Transiberiana, 10 mila km in treno: e i confini si incontrano

Stampa

Dal finestrino di un vagone – Foto: Francesca Bottari

IRKUCSK (Siberia) - Cominciata a costruire nello stesso momento ai due estremi, la Transiberiana è una linea continua di 9288 kilometri, che attraversa 7 fusi orari ed effettua circa 1000 fermate: raccoglie o lascia un susseguirsi di culture diverse, ma legate da luoghi dove Occidente e Oriente incontrandosi si sposano. Mosca–Irkutsk, 5 mila km, vagone classe 1967, a metà tragitto la città di Ekaterinburg, luogo dove i due confini, est e ovest, si fondono e non esistono frontiere.

Di notte il blu profondo sembra svanire nella completa oscurità attraverso la quale si fa strada il convoglio, con il vagone locomotore che cerca quasi di aprirsi un varco nel silenzio e nella distanza. Le carrozze illuminate da oltre cent’anni sembrano inseguire questa immensità, con il loro “tu-tum” continuo, cadenzato, senza tregua, con l’alternarsi di visi e di sguardi che mutano fisionomia man mano si avvicina il confine orientale. Sguardi stretti, volti bronzei. Si fa poi giorno e le miriadi di storie spesso mute che si incontrano tra le carrozze sembrano colorare pure l’ambiente circostante: ecco betulle e pini che si tendono la mano per oltre 5000 kilometri, ecco le infinite sfumature di verde…

Sul treno si possono fare incontri inaspettati. Non occorre sapere la lingua, basta un po’ di inglese e soprattutto la capacità di esprimersi con i gesti. Vladimir, 78 anni, stessa mia partenza e medesima destinazione: Mosca-Irkutsk (cittadina siberiana sul lago Bajkal, dove nel 1898 entrò il primo treno della “fibbia ingioiellata dello zar”). Vive da solo in un ospizio, è andato nella capitale per salutare figli e nipoti. I genitori di Vladimir glielo avevano ripetuto sempre: c’erano anche loro nel gruppo di migranti “costretti” a popolare la Russia orientale. Infatti una delle 4 motivazioni che portarono alla grande impresa ferroviaria riguardava proprio l’intenzione di popolare la Siberia occidentale e meridionale. L’impero zarista, ormai giunto alla sua fine, incoraggiò l’emigrazione offrendo terreni ai contadini (nella Russia europea erano un problema per sovrappopolazione e miseria), così nel giro di 15 anni (1900-1915) 3 milioni di persone si insediarono negli Urali ed oltre. Il timore che la regione siberiana volesse l’autonomia, la sua posizione strategica (bretella fra ovest ed est), l’avanzamento degli europei dalla Cina e la personalità imperialista di Alessandro III, furono gli altri ingredienti per far divenire il sogno russo realtà.

Vladimir ci propone un’altra versione, dove non c’è posto per l’epica. Sono ricordi che sanno di racconti tramandati da padre in figlio: “lavoravano in condizioni estreme”, mi narra, “animali che trainavano strumenti e macigni di ferro, situazioni climatiche ostili e troppi morti. Il treno poi era utilizzato soltanto da chi se lo poteva permettere. Vicino al lago Bajkal gli operai rischiavano la vita per lavorare alla ferrovia con il pericolo di vedere tutto distrutto dalle intemperie invernali, e spesso questo succedeva”.

Operai coreani e cinesi da un lato, russi e ucraini dall’altro. Qualche italiano (friulano) chiamato appositamente come scalpellino. Molti carcerati, costretti ai lavori forzati lungo le steppe della Siberia. Complessivamente 90 mila uomini.

Tornando alla mia improvvisata guida, Vladimir mi fa scoprire che la Transiberiana conta poco più di 1000 fermate, che ogni giorno c’è un treno, che l’importante è soltanto organizzare il bagaglio. Lui è un veterano del viaggio: pasti perfettamente dosati e ad ogni fermata la sua incombenza: quella dove è momento di radersi la barba, quella dove acquistare l’eccellente pesce affumicato, quella dove è tempo di misurare la pressione…

Percorrere questi binari e osservarne vite e storie, significa scrutare un altrove che fa riflettere su tutto ciò che di “impensato” c’è nella propria cultura, nel proprio pensiero e punto di riferimento. In questo istante Vladimir riposa, la punta si affila e nella notte ritorna a fare spazio ai vagoni che la inseguono. Il “tu-tum” fa eco nell’addormentata città di Ekaterinburg laddove Occidente e Oriente si fondono, i confini si liquefanno e non si vedono frontiere.

Francesca Bottari

Altri articoli del reportage:

Verso Mosca, in autobus con le badanti

Ultime notizie

L’inquinamento dell’acqua si misura a mercurio (ma senza termometro)

20 Maggio 2019
Oltre 280.000 mila firme raccolte per proteggere l’acqua in Argentina. (Anna Molinari)

Maestri cestai: dietro le sbarre l’arte di lavorare gli intrecci

19 Maggio 2019
Antonella Mannarino e Caterina Mirarchi da 7 anni curano un laboratorio nel carcere di Catanzaro dove si recupera un lavoro artigianale. (Giovanna Maria Fagnan)

Sandokan e i migranti della Malesia

18 Maggio 2019
L'immigrazione pone sfide che tanti Paesi si trovano a dover affrontare; in Europa siamo molto concentrati a guardare il nostro ombelico, ma cosa succede altrove? (Novella Benedetti)

In Messico è altolà ai narcos

17 Maggio 2019
Il neo presidente del Messico lavora per una riduzione della violenza dei narcotrafficanti. (Miriam Rossi)

Le nostre “eco-colpe” non sono compensabili!

16 Maggio 2019
Termini come “eco-friendly” o “green” incoraggiano l’idea che esistano oggetti e comportamenti “buoni” per l’ambiente. Ma non è sempre così… (Alessandro Graziadei)