Tunisia: un porto sicuro?

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Foto: adnkronos.com

La notizia, di pochi giorni fa, del recupero degli ultimi 38 corpi nel mare di Zarzis, nel sud est della Tunisia, ha avvalorato quanto dichiarato dai tre superstiti di un naufragio avvenuto il 2 luglio al largo delle coste tunisine, ovvero che a bordo del gommone partito dalle coste libiche di Zwara, in direzione Italia, vi erano in totale 86 persone. La tragedia ha riportato in primo piano, ancora una volta, il dramma dei migranti, e rilanciato il quesito sul ruolo del Paese nord africano in questo ambito. La Tunisia è un porto sicuro o no? La domanda sorge spontanea, ascoltando lo stanco ritornello che echeggia fra le onde gracchianti delle radio di bordo e rimbomba nei salotti ovattati delle televisioni italiane; che, in questo periodo estivo, in modo un po’ stucchevole, sollecitano gli opinionisti a sviscerare il problema del momento, a cui si dà priorità soprattutto per motivi di consenso elettorale.

Porto sicuro? Paese sicuro? Non bisogna confondere i due aspetti, come erroneamente suggerito dal giornalista Mario Giordano nella sua trasmissione “Fuori dal coro”, su Rete 4, sottolineando che la Tunisia è una nazione turistica e che attira migliaia di pensionati dall’Europa. Il rapporto 2018 della ONG americana Freedom House ha classificato la Tunisia come paese libero, unico tra gli Stati del mondo arabo. E anche nel 2019 questo giudizio è stato confermato. Il turista o il pensionato che decidono di vivere in questa terra non hanno niente da condividere con delle persone disperate che attraversano il Mediterraneo in condizioni rischiose, spesso bisognose di cure a seguito delle ferite da tortura subite nelle prigioni libiche.

Un porto sicuro deve essere un Paese con una legislazione adeguata, che possa fornire assistenza ai richiedenti asilo, che abbia dei progetti precisi di integrazione. La Tunisia, benché l’articolo 26 della Costituzione sancisca che: “Il diritto all'asilo politico è garantito secondo la legge; è vietato estradare persone che beneficiano di asilo politico”, non si é però ancora dotata di una procedura vera e propria che disciplini la materia. Un progetto di legge sull'asilo è stato redatto dal 2015, ma non è mai stato discusso dall’Assemblea dei rappresentanti del popolo. Tra le ragioni di questo vuoto giuridico: il rifiuto della Tunisia di fungere da punto di riferimento per la migrazione verso l'Unione europea.

L’accesso alla procedura di protezione in Tunisia è dunque circoscritto all’azione di organismi non governativi, senza consolidate garanzie di tutela legale e di appello. Infatti, in assenza di una normativa, il sistema dell’accoglienza si svolge con la collaborazione di molte organizzazioni internazionali come la Croce Rossa, la Mezzaluna Rossa, l'OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni), il Consiglio Italiano per i Rifugiati, la Caritas e numerose ONG.

In Tunisia è presente l'UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati), che si occupa dell'accoglienza di rifugiati e richiedenti asilo, valutando le richieste e garantendo protezione, integrazione e inclusione sociale, ed è l'unica autorità autorizzata a concedere o meno lo status di rifugiato.È anche garantita un’adeguata assistenza sanitaria, dato che in Tunisia tutti i rifugiati possono accedere gratuitamente alle strutture mediche pubbliche, così come sancito dall’art.38 della Costituzione.

Ci sono 1.843 richiedenti asilo in Tunisia, per lo più siriani, secondo i dati dell'UNHCR del 2019 (rispetto ai 771 del 2017).  Comunque lo status non garantisce un pieno accesso ai diritti ed è per questo motivo che molti osservatori legati alla rete delle ONG non considerano la Tunisia un "porto sicuro” nel senso più largo del termine, come, per esempio, l’organizzazione “Medici senza frontiere (MSF)”, che lo scorso giugno ha scritto sul suo account Twitter: "La Tunisia non ha un sistema di asilo in atto e non può essere definito un luogo di sicurezza per migranti e rifugiati. I luoghi di sicurezza più vicini per i soccorritori nel Mediterraneo centrale sono l'Italia o Malta”. 

Non bisogna comunque omettere di segnalare che la Tunisia ha sottoscritto la Convenzione di Ginevra, la Dichiarazione del Cairo sulla protezione dei rifugiati e profughi del mondo arabo e la Convenzione di Amburgo sulla ricerca ed il salvataggio marittimo (SAR). La guardia costiera tunisina interviene costantemente per il soccorso in mare. Nel 2018 ha salvato dal naufragio 45 migranti vicino le isole Kerkennah, altri 46 al largo di Jebeniana. Dal 2016 è in vigore una legge che previene e punisce severamente la tratta di esseri umani, grazie alla quale è stato possibile contrastare efficacemente il fenomeno.

I sostenitori della Tunisia come “porto sicuro” non mancano di sottolineare come sia consentito il libero ingresso nel Paese (senza visto di entrata) ai cittadini di dieci Stati africani: Benin, Costa d'Avorio, Gabon, Gambia, Guinea, Libia, Mali, Mauritania, Niger e Senegal. La Tunisia ai tempi del regime di Ben Ali ha cercato di soddisfare i requisiti di controllo delle migrazioni in Europa per ottenere legittimità internazionale. Nonostante i loro desideri iniziali, i governi tunisini seguiti alla rivoluzione non sono riusciti a prendere le distanze dall'approccio di sicurezza promosso dall'UE. Tuttavia, le discussioni sulla nuova legge sull'asilo o la recente opposizione alle piattaforme di sbarco proposte dall'UE suggeriscono cambiamenti in questo settore, anche se, per il momento, non ancora ben definiti.

L’Italia ha un accordo di cooperazione con la Tunisia per il contrasto all’immigrazione clandestina. In forza di questo, dal 2011 a oggi, ha rimpatriato centinaia di tunisini.  “L'Italia rimpatria in Tunisia meno persone di quelle previste dagli accordi attuali". Lo ha dichiarato recentemente all'Agenzia giornalistica italiana (AGI) il deputato tunisino Oussama Sghaier,commentando la richiesta del ministro dell'Interno, Matteo Salvini, di avviare i rimpatri anche attraverso i traghetti di linea. "È una questione più politica che una necessità dettata dai numeri", ha affermato il parlamentare del partito filo-islamico Ennahda, "il numero delle persone che il governo italiano sta rimpatriando è minore di quanto prevedono gli accordi. I voli settimanali dei rimpatri dall'Italia spesso tornano con tanti posti vuoti", ha spiegato il deputato. Gli ultimi accordi siglati prevedono un rimpatrio di circa 40 persone a settimana perché i migranti devono viaggiare su un unico volo charter e ognuno deve essere scortato da due agenti di polizia.

"La Tunisia è decisa a fare il suo lavoro, a proteggere i propri confini, lo fa per l'interesse dei proprio cittadini, del proprio territorio e lo fa anche in comune interesse con i Paesi vicini, tra cui l'Italia. Combatte le organizzazioni che trafficano essere umani: abbiamo anche una legge che punisce questo reato", ha continuato Sghaier, elogiando il lavoro delle autorità tunisine che "riescono a fermare sempre piu' partenze dalle coste".

Dietro il vuoto giuridico segnalato appaiono come ombre Ibrahim Issaka, 58 anni, fuggito dal Darfur più di 20 anni fa, o Benjamin Kingsley, originario della Liberia, che ricorda di essere scappato dalla guerra quando aveva 4 anni. Cresciuto in Libia, non conosce né la sua età né la sua famiglia. Entrambi fanno parte della trentina di persone, ormai apolidi, di origine sudanese, liberiana, egiziana, ghanese, ivoriana e nigeriana, che da otto anni sono bloccati in Tunisia, senza status, senza lavoro, quasi tutti senza documenti. 

Da due anni sono approdati alla «Maison du droit et des migrantes», un centro giovanile situato a La Marsa , cittadina costiera residenziale e balneare, ad una ventina di chilometri da Tunisi, proprio di fronte alla residenza dell’Ambasciatore francese. Prima di arrivare lì, hanno fatto tutti un lungo viaggio in Tunisia. Hanno trascorso sei anni nel campo di Choucha, nel sud del paese, aperto nel 2011 di fronte all'afflusso di sfollati e rifugiati in fuga dalla guerra in Libia. È stato ufficialmente chiuso nel 2013 e smantellato nel 2017, prima di lasciare spazio a campi di fortuna per le poche centinaia di persone ancora presenti.

Le trenta persone che vivono a La Marsa sono tutte fuggite dalla Libia dopo i fatti del 2011 e sono vive: è l’unica certezza che ancora possiedono, dato che anche la speranza di avere lo status di rifugiato è stata definitivamente archiviata dall'UNHCR con sentenza inappellabile, e in perfetto stile burocratico: “Queste persone non hanno diritto allo status di rifugiato ai sensi delle convenzioni internazionali in vigore. Diverse alternative sono state offerte a questo gruppo, incluso il ritorno volontario nel paese di origine o l'integrazione locale”.

Ferruccio Bellicini

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