Una giornata dedicata alle aree protette. Ovvero, a noi

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Foto: Anna Molinari ®

Il cielo è quello che ormai ci accompagna in questo maggio d’autunno, a ricordarci con la sua umida temperatura che “le stagioni non sono più quelle di una volta”, e noi non ne siamo più testimoni rassegnati, mani intrecciate dietro la schiena e sguardo nostalgico. Ne siamo protagonisti e al contempo responsabili, forse non direttamente per le cause che ci hanno portati fino a qui, ma sicuramente per le decisioni che prenderemo o non prenderemo davanti all’evidenza che sì, il mondo non è più quello di un tempo. Cambia a ritmi molto più rapidi del previsto, con impreviste conseguenze.

Una delle azioni che con ostinazione vanno perseguite e potenziate, alla luce degli sviluppi che la natura sta subendo, è sicuramente la tutela della biodiversità e del paesaggio, degli ambienti rurali e delle comunità, che proprio nella stretta maglia delle relazioni che li legano rendono ancora pensabile un futuro possibile. Proprio di questi temi si è discusso martedì scorso a Candriai, ospiti della Rete di Riserve Bondone, per la 19° edizione della Giornata delle Aree protette, occasione annuale di aggiornamento e raccordo tra addetti ai lavori del sistema di tutela del Trentino. Il senso di momenti come questo è principalmente quello di condividere buone pratiche messe in atto sui singoli territori di competenza, da un punto di vista scientifico al fine di proteggere habitat e specie tipiche e da un punto di vista di costruzione di reti al fine di mettere a frutto esperienze positive che hanno aggiunto valore e protezione a luoghi di importanza fondamentale per la sopravvivenza della biodiversità.

Dopo i saluti di rito da parte delle autorità, la giornata è entrata subito nel vivo dell’argomento, moderata dal Dirigente del Servizio Sviluppo Sostenibile e Aree Protette della Provincia autonoma di Trento Romano Stanchina, di recente entrato a copertura di questo ruolo delicato, ma fin da subito consapevole delle sfide all’orizzonte e accompagnato dall’umiltà delle persone intelligenti, che non subordinano la validità delle azioni messe in campo ai cambi di vertice che potrebbero interromperne il corso.

Non esiste conservazione della natura senza l’uomo: si può fare, ma lì dove accade abbiamo perso una partita: lo spunto che avvia la condivisione parte dunque dai sottili equilibri tra persone e ambiente, la cui tutela è strettamente connessa a una gestione integrata e ragionata dei rapporti con le comunità locali, comprese le attività economiche e sociali che le caratterizzano e dalle quali un ragionamento approfondito non può prescindere. Si parla di paesaggio e del rapporto tra questo e la biodiversità rurale, che si basa sì sulla diversificazione, ma anche sulle relazioni. Un aggancio subito colto da Lucio Sottovia, Direttore dell’Ufficio Biodiversità e Rete Natura 2000, che sottolinea come il paesaggio sia costituito da un “capitale naturale”: occuparsi di conservazione è un compito strategico per la vivibilità futura dei nostri territori. Perché perdere biodiversità non vuol dire solo perdere la cartolina nostalgica di un paesaggio incontaminato, ma significa perdere valori e cultura che costituiscono la nostra identità come abitanti di un territorio. 

Le Direttive Habitat e Uccelli nascono proprio con questo intento: promuovere “cultura della biodiversità” in interazione con le categorie economiche, che determinano la natura e il paesaggio come esito della loro presenza e delle loro attività. Le aree protette hanno il compito di sviluppare in questo senso “cultura della biodiversità”, come elemento fondamentale per tutto il territorio, anche per quello urbano più direttamente vissuto, che molto spesso condiziona però anche la biodiversità extraurbana.

Gli habitat identificano una fisionomia del territorio, un mosaico di spazi che si interconnettono tra loro e compongono una scacchiera multiforme di aree chiuse (di ombra) e aree aperte (di luce), tra le quali ci sono aree di passaggio (cespugli, etc.): tanto più queste aree sono graduali, tanto più ci sembra che questo paesaggio sia stabile. Ma la stabilità è in realtà un fattore che riguarda essenzialmente l’uso antropico, non esiste alcun elemento naturale che sia stabile nel tempo e tanto meno nello spazio. 

È quindi indispensabile lavorare in funzione di alleanze fluide e in movimento per ripensare i rapporti che intrecciano la natura con i fruitori del territorio, a partire dal mondo agricolo, come si sta per esempio provando a fare con i prati aridi ricchi di specie, al fine di tutelare fioriture di specie rare come quella dell’Orchis morioSi intuisce perché sia essenziale che la conservazione della natura entri a pieno diritto nella gestione del mondo rurale e dell’economia: perché ciò accada servono sì botanici e forestali, ma anche economisti, antropologi e divulgatori. E in questo ambito, come con vigore ribadisce la Dirigente del Dipartimento territorio, ambiente, energia e cooperazione, Livia Ferrario, l’Agenda 2030 della Nazioni Unite rappresenta l’occasione di trasferire non semplici slogan, ma politiche provinciali pienamente sostenibili. Lì si delinea infatti una cornice di riferimento per attività e prospettive che hanno sì a cuore l’uomo, ma senza dimenticare la rete di relazioni e dinamiche entro cui si inserisce, in stretto collegamento con il Pianeta che abita. 

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale. Collabora regolarmente con realtà che si occupano in particolare di divulgazione ambientale, aree protette e sviluppo sostenibile.

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