XIV Congresso Mondiale dell’Acqua: anche l’acqua è politica

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Può sembrare strano ma, a fronte dei cambiamenti climatici in atto (che aumentano siccità e desertificazione) e dell’esasperato sfruttamento delle risorse naturali da parte dell’uomo, l’ambiente continua ad offrirci quei doni che, se utilizzati con equilibrio e intelligenza, potrebbero garantire anche in futuro le necessità di una popolazione mondiale in continua crescita. Da questo punto di vista sappiamo quanto sia centrale la questione dell’acqua intesa come essenziale elemento per la vita, come bene comune inalienabile e garantito per tutti, come “oro blu” capace di scatenare appetiti e conflitti.

Nonostante alcune realtà completamente disastrate dall’incosciente azione umana (basti pensare ad alcuni grandi laghi in via di estinzione o a fiumi inariditi dell’Asia centrale), secondo un rapporto presentato al XIV Congresso Mondiale dell’Acqua, tenutosi dal 25 al 29 settembre a Pernambuco in Brasile, i grandi bacini fluviali del pianeta sono ancora in buona salute e contengono ancora acqua sufficiente a raddoppiare la produzione agricola nei prossimi anni. “C’è abbastanza acqua nel mondo per soddisfare le necessità alimentari, energetiche, industriali e ambientali del XXI secolo” si legge nel documento stilato dal ‘Gruppo consultivo per l’investigazione agricola internazionale’ (Cgiar), una rete di istituti di ricerca del settore. Il problema, quindi, non è la mancanza d’acqua, “ma l’utilizzo non efficiente e la distribuzione ingiusta” delle risorse idriche.

Secondo il rapporto annuale del CGIAR Challenge Program on Water and Food (CPWF), edito nel luglio 2011 e riferito al 2010 (qui in pdf), il problema maggiore dell’approvvigionamento idrico non consiste tanto nella reale scarsità d’acqua – che è pure presente in determinati periodi dell’anno – ma nell’incapacità gestionale di questa fondamentale risorsa. Più che una questione tecnologica ci troviamo di fronte a scelte culturali e politiche che denotano una perdita complessiva di competenza e di esperienza nella cura dei bacini, dei letti dei fiumi, nell’irrigazione e nella conservazione dell’acqua piovana o di sorgente. Proprio la gestione dell’acqua piovana è un elemento discriminante.

Riferendosi al bacino del Nilo il rapporto CPWF evidenzia come la pressione antropica e l’utilizzo del territorio nella zona del Nilo azzurro (nord dell’Etiopia) danneggi il fiume che accumula sedimenti che finiscono per ostruire i canali di irrigazione a valle (in Sudan e in Egitto), diminuendo la produttività agricola. “Il degrado degli ecosistemi – scrive il rapporto – si traduce in una spirale verso il basso di povertà e di insicurezza alimentare per milioni di persone in Etiopia e nei paesi a valle”. Con una più attenta conservazione dell’acqua e con una manutenzione idrogeologica di bacini e fiumi, la situazione potrebbe cambiare. È chiaro che ciò può avvenire nell’ambito di una gestione cooperativistica e comunitaria delle risorse idriche e non certo affidandosi a privati che cercano profitto.

Per quanto riguarda il fiume Mekong, come già evidenziato alcuni mesi fa da Unimondo, il problema principale è rappresentato dallo sfruttamento a scopi idroelettrici del corso d’acqua: la costruzione di imponenti dighe e delle centrali connesse determina tensioni fra gli Stati del bacino e tra regioni appartenenti allo stesso paese, problemi idrologici che causano problemi all’agricoltura e alle risorse ittiche fondamentali per la vita di milioni di persone. L’approccio del CPWF è quello di coinvolgere in progetti comuni il maggior numero di soggetti che operano intorno al fiume: istituzioni statali, multinazionali private (soprattutto cinesi), organizzazioni non governative, gruppi ambientalisti. Anche il dialogo reciproco e la diffusione delle informazioni possono spingere ad elaborare piani meno invasivi e alla fine più utili per tutti.

Tornando al documento presentato in Brasile, lo studio che ha analizzato lo stato di 10 grandi bacini fluviali (la regione delle Ande e la conca del fiume San Francisco in Sudamerica, i fiumi Limpopo, Niger, Nilo e Volta in Africa, il Gange, il Karkheh, il Mekong e il Fiume Giallo in Asia; bacini popolati da 1,5 miliardi di persone, 470 milioni delle quali sono molto povere), coinvolgendo esperti di 30 paesi, ha fatto dichiarare al direttore del CPWF Alain Vidal che "La scarsità di acqua attualmente non sta influenzando la nostra capacità di produrre cibo… certamente, è possibile che vi sia penuria in alcune aree, ma i nostri risultati mostrano che il problema complessivo è l'incapacità di un uso proficuo ed efficiente dell'acqua disponibile in questi bacini fluviali. Si tratta in definitiva di un problema politico, non di risorse... Il risultato più sorprendente è che nonostante l'enorme pressione antropica su questi bacini, esistono attualmente opportunità relativamente a portata di mano per soddisfare le nostre necessità di sviluppo e alleviare la povertà di milioni di persone senza esaurire la nostra risorsa più preziosa”.

L’Africa ha il più grande potenziale di crescita nella produttività di cibo mentre la maggior parte del terreno arativo di Asia e sud America produce almeno il 10 % di meno di quanto potrebbe fare applicando tecnologia e sostenibilità ambientale (i due aspetti vanno di pari passo). È evidente che la disponibilità d’acqua è condizione indispensabile per la crescita della produzione agricola: ma se pensiamo che l’Africa utilizza appena il 4% dell’acqua disponibile, ci accorgiamo che ci sono ancora margini di miglioramento. Alla fine dunque ci troviamo di fronte “a una sfida politica e non a un problema di risorse”.

E proprio in Africa incontriamo i più grandi problemi dell’approvvigionamento idrico. Secondo un’analisi dell’International Water Association (Iwa), resa nota in un congresso l’anno scorso, solamente il 60% della popolazione ha accesso all’acqua potabile. Insomma, le risorse ci sarebbero, ma temiamo di essere davanti a una penuria di volontà politica.

Piergiorgio Cattani

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