Violenza: Rete Lilliput propone alcune riflessioni

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Per (reimpostare) un confronto nella società e nel movimento, la Rete di Lilliput propone alcune riflessioni sulle pratiche del movimento sollevate con il polverone sollevato dalle dichiarazioni sulle BR.

Le occasioni per ascoltare e capire ragioni diverse dalla propria non sono mai troppe, e dunque ben venga anche la discussione aperta dall'intervento di Sergio Segio. C'è qualcosa, tuttavia, di questa discussione, che non ci convince, e vogliamo dirlo subito.

La prima cosa che non ci convince è il tono accusatorio che molti interventi hanno assunto. La violenza politica e più in generale la violenza come modalità di linguaggio e mezzo di intervento nella realtà è secondo noi una malattia, per così dire, da cui nessuno può dirsi del tutto immune. Nessuno, dentro o fuori il "movimento", nessuno dentro o fuori il sistema politico, nessuno dentro o fuori il mondo dei media, può secondo noi dirsi del tutto libero da tentazioni di tipo violento. La violenza attraversa la società tutta intera, in alto come in basso, e se pure molte coscienze ⭀moltissime, crediamo ⭀ non sono succubi ad essa, tutte però ne sono, pardòn, ne siamo tutti condizionati. Non può essere altrimenti. L'accettazione di questa semplice realtà non può essere data per scontata. E' il primo passo da compiere per guarire dalla "malattia", come l'abbiamo chiamata. E' il primo passo da compiere per vedere se stiamo guarendo, se ci stiamo curando (⅀o se invece della malattia, in realtà, non possiamo fare a meno).

Ecco allora che c'è poca verità, c'è poca sincerità ⭀così pare a noi- in un dibattito sulla violenza in cui qualcuno indichi qualcun altro come maggiormente responsabile di aperture o cedimenti alle derive violente. Se una riflessione importante come questa prende le mosse da posizioni così vicine all'accusa o all'insinuazione, come evitare che dalla volontà di comprensione si scivoli ancora una volta allo stereotipi rassicurante, all'autodifesa, alla generalizzazione? Può darsi che non fosse questa l'intenzione di chi ha aperto questo dibattito, ma di certo questo è stato un aspetto non marginale del risultato⅀ Ma non vogliamo intervenire solo per commentare posizioni altrui.

Noi della Rete di Lilliput crediamo nella nonviolenza e ci sforziamo di comunicare ed agire in modo nonviolento. Siamo convinti che l'unico antidoto vero, l'unica radicale alternativa alla violenza sia l'azione nonviolenta. Sappiamo di essere una minoranza: ne siamo ben consapevoli. Sappiamo che non è sempre facile incoraggiare l'adesione alla nonviolenza. E' un lavoro che si scontra contro frequenti, quotidiane autodifese, chiusure, obiezioni, fraintendimenti. "Nei rapporti umani e sociali", ci viene detto, "tutto, in misura più o meno grande, è violenza, dunque è pura illusione, -quando non presunzione- predicare la nonviolenza". Questa obiezione ⭀o altre, più o meno equivalenti-, non ci viene solo o principalmente rivolta da qualche area, "estrema" o no, del "movimento dei movimenti". Questa obiezione la incontriamo tutti i giorni al lavoro, nella strada, sui giornali⅀

Questa obiezione è la salda convinzione ⭀ammessa o no- della grande maggioranza dei nostri politici ⭀di ogni colore-, e guida evidentemente il mondo dell'economia e dell'informazione⅀ E volendo proseguire, questa obiezione trasuda letteralmente da un numero infinito di messaggi sparati da tutte le televisioni, non esenti le pubblicità, i notiziari, le testate"scientifiche" (?) o i programmi sportivi⅀

Quindi, chiedersi cosa favorisce la violenza ⭀nelle varie sue forme- e cosa la può contrastare, chiederselo non in generale e in astratto, ma qui ed ora, nella società italiana attuale, noi crediamo possa essere utile. Noi lo facciamo. Lo abbiamo fatto nel preparare la partecipazione alle giornate del G8 a Genova nel luglio 2001, e lo facemmo in quelle esaltanti ⭀e tragiche- giornate. Non abbiamo mai smesso di farlo, come molti altri, dentro o fuori il "movimento"⅀ Ma chiedersi cosa favorisce e cosa contrasta la violenza, e farlo solo col pretesto per distribuire patenti o condanne ci sembra poco utile.

Ciò detto, vogliamo rivolgerci anche, più da vicino, a chi del "movimento dei movimenti", come noi, fa parte, a chi in esso ha investito, con la sensazione e la speranza che qualcosa di realmente nuovo non solo si potesse costruire, ma fosse realmente, concretamente già in cammino. Non torniamo pertanto, ora, sulle ragioni generali del nostro agire collettivo (il "mondo diverso" che vogliamo). Partiamo da uno dei nodi importanti della discussione:il conflitto.

Le discussioni che animano le realtà di movimento mettono al centro i problemi reali della nostra epoca: mancanza di accesso all'acqua per un miliardo e quattrocento milioni di persone o il dramma delle famiglie senza fissa dimora che vagano alla ricerca di un alloggio, occupando disperatamente spazi lasciati vuoti nella nostra città, o ancora dei nuovi lager dei centri di permanenza temporanea e i tanti altri "apartheid globali" prodotti da questo modello di sviluppo. E' su conflitti come questi che si lavora, si discute e si cerca di portare una trasformazione positiva.

Sul conflitto occorre imparare ad esprimersi con un atteggiamento positivo che considera il confitto come opportunità di crescita personale e sociale, non con un atteggiamento negativo che lo definisce e lo percepisce come qualcosa di sbagliato, e/o violento, brutto. L'atteggiamento positivo, al contrario, vede il confitto come opportunità di crescita, sia personale che sociale. E' un mutamento di prospettiva.

E' un mutamento difficile a farsi: si tratta niente di meno che di un cambiamento radicale e profondo di mentalità e di cultura nei riguardi della trasformazione sociale, della sofferenza, del piacere e delle passioni che essa comporta per tutti. Una vera rivoluzione, che investe in pieno i temi della democrazia e della partecipazione: un'autentica partecipazione implica l'accettazione il calarsi nel conflitto, con i rischi che questo comporta. Per esempio, con il rischio di perdere il controllo, e perdere una buona fetta di potere, da parte di coloro che ce l'hanno lo detengono, e il rischio di assumere potere da parte di chi non ce l'ha e sinora l'ha delegato per comodità o per paura.

La costruzione di contesti sociali cooperativi e costruttivi, di luoghi pubblici aperti alla sperimentazione di nuovi legami e di nuove pratiche sociali, dal micro al macro livello, deve anzitutto riconoscere il conflitto come stato o luogo naturale della relazione. Ciò significa che per noi è sempre essenziale facilitare l'emersione e l'esplicitazione sia del disagio, sia dei problemi, perchè entrambi questi livelli siano affrontati positivamente. E' evidente che sussistono ancora al nostro interno ritualismi insensati e ripetitivi: la forma-corteo come unica modalità della manifestazione pubblica di massa, l'assemblearismo ed il leaderismo come uniche vie per i processi di discussione e decisione collettiva, il ricorso ad atti aggressivi e distruttivi in situazioni a rischio. Se non saremo capaci di andare oltre, ci ridurremo ancora una volta alla paralisi e al riflusso, e/o al circolo devastante della violenza repressiva.

Se non si svilupperanno forme di lotta dirette ed attive (continuative, radicali, organizzate e costruttive), le pratiche dell'aggressione distruttiva e della violenza diretta ⭀ all'interno del movimento (vedi 4 ottobre a Roma), ma anche nella società (con la ripresa del circolo perverso 'terrorismo-repressione') non potranno che diffondersi e crescere.

La nonviolenza è proprio la teoria-pratica politica che non cade nel tranello delle reazione uguale contraria come unica possibilità, ma ricerca continuamente altre vie, altre coerenze mezzi- fini, nuove possibilità di abitare il conflitto e di costruire differenza, di favorire cambiamento, di cercare e creare consenso. Sino a quando non ci sarà una scelta culturale di fondo nuova, non saranno sufficienti gli accorgimenti paludati ed i tatticismi... Nella fase che si apre, di cui questo dibattito (sinceramente strano e sospetto per quando e come si è avviato e sta procedendo) non sembra altro che l'introduzione, ci aspettano tempi difficili, in cui le nostre possibilità di stare insieme come movimento si giocheranno, secondo noi, proprio su questo: sulla chiarezza e coerenza delle nostre scelte rispetto al rifiuto della guerra e della violenza sia come scelte politiche (in riferimento ai governi) che come linguaggio e come cultura (in riferimento a chiunque,singolo, gruppo o stato).

Questi, secondo noi, sono i presupposti che ci mettono in grado, che possono mettere in grado l'intero movimento, di raccogliere il NO alla guerra ed il SI' alla pace nella giustizia (cioè sì al cambiamento positivo) che è maturo e presente in gran parte della società, in gran parte delle coscienze. In Italia e nel mondo. Questa è la sfida, per noi: la sfida della nonviolenza oggi, la sfida del movimento dei movimenti. Come ammoniva uno dei padri della nonviolenza: sii il cambiamento che vuoi vedere nella società.

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