Tra birre, dolori e cambiamenti climatici

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Foto: Repstatic.it

Scorrono a fiumi. Sono gli eventi dedicati alla birra, dalla degustazione di quella artigianale della scorsa settimana in Trentino al Festival Isolabirra 2019 del prossimo giugno a Cagliari, citiamo solo un paio di opportunità dedicate al “coraggio liquido”, come lo chiamano scherzosamente alcuni amici. Ma ce ne sono decisamente molte altre, reperibili online e sparpagliate per la penisola, segno che l’interesse per questo derivato d’oro della produzione cerealicola sta vivendo la sua stagione di crescita. Perché la birra, ovviamente consumata con moderazione, alimenta anche circoli virtuosi: dal reinserimento sociale alla riqualificazione dei territori che riprendono tradizioni locali e le (r)innovano, molto spesso anche grazie alle sfide raccolte da giovani imprenditori intraprendenti e in gamba.

Che la birra però fosse protagonista di un contributo pubblicato su «The Journal of Pain» è forse un aspetto meno noto: eppure uno studio dell’Università di Greenwich sugli antidolorifici la annovera tra i rimedi per il mal di testa, assieme agli analgesici più comuni. Alzare il contenuto di alcool nel sangue di circa lo 0,08%, infatti, permette al corpo di aumentare la soglia del dolore e ridurne l’intensità percepita. Una conferma che necessita però, va precisato, di ulteriori sviluppi e approfondimenti e che se presa alla leggera può trasmettere considerazioni errate rispetto alle azioni di prevenzione degli abusi, rischiando di giustificare un uso spregiudicato degli alcolici nei soggetti con dolori cronici. Gli stessi esperti chiariscono che i risultati di questo studio non puntano a dimostrare che l’alcool sia un viatico per la saluteIl dott. Trevor Thompson, responsabile del gruppo di lavoro, ribadisce cautamente che al momento “l'alcool può essere paragonato con farmaci oppiacei come la codeina e l'effetto è più potente del paracetamolo”. Questo senza ancora poter chiarire se la ragione stia nel fatto che sono i recettori del dolore del cervello a esserne colpiti o se semplicemente sia la tensione ad allentarsi e quindi il corpo, rilassato, soffra meno e abbia una soglia di sopportazione più alta.

Ci sono però anche altre ragioni per non esagerare con il consumo di birra… per esempio i cambiamenti climatici! Già, una delle bevande più popolari al mondo per volumi di consumo potrebbe essere un bene di lusso e diventare irreperibile e molto costosa nel giro di pochi anni.costi di produzione dell’orzo sono in aumento e a lanciare l’allarme è questa volta uno studio dell’Università di Pechino pubblicato su «Nature Plants»periodi di grave siccità e temperature in rialzo sottopongono a forte stress le coltivazioni d’orzo che, a dipendere dalle condizioni ricreate nelle simulazioni sugli scenari possibili, farebbe rilevare perdite tra il 3% e il 17%. Questo si tradurrebbe in un significativo calo dei consumi anche del suo più noto derivato, a fronte di un vertiginoso aumento dei prezzi (per esempio +193% in Irlanda).

Quando si parla di alcool, pensare che ridurne il consumo sia salutare è indubbiamente sensato, ma è importante capirne anche le ragioni che portano a questa scelta: si tratta di una maggiore consapevolezza di chi ne fa uso e di un’accurata operazione di sensibilizzazione ed educazione, soprattutto nelle fasce più giovani e più povere, o è invece una scelta obbligata, indotta dall’aumento dei costi e quindi sopperita da altre bevande di bassa qualità e di uguali o peggiori effetti, ma economicamente più accessibile?

Le variabili in gioco sono molte ed è bene tenerle in considerazione nella loro complessità: tradizione, filiera, condizioni ambientali e climatiche, potere d’acquisto per le nuove povertà e abuso sono solo alcuni degli aspetti che ne definiscono l’intricato futuro. Un pensiero che forse dovremo tenere presente nelle prossime occasioni goliardiche o formative in cui ci troveremo ad avere a che fare con questa antica bevanda fermentata… perché se è vero che, come dice un proverbio irlandese, “In paradiso la birra non esiste, per questo la beviamo qui!”… ricordiamoci di farlo in maniera consapevole, nel rispetto di noi stessi e dell’ambiente che per primo ce ne dà la possibilità.

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale, con particolare attenzione a tutela ambientale, sovranità alimentare, stili di vita sostenibili ed educazione.

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