Un Nobel a Nonviolent Peaceforce?

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Costruire la pace dal basso – Foto: nonviolentpeaceforce.com

Il 2012 sarà ricordato dagli europeisti convinti e da gran parte del movimento internazionale per la Pace come l’anno dell’assegnazione del Premio Nobel per la Pace all’Unione Europea.

Piuttosto di continuare a sottolineare criticamente l’effettivo lavoro di risposta alle crisi messo in campo dall’UE, sarebbe opportuno evidenziare anche l’altra faccia del lavoro di pace; quella che, se non del tutto opposta, può quantomeno rivendicare l’indipendenza e la complementarietà con quella istituzionale. È il lavoro di pace, di risposta alle crisi, di protezione dei civili e di trasformazione nonviolenta dei conflitti portata avanti incessantemente e caparbiamente dalla società civile internazionale.

Anche per quest’altra faccia del lavoro di pace il 2012 è un anno importante: si festeggiano i 10 anni dalla fondazione di Nonviolent Peaceforce (NP), l’organizzazione che molto sta contribuendo a sviluppare, innovare ed ampliare la capacità di risposta civile non armata e nonviolenta ai conflitti.

Era il 2002 quando a Surajkund in India, si riunirono più di 150 attivisti e delegazioni di organizzazioni della società civile di 49 paesi per il congresso di fondazione di Nonviolent Peaceforce. Chi era presente racconta di un momento emozionante, di un clima di straordinaria compattezza e determinazione.

Il motore di quello storico momento era un progetto che suonava non poco impegnativo: creare una forza di pace di scala mondiale in grado di intervenire in zone di conflitto con personale professionista e qualificato che applica strategie nonviolente innovative al fine di proteggere la popolazione civile, ridurre la violenza e creare spazi di dialogo tra le parti.

Certamente i ricordi dei primi passi di un nuovo progetto hanno sempre qualcosa di speciale e promettente, si caricano automaticamente di toni che rasentano la poesia. Sono forse gli attuali progetti sul campo che quindi possono aiutare ad inquadrare al meglio il fenomeno e palesarne i risultati.

Archiviato il decennale progetto in Sri Lanka, le due principali aree in cui NP sta lavorando sono il Sud Sudan e le Filippine. Da quest’ultimo, proprio lo scorso ottobre sono giunte notizie molto positive: il Governo delle Filippine e il Moro Islamic Liberation Front hanno firmato un trattato di pace che dovrebbe mettere fino al lungo conflitto che si trascina dagli anni ‘70.

Nonviolent Peaceforce si inserisce nello scenario filippino nel 2007, invitata da organizzazioni locali a dare il suo apporto per la risoluzione di una crisi che ha già prodotto più di 100 mila vittime e due milioni di sfollati. NP interviene qui con un team di peacekeepers multinazionale e multiculturale, caratteristica che aumenta la percezione di imparzialità e neutralità del loro intervento agli occhi della popolazione locale.

Da subito si impegna nel prevenire e ridurre la violenza nelle aree vulnerabili. Valuta e risponde ai bisogni dei sfollati e rifugiati, organizza percorsi di empowerment per le organizzazioni locali, crea spazi sicuri e neutrali di confronto tra le parti e cura particolarmente i meccanismi di “Early Warning, Early Response (strutture e processi in grado di identificare e valutare situazioni potenzialmente pericolose ed aumentare l’efficienza e le rapidità dei meccanismi di risposta).

La flessibilità e la dinamicità della struttura sul campo è tale che NP riesce a garantire protezione alle comunità residenti nelle più remote zone del Paese, dove il processo di pace è ancora instabile. È soprattutto lì che è necessario intervenire per la riduzione della violenza connessa ad episodi di rido (faide tra famiglie o clan) in modo che tali eventi non vadano ad incidere sul processo di pace in atto.

La rigida imparzialità, il diligente rispetto del diritto internazionale umanitario assieme alla volontà e capacità di riuscire a stabilire buone relazioni anche con gli attori armati ha fatto sì che NP sia stata ufficialmente nominata da entrambi le fazioni intermediario credibile per le operazioni di monitoraggio delle tregue e di protezione dei civili. Solitamente è l’ONU a svolgere tale compito, oppure è un Paese o un gruppo di Paesi. Mai prima d’ora era stato chiesto di rivestire un simile ruolo ufficiale ad una organizzazione non governativa costituita da civili non armati.

Da lì in poi le relazioni con gli attori istituzionali si sono intensificati tanto da portare NP ad essere invitata a supportare i negoziati di pace di Kuala Lumpur. Il sottosegretario alla politica estera delle Filippine, ha così salutato l’operato di questa forza internazionale nonviolenta: “NP ha messo in campo un modello unico di protezione civile non armato che ha direttamente coinvolto la società civile locale ed ha tenuto in alta considerazione le conoscenze, le abilità e le risorse di ogni singolo gruppo implicato nel conflitto. È questo ciò che ha portato alla firma del trattato di pace”.

Si tratta di piccoli ma incoraggianti risultati, di accordi di pace dall’immenso valore seppur trascurati dai nostri media. Si tratta di un modello d’intervento nonviolento in continua evoluzione, di pari passo con gli sviluppi degli scenari e che sta raccogliendo apprezzamenti anche da parte di Agenzie ONU (per le quali NP sta attualmente curando dei training).

A Kim Vetting, Deputy Director di NP, in occasione della sua recente visita al Museo del Premio Nobel per la Pace di Oslo venne chiesto quando arriverà il momento anche per NP di rientrare in quelle sale a ricevere il famoso premio. Kim con un accenno di sorriso accetta la provocazione e risponde: “Abbiamo sviluppato un modus operandi che ci contraddistingue da molte altre organizzazioni, stiamo acquisendo un riconoscimento istituzionale sostanziale...forse ci vorranno ancora altri 10 anni, ma stiamo andando nella giusta direzione!”.

Graziano Tullio

Centro Studi Difesa Civile

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