Un’educazione “ben fatta”, a partire da Edgar Morin

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Edgar Morin – Foto: lealidella farfalla.wordpress.com

Edgar Morin ha rivolto un’attenzione specifica al mondo della scuola, contestandone apertamente i limiti ma anche proponendo costruttivamente una serie di obiettivi ormai inderogabili.

Nel suo La testa ben fatta. Riforma dell’insegnamento e riforma del pensiero (ed. Cortina, Milano 2000), egli propone una metodologia didattica fondata su un’inter-poli-trans-disciplinarità che aiuti la formazione di una testa ben fatta capace di quel pensiero complesso adeguato alla comprensione delle dinamiche esigenze dell’interdipendenza planetaria.

La sua critica si concentra su quelle concezioni e pratiche didattiche che favoriscono il pensiero frammentato e frammentante. Da tale prospettiva, egli afferma che “l’intelligenza che sa solo separare spezza il complesso del mondo in frammenti disgiunti, fraziona i problemi, unidimensionalizza il multidimensionale”. Grave, anche dal punto di vista delle responsabilità etiche, è questo tipo di didattica, in quanto “un’intelligenza incapace di considerare il contesto e il complesso planetario rende ciechi, incoscienti e irresponsabili”(pp. 6-7).

La “parcellizzazione del sapere”, con un’eccessiva insistenza sull’ insegnamento-apprendimento di quantità rilevanti nozioni all’interno di settori separati, si fonda su un anomalo ingigantimento del bagaglio nozionistico, su una “gigantesca torre di Babele” che ha la presunzione di trasmettere tanto sapere ma che, in realtà, tradisce il compito stesso dell’insegnamento. Forma soltanto una “testa ben piena”, nella quale “il sapere è accumulato, ammucchiato, e non dispone di un principio di selezione e di organizzazione che gli dia senso”(p. 15). La conoscenza è certamente “separazione” e “interconnessione”, analisi-sintesi, tuttavia la nostra civiltà e la nostra prassi pedagogica finiscono per privilegiare nettamente la fase della separazione.

“La missione dell’insegnamento – scrive infatti Morin - è di trasmettere non del puro sapere, ma una cultura che permetta di comprendere la nostra condizione e di aiutarci a vivere, essa è nello stesso tempo una maniera di pensare in modo aperto e libero” (p. 3).

Ne deriva la necessità di una didattica capace di formare “l’attitudine a contestualizzare e globalizzare i saperi”, attraverso la forza del pensiero “ecologicizzante”(p. 19), perché questa “è una qualità fondamentale della mente umana (…), si tratta di svilupparla piuttosto che di atrofizzarla”.

Morin utilizza un paragone suggestivo quando asserisce che l’arte dell’insegnare dovrebbe assomigliare a quella “del paleontologo o dello studioso della preistoria, per educare alla serendipità, arte di trasformare dettagli apparentemente insignificanti in indizi che consentono di ricostruire tutta una storia”(p. 17).

Ecco allora l’impegnativo compito culturale cui la scuola, in primo luogo, dovrebbe attenersi:

“Riconoscere l’unità in seno alla diversità, la diversità in seno all’unità (…) Riconoscere l’unità umana attraverso le diversità culturali, le diversità individuali e culturali attraverso l’unità umana” (p. 20): parole che riprendono quasi alla lettera quelle più volte utilizzate da Zygmunt Bauman nelle sue opere, a dimostrare una significativa condivisione concettuale di fondo tra pensatori di questo calibro.

È importante notare che il pensatore francese lega strettamente tale “pensiero ecologicizzante”, che implica un’integrazione dialogica tra le diverse discipline di studio, alla costruzione della “comprensione umana”: “Letteratura, poesia, cinema, psicologia, filosofia dovrebbero convergere per divenire scuole di comprensione. L’etica della comprensione umana costituisce senza dubbio un’esigenza chiave dei nostri tempi di incomprensione generalizzata: viviamo in un mondo d’incomprensione tra stranieri, ma anche tra membri di una stessa società, di una stessa famiglia, tra partner di coppia, tra genitori e figli” (p. 49).

È perciò necessario invertire questa tendenza distruttiva e “lottare contro l’odio e l’esclusione”.

Compito fondamentale dell’educazione è perciò quello di formare cittadini “solidali e responsabili”, ma “solidarietà e responsabilità non possono arrivare né da pie esortazioni né da discorsi civici, ma da un sentimento profondo di affiliazione (da affiliare, da filius, figlio), sentimento matri-patriottico che dovrebbe essere coltivato in modo concentrico in ogni singolo Stato, in Europa, sulla Terra” (p. 75).

Per quanto riguarda in generale le singole discipline, è necessario superare la prevalente acritica adesione ad un canone esclusivamente eurocentrico-occidentale per passare ad una prospettiva propriamente interculturale, per mezzo di una “didattica della decostruzione” che insista, ad esempio, sui seguenti aspetti:

l. sul piano esistenziale-relazionale-etico: proporre percorsi educativi intorno alle polarità amicizia/inimicizia, ostilità/fraternità, aggressività/collaborazione, e sulle differenze tra le relazioni di tipo vincente/perdente e quelle dialogico-cooperative-educative;

lI. sul piano linguistico-culturale-concettuale: rivedere criticamente i concetti di razza, guerra, pace, sviluppo, uguaglianza, integrazione, inclusione etc.;

III. sul piano dei sussidi didattico-culturali: rivedere criticamente libri di testo, le produzioni mass-mediali e gli strumenti didattici generalmente utilizzati nelle scuole.

L’auspicio di Morin è pertanto, in ultima analisi, la formazione dell’ “identità terrestre”, capace di radicarsi profondamente nella propria specifica cultura ma anche di allargare la “comprensione” e la “partecipazione” fino ad abbracciare l’umanità intera.

“Per affrontare le difficoltà della comprensione umana – ribadisce Morin – si richiederebbe il ricorso non a insegnamenti separati, ma a una pedagogia congiunta che raggruppi filosofi, psicologi, sociologi, storici, scrittori” (p. 50).

Naturalmente Edgar Morin propone una riforma radicale delle modalità didattiche, basate su una metodologia relazionale capace di collegare discipline e saperi, per una visione dinamicamente unitaria del sapere stesso e dell’esperienza personale e comunitaria.

La sua proposta, indubbiamente di non facile attuazione, assegna un’importanza rilevantissima agli insegnanti, la cui missione è costituita da alcuni tratti essenziali, che Morin ricapitola sinteticamente nei seguenti:

· “fornire una cultura che permetta di distinguere, contestualizzare, globalizzare, affrontare i problemi multidimensionali, globali e fondamentali;

· preparare le menti a rispondere alle sfide che pone alla conoscenza umana la crescente complessità dei problemi;

· preparare le menti ad affrontare le incertezze, in continuo aumento, non solo facendo loro conoscere la storia incerta e aleatoria dell’Universo, della vita, dell’umanità, ma anche favorendo l’intelligenza strategica e la scommessa per un mondo migliore;

· educare alla comprensione umana fra vicini e lontani;

· insegnare l’affiliazione (all’Italia, alla Francia, alla Germania ecc...) alla sua storia, alla sua cultura, alla cittadinanza repubblicana e iniziare all’affiliazione all’Europa;

· insegnare la cittadinanza terrestre, insegnando l’umanità nella sua unità antropologica e nelle sue diversità individuali e culturali, così come nella sua comunità di destino caratteristica all’era planetaria, nella quale tutti gli umani sono posti a confronto con gli stessi problemi vitali e mortali” (p. 107).

Bisogna riconoscere che questi grandi vecchi (non molti, in realtà) sono tutt’altro che da rottamare!

Giuseppe Milan

(Ordinario di Pedagogia interculturale e sociale – Univ. di Padova)

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