Ungheria, se il nazionalismo valica i confini

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Un dettaglio del monumento degli eroi a Budapest –foto: pulsar.ca.astro.it 

Quando un anno fa il Presidente ungherese firmava la nuova costituzione, scritta in tempo record dal governo del premier Viktor Orban, solo un manifestante andò a protestare davanti a Palazzo Sandor, il Quirinale ungherese, mentre il resto del Paese attendeva di sperimentare gli effetti concreti della Carta. Era una costituzione che avevamo descritto come autoritaria, illiberale e nazionalista, soprattutto nei suoi passaggi relativi alla limitazione dei poteri della Consulta, al controllo governativo sui media e anche al nuovo nome dello Stato, da Repubblica ungherese a Ungheria. In Europa molti speravano che il tempo avrebbe logorato il governo nazionalista guidato da Orban, erodendo progressivamente i consensi che nel 2010 lo avevano portato a vincere le elezioni nazionali e a controllare due terzi del Parlamento Ungherese. Orbàn invece è ancora saldamente al potere e pare godere della stima della maggioranza dei suoi concittadini

La seconda settimana di dicembre sono stato a Budapest per una conferenza al centro per la gioventù del Consiglio d’Europa, l’unico in tutto il continente assieme a quello di Strasburgo. Sono rimasto colpito dal nazionalismo che si respirava nelle strade; avevo provato una sensazione analoga solamente in Serbia alcuni anni fa. Ad accrescere lo spaesamento ci si sono messi alcuni amici che ho rivisto dopo alcuni anni e che mi hanno detto che ora lavorano per Fidesz, il partito di Viktor Orban. Mi hanno anche portato a vedere la sede del partito, che era tempestata di bandiere ungheresi. Ho chiesto come mai non ci fossero bandiere di partito, un logo, un nome, qualcosa del genere. “Ma noi siamo un partito nazionalista, la bandiera dell’Ungheria è il nostro simbolo”, mi hanno spiegato. Non fa una grinza; ho avuto l’impressione che da queste parti vivano con fastidio il senso di superiorità con cui si sentono trattati dal resto d’Europa e il nazionalismo magiaro sia il mezzo migliore per esprimere la loro fierezza e indomita volontà di non essere inferiori a nessuno. Soprattutto in questo momento di difficoltà economica, per suo antico morbo, l’Ungheria più che sentirsi aperta all’esterno rimarca fiera la sua alterità etnica, corroborata da quella lingua dolce ed eterea che nessuno in Europa capisce.

Per questo, forse, i miei amici hanno insistito tanto per portarmi a vedere “la piazza più bella di Budapest”, quella che a me è sembrata una monumentale e piuttosto artificiosa opera di esaltazione della nazione. Ma tant’è: Piazza degli Eroi, o Hősök tere, è una delle più importanti piazze di Budapest e qui troverete le statue dei capi delle sette tribù che hanno fondato l’Ungheria nel IX secolo e assieme a tutti i principali personaggi della storia d’Ungheria e della Transilvania.

Già, la Transilvania. Adesso il nazionalismo magiaro sta contagiando anche la più grande e più sviluppata regione della Romania che è storicamente connessa alle vicende d’Ungheria, in maniera più o meno analoga a come l’Alto Adige può esserlo con l’Austria. Nelle ultime settimane sono cresciuti i sussulti patriottici della minoranza ungherese della regione, dopo che Orban ha osservato in un recente discorso che la storia del XX secolo ha reso l’Ungheria una nazione dispersa. A quel discorso sono seguite ulteriori misure che preparano la concessione della cittadinanza ungherese ai discendenti che risiedono all’estero. Intanto mentre Orban abbraccia i purosangue magiari costretti a vivere fuori dalla madrepatria, altri nel Paese pensano a come strappare la cittadinanza agli scrittori che criticano il Paese. “Dovremmo pensare a una revoca spirituale della cittadinanza per scrittori come Gyorgy Konràd, Péter Esterhàzy o Imre Kertész … Nessun membro della nostra accademia può permettersi d’ignorare la sensazione dell’appartenenza genetica alla nazione”, ha detto quest’anno Adam Medveczky, dirigente dell’Accademia delle belle arti ungherese. Parliamo dei tre massimi scrittori magiari viventi: Kertész nel 2002 ha vinto il Nobel della letteratura, per capirci. Quella di togliere la cittadinanza ai letterati è una tradizione tristemente consolidate: era consueto ai tempi del comunismo e lo fece Hitler con Mann e Brecht.

La svolta nazionalista dell’Ungheria ha radici profonde. La debolezza della classe borghese e la particolare vicinanza del Paese alla storia sovietica e agli Stati dell’Europa dell’est ne fanno un laboratorio unico. Ma non azzardatevi a chiamarlo un Paese dell’Est: l’Ungheria si colloca fieramente al centro d’Europa e come tale faremmo bene a seguire attentamente i suoi sviluppi. Prima del primo conflitto mondiale, questa parte del mondo era nota ai più per la sua brillante combinazione di cosmopolitismo e amore patriottico. Quello di oggi, anche per un osservatore saltuario, si presenta come un Paese profondamente differente.

Lorenzo Piccoli

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