Ue, la frattura tra Est e Ovest è destinata ad accentuarsi

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Il recupero di una solida intesa franco-tedesca per rilanciare l’ Europa continua a dimostrarsi un esercizio acrobatico: almeno finora l’arrivo di Macron all’Eliseo non ha fatto miracoli.

Intanto, più passa il tempo e passano le elezioni e più sembra diventare altamente improbabile la costruzione di un robusto ponte tra l'Est e l'Ovest dell'Unione. Chi sperava che le elezioni avrebbero ridimensionato il partito e il Governo di Viktor Orban si è sbagliato di grosso: l'Ungheria gli ha regalato il terzo mandato consecutivo confermandogli una maggioranza parlamentare di due terzi. Il che significa quattro cose: 1) mano libera nelle riforme del paese, 2) clamorosa sconfitta di Bruxelles e dei suoi altolà contro i rischi di una sua involuzione autoritaria, 3) continuità della politica antagonista di Orban in Europa puntando a un modello alternativo all'attuale, 4) rafforzamento della sua leadership sul fronte orientale in nome di un nazionalismo identitario che si vuole propulsore della lotta contro globalizzazione, multiculturalismo e immigrazione e al tempo stesso fautore del rimpatrio di sovranità nazionale, all'inglese.

La forza eversiva del messaggio è evidente ma, dopo la grande vittoria di domenica, acquista una forza di attrazione e influenza culturale che supera le frontiere dell'Est per corroborare piccoli e grandi nazionalismi che crescono dovunque nell'Unione: dall'Austria, all'Olanda, dalla Scandinavia alla Germania passando per Francia e Italia. «Di questo passo le europee del 2019 potrebbero sancire il trionfo delle forze anti-Ue», prevede un esperto di lungo corso. Di sicuro per ora la netta affermazione di Orban promette di approfondire incomprensioni, diffidenze e recriminazioni che da qualche anno inquinano i rapporti Est-Ovest. A dividere c'è molto di più dell'“egoismo” manifesto sull'accoglienza dei migranti o delle sospette derive autoritarie delle democrazie a Budapest e Varsavia, che indignano Bruxelles e dintorni. 

Dietro il rifiuto dell'altra Europa di accettare la spinta a una maggiore integrazione non c'è solo la tentazione sovranista del gruppo di Visegrad. C'è il timore di un ritorno del passato sovietico in riedizione centralismo democratico, condiviso anche dai tre paesi baltici. C'è il rancore contro il protezionismo socio-economico, fiscale e industriale di partner ricchi che manipolano la libera circolazione di lavoratori e capitali sul mercato unico secondo i propri interessi e anche cambiando le regole, se necessario. E c'è la prospettiva di vedere nel prossimo bilancio pluriennale (2021-27) i copiosi aiuti Ue tagliati e forse anche condizionati ai buoni o cattivi comportamenti democratici dei destinatari.

Di questo humus incattivito approfitta la Cina con la sua Via della Seta e la stretta partnership nel gruppo 16+1 (paesi dell'Est e Balcani, di cui 11 Ue) che distribuisce investimenti in infrastrutture e oltre senza dare giudizi etico-politici a nessuno. E se poi la Russia di Vladimir Putin fa paura con armi e ricatto energetico, è la Nato l'àncora di sicurezza per l'Est, certo non l'Ue che con Mosca fa patti per il raddoppio del gasdotto North-Stream2 e dunque della dipendenza dal Cremlino. È sanabile l'incomunicabilità Est-Ovest? Per la Germania di Angela Merkel deve esserlo. «Mi sta a cuore il futuro dell'Europa, che significa Unione a 27, non un'Europa dell'euro o di altri gruppi» ha chiarito di recente a Varsavia. Ennesimo colpo nello stomaco per il volontarismo riformista di Emmanuel Macron, che si va spegnendo per assenza di seguaci e scarse sintonie con Berlino. Se questo è il quadro, la conclusione sarà una sola: riforme minime, Europa che ancora una volta si siede sulle proprie contraddizioni interne. Sempre di più a proprio rischio. E un destino di irrilevanza globale continuata.

Arianna Cerretelli da Ilsole24ore.com

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