazionali sulla base dello Statuto delle Nazioni Unite”.

L’Unesco va oltre ed afferma che la pace è molto più che il risultato di trattati tra governi o di accordi tra persone potenti, come molti credono. La pace risulta dal modo in cui un popolo si relaziona con un altro popolo, nel rispetto dei reciproci diritti e doveri riconosciuti dalla comunità internazionale. Non è quindi la forma di governo che garantisce la pace né tanto meno un insieme di trattati o accordi internazionali. Essa è garantita solo ed esclusivamente dal comportamento e dalle scelte degli individui che insieme costituiscono il comportamento e le scelte di un popolo.

Non basta relegare agli attori statuali la salvaguardia della Pace. Serve agire sugli individui per una cultura diffusa che affronti non solo i conflitti tra Stati o all’interno degli stessi ma il conflitto in sé come componente del vivere umano. L’aggressività e il conflitto sono componenti costitutive di un continuo processo di individuazione e socializzazione, cognitivo e affettivo allo stesso tempo. Le forme di elaborazione del conflitto possono portare ad esiti cooperativi o antagonistici. La loro affermazione ed il loro consolidamento istituzionale prendono le forme della mutualità e del dialogo o della guerra.

Storicamente il concetto di Cultura di Pace viene formulato per la prima volta o, meglio, istituzionalizzato n el 1989al Congresso Internazionale sulla Pace in Costa d'Avorio. Il Congresso raccomandò alla stessa Unesco di lavorare per costruire una nuova visione della pace basata sui valori universali di rispetto per la vita, di libertà, di giustizia, di solidarietà, di tolleranza, dei diritti umani e dell'uguaglianza tra uomo e donna. Questa iniziativa nasce in un contesto internazionale influenzato dalla caduta del muro di Berlino e dalla conseguente scomparsa delle tensioni legate alla Guerra Fredda.

Nel 1994 si tiene il primo Forum Internazionale sulla Cultura di Pace in San Salvador. Siamo durante le guerre dei grandi laghi e dei balcani. L'anno dopo la 28ma Conferenza Generale dell'UNESCO introduce il concetto di Cultura della Pace nella “strategia a medio termine” per il quinquennio 1996-2001, durante il quale viene sviluppato il progetto Towards a Culture of Peace (Verso una Cultura di Pace). Ong, associazioni, giovani e adulti, media nazionali, locali e leader religiosi attivi per la pace, la nonviolenza e la tolleranza si impegnarono nel diffondere in tutto il mondo una Cultura di Pace attraverso l’educazione, la scienza, la cultura e la collaborazione tra le nazioni. Ove c’è cultura diffusa v’è rispetto universale per la giustizia, la legge, i diritti dell’uomo e le libertà fondamentali per tutti, senza distinzione di razza, sesso, lingua o religione, come la Carta delle Nazioni Unite riconosce a tutti i popoli.

Nel 1997 tutti i premi Nobel per la pace sottoscrivono, su proposta di Mairead Corrigan-Maguirre (Irlanda del Nord, 1976) e Adolfo Perez Esquivel (Argentina, 1980), membri dell'IFOR (International fellowship of reconciliation),un appello all'ONU per istituire un anno internazionale per una cultura di pace. L'appello viene poi sostenuto anche da numerose eminenti personalità e organizzazioni. Lo stesso anno l'Assemblea generale delle Nazioni Unite proclama il 2000 «Anno internazionale per la cultura di pace». L'Unesco viene subito incaricata di diffondere un manifesto - appello in cui si chiede alle persone di sottoscrivere alcuni impegni concreti riguardo una cultura di pace. Ebbene, questo manifesto viene sottoscritto, nel corso del 2000, da 65 milioni di persone in tutto il mondo pari a un cinquantesimo dell'intera popolazione mondiale.

Ma l'Onu ha proseguito. Il 10 novembre 1998 l'Assemblea generale, con la risoluzione 53/25, ha proclamato il periodo 2001-2010 “Decennio internazionale della promozione di una cultura della nonviolenza e della pace a beneficio dei bambini del mondo”. Un attento osservatore potrà trovare piuttosto interessante come nell’immaginario collettivo la pace sia riconducibile ai bambini mentre la guerra alla realpolitik che caratterizza l’agire degli adulti. In effetti “l’agire per la pace” non è ritenuto dai più, nel mondo industrializzato, un’occupazione d’importanza pari, per esempio, all’ingegnere nucleare o all’armatore. Parimenti chi lavora per il “non profit” non è paragonabile ai guru del profit tant’è che esistono a tutt’oggi due forum mondiali che distinguono chiaramente i due ambiti: World Economic Forum di Davos e World Social Forum di Porto Alegre, con il rischio concreto che ad abitare il secondo forum siano sempre più orfani delle ideologie ed esaltati con approcci non sempre costruttivi. Interessanti i riferimenti dell’art. 3 della risoluzione 53/25 per un pieno sviluppo di una cultura di pace:

  • alla promozione di una soluzione pacifica dei conflitti, al rispetto e alla comprensione reciproca e alla cooperazione internazionale;
  • all’aderenza agli obblighi internazionali, ai sensi dello Statuto e del diritto internazionale;
  • alla promozione della democrazia, dello sviluppo, del rispetto e della pratica universale di tutti i diritti umani e di tutte le libertà fondamentali;
  • al mettere in grado le persone di ogni condizione di sviluppare capacità di dialogo, negoziazione, costruzione del consenso e risoluzione pacifica delle differenze;
  • al rafforzamento delle istituzioni democratiche e all’assicurare una piena partecipazione al processo di sviluppo;
  • all’eliminazione della povertà e dell’analfabetismo e alla diminuzione delle disuguaglianze all’interno e fra le nazioni;
  • alla promozione di uno sviluppo economico e sociale sostenibile;
  • all’eliminazione di tutte le forme di discriminazione nei confronti delle donne, mediante una loro cooptazione nei gangli vitali della società e a una loro pari rappresentanza a tutti i livelli del processo decisionale;
  • al garantire il rispetto, la promozione e la protezione dei diritti dell’infanzia;
  • all’assicurare la libertà dell’informazione a tutti i livelli e nel migliorare l’accesso a questa risorsa;
  • all’incrementare la trasparenza e la responsabilizzazione dell’azione di governo;
  • all’eliminazione di tutte le forme di razzismo, discriminazione razziale, xenofobia e delle manifestazioni di intolleranza ad esse collegate;
  • all’aumentare la comprensione, la tolleranza e la solidarietà fra tutte le civiltà, i popoli e le culture, comprendendo all’interno di questo processo anche le minoranze etniche, religiose e linguistiche;
  • alla piena realizzazione dei diritti di tutti i popoli, compresi quelli che vivono in regimi coloniali o sotto altre forme di dominazione od occupazione straniera, a quell’autodeterminazione che viene tutelata dallo Statuto e inclusa nelle convenzioni internazionali sui diritti umani, come pure nella Dichiarazione sulla Concessione dell’Indipendenza ai Paesi e ai Popoli Colonizzati, contenuta nella risoluzione dell’Assemblea Generale 1514 (XV) del 14 Dicembre 1960.

A rimarcare l’importanza della 53/25, il 13 settembre 1999 l'Assemblea Generale dell'Onu approva la risoluzione 53/243 per il Decennio internazionale per una Cultura di Pace definita come “l’insieme di valori, attitudini, comportamenti e stili di vita che rifiutano la violenza e prevengono i conflitti, affrontando le cause alla radice, per risolvere i problemi attraverso il dialogo e la negoziazione fra individui, gruppi e nazioni”. Per la prima volta si ha un’estensione così ampia di “cultura di pace” che include molte delle voci della presente Antologia di guide come ad esempio gli stili di vita.

La stessa dichiarazione fa attenzione non solo ai contenuti ma anche agli strumenti che veicolano i contenuti sottolineando che “la comunicazione partecipativa e il libero flusso delle informazioni e della conoscenza” sono condizioni necessarie per la creazione e il mantenimento di una cultura della pace. I principi qualificanti questo piano d'azione sono:

· rafforzare una cultura di pace e di non violenza attraverso l'educazione;

· promuovere lo sviluppo economico e sociale durevole;

· promuovere il rispetto di tutti i diritti dell'uomo;

· favorire la partecipazione democratica;

· assicurare l'uguaglianza tra uomini e donne;

· far progredire la comprensione, la tolleranza e la solidarietà;

· sostenere la partecipazione democratica e la libera circolazione dell'informazione e delle conoscenze;

· promuovere la pace e la sicurezza internazionali.

 

Il piano decennale voluto dall’Assemblea nelle due risoluzioni fu articolato come segue:

Fase 1 - Anno 2000. Lancio del manifesto.

Fase 2 - 2001-2002. Informazioni e consultazioni a livello locale.
Fase 3 - 2003-2004. Sintesi dei contributi locali.
Fase 4 - 2005. Livello nazionale con adozione della legge "Cultura di pace".

Fase 5 - 2006-2007. Livello continentale per redigere delle risoluzioni regionali.
Fase 6 - 2008-2009. Livello internazionale per redigere una "Convenzione internazionale" che sarà sottoposta all'Assemblea dell'ONU nel 2010.

Società civile

Parlare della comunicazione nella costruzione di una cultura di pace implica il coinvolgimento di ogni strumento della comunicazione, nelle diverse situazioni in cui le persone si trovano in relazione con gli altri, ai diversi livelli di scambio e comprensione reciproca. Assieme ai media, quindi, sono da considerare centrali l’educazione (formale e informale), i media comunitari, i premi letterari per favorire una cultura di pace, le molte realtà della società civile organizzata come gli Enti locali per la pace che elaborano proposte di legge piuttosto interessanti per la traduzione sul territorio delle enunciazioni. Nelle scuole, ma non solo, parte del corpo docente si preoccupa a far conoscere non solo i guerrafondai ma anche i pacefondai come Francesco d’Assisi, Mahatma Gandhi, Martin Luther King Jr, Dorothy Day, Aung San Suu Kyi, Corazón Aquino, Jean e Hildegard Goss-Mayr, Chiara Lubich e tanti altri che hanno vissuto o stanno vivendo la pace. Giovanni Paolo II è stato promotore di due incontri ecumenici per la pace dai quali è emerso un decalogo per la pace.

L’Italia ha vissuto nel 2003, in occasione dell’ennesima “guerra del golfo”, una delle più belle immagini di pace colorando i balconi di molte case di gente comune con le Bandiere della pace. Questa partecipazione popolare voluta dai Beati i Costruttori di Pace s’è fatta cultura di pace con creatività. Purtroppo la bandiera è stata strumentalizzata da alcune forze politiche che hanno inserito i colori dell’arcobaleno nei simboli di partito.

Abbiamo visto che l’Onu dà molta importanza al sostegno della partecipazione democratica e della libera circolazione dell'informazione e delle conoscenze. Spesso i mezzi d’ informazione sono responsabili di leggere il presente con visioni autoreferenziali che mettono al centro della notizia il proprio paese, la propria gente o i litigi di palazzo. Riuscire a ribaltare il palinsesto per un telegiornale o un giornale è difficile perché si tende a concentrarsi su se stessi ripetendo una scaletta che è eguale ad altri palinsesti. Esperienza di quotidiani esteri come Le monde diplomatique o The Guardian aiutano anche periodici nazionali a dare un tutt’altro tipo d’informazioni. Molti giornalisti sono consci del proprio potere informativo riguardo la pace e cercano d’inserirsi all’interno delle reti che aiutano a promuovere una cultura di pace.

La Tavola per la Pace promuove periodici eventi per chiedere una maggiore informazione su chi opera per la pace nel mondo. Assieme agli Istituti missionari ha condotto una campagna per una sede RAI a Nairobi (che è stata istituita prima delle violente elezioni politiche in Kenya.

Lo stesso coordinamento in occasione della Perugina-Assisi del 2007 promosse un incontro pubblico per accelerare la riforma del sistema radiotelevisivo, ristabilendo un equilibrio che prevenga il rischio di oligopolio. La “società civile” vuole sottrarre la Rai al controllo e ai condizionamenti della politica prevedendo una propria presenza negli organi di governo dell’azienda, in funzione di garanti della trasparenza e dell’attuazione di quel “contratto di servizio” che impegna la Rai a fornire un’informazione ampia e che dia conto dei fatti del mondo e di tutte le realtà della società. La Rai dovrebbe diventare un esempio per tutto il mondo dell’informazione che deve essere chiamato ad assumersi le proprie responsabilità per la creazione di una cultura di pace. Gli Enti locali per la pace hanno promosso il 10 marzo a giornata per una comunicazione di pace fatta di notizie e non di gossip.

Nairobi, per rimanere nell’esempio sovracitato, è la città che ha avuto recentemente un premio Nobel per la pace (Wangari Maathai) e l’Agenzia che ha istituito l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) – il più recente premio Nobel per la Pace. Nonostante ciò è riuscita a “bucare lo schermo” solo con le violenze elettorali alle ultime politiche in Kenya, cosa che peraltro sarebbe stata impossibile senza una sede RAI a Nairobi. In realtà, di occasioni per fare cultura di pace la capitale del Kenya ne ha avute molte. Una su tutte la Conferenza delle Nazioni Unite del 1985 in cui la pace è stata considerata non solo come l’assenza di violenza ma come “il godimento di condizioni di giustizia, eguaglianza e libertà fondamentali nella società”. Ma, a tutt’oggi, non vi sono immagini a testimonianza di questi momenti così importanti.

Pace è donna? Molti studi riferiscono di come il coinvolgimento diretto delle donne nei processi di pace sia una garanzia del loro esito sostenibile. Questo viene spesso spiegato, riconoscendo alle donne una innata propensione alla pace che contrasterebbe con la naturale propensione degli uomini alla violenza. Claudia Padovani rileva che la studiosa Iris Marion Young va oltre questa generalizzazione proponendo una lettura centrata sul modo in cui la nostra comprensione del maschile e del femminile sanziona, promuove o rende accettabili le attitudini alla violenza e all’ingiustizia. Il genere può limitare la nostra percezione delle possibilità di creare relazioni pacifiche. Una modalità inedita per creare una cultura di pace passa attraverso la proposta turistica e quindi l’incontro tra persone e tematiche in momenti di maggiore distensione.

 

Il pacifismo

Non necessariamente una “cultura di pace” per esser tale ha necessità del pacifismo. Polemos rileva che le difficoltà dei luoghi del “pacifismo dimostrativo” hanno a che fare con la dimensione reattiva e alla fine routinaria della loro azione. In particolare però, nella maggior parte dei casi, l’approccio emozionale e reattivo non si mostra in grado di partire dal conflitto diffuso nelle relazioni sociali locali e globali oggi, né di tradurre in azione la spinta ideale. Spesso si constata una funzione anestetizzante e assolutoria della strategia delle dimostrazioni e una scarsa pro­pensione a progettare e sviluppare azioni durature volte all’educazione e all’azione per la gestione evolutiva dei conflitti. È come se il pacifismo non vedesse e, quindi, invidiasse la sua stessa potenzialità. Ciò probabilmente accade perché mancano l’attenzione, l’analisi e la prassi relative alla scena primaria appropriata, che non è la guerra ma il conflitto.

Le scienze della cognizione, la psicologia e l’antropologia possono fornire oggi una base inedita alla comprensione e allo sviluppo di azioni educative e di prassi di mediazione. Si tratta, inoltre, di riconoscere la pensabilità di forme sociali che considerino la storia naturale profonda e l’evoluzione dell’uomo. Nessun animale uccide un esemplare della propria specie. Noi, invece, siamo andati differenziando fino a crederci specie diverse: anche per questo ci aggrediamo con ostilità e distruttività. Il rifiuto dell’imperativo culturale “uccidi il nemico” e la valorizzazione della norma naturale “non ammazzare il proprio simile” possono divenire un progetto scientifico, educativo e culturale. È necessario però un progetto radi­cale che affronti il progressivo analfabetismo e la progressiva alienazione dei sentimenti, mentre ci si mette in condizione di analizzare e affrontare i processi di negazione dell’alterità e dei modelli altri che montano con forza e le dinamiche decisionali complesse che portano ai crimini internazionali e alle guerre attuali.

(Scheda realizzata con il contributo di Fabio Pipinato)

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Video

Marcia della Pace Perugia-Assisi 2007