Taci, leggi, parla. In quest’ordine

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Foto: Renkalik.it

Cittadinanza globale. Sintagma inflazionato, ha la capacità di rendere troppe conversazioni sovraffollate di riflessioni che si attorcigliano su se stesse, tronfie di parole che poi, ad ascoltarle bene e con attenzione, in fondo non dicono niente. Quando sento discorsi di questo tipo, magari conditi con tre parole in inglese ogni due in italiano, chiedo a me stessa uno sforzo sovrumano: stare zitta, non mandare a quel paese l’interlocutore, trattenere un “abbello, te stai a ‘ncartà” che mi sfuggirebbe spontaneo, retaggio degli anni vissuti tra i romani. I discorsi sulla cittadinanza globale, soprattutto nel mondo della scuola e in quello - a volte parassitario - del mondo che le ruota attorno, mi fanno esattamente questo effetto. Sviluppo di competenze trasversali, sociali e civiche, promozione di percorsi di cittadinanza attiva, formazione di cittadini consapevoli e responsabili in una società moderna, connessa e interdipendente. Parole altisonanti che riempiono libri, siti, dichiarazioni di intenti, progetti istituzionali e del privato sociale. Parole che siamo talmente abituati a masticare, per parlare il linguaggio di chi abbiamo bisogno che ci finanzi o che ci ascolti, annuendo con condiscendenza o assentendo con convinzione, che non sappiamo più nemmeno che cosa significhino esattamente. O meglio, forse nel pentolone della teoria ne abbiamo fin troppa di materia grigia da cui pescare per parlarne ma… ma poi non abbiamo un quadro granché chiaro di cosa voglia dire, concretamente, praticarle. Lavorando con generazioni di adulti e di adolescenti che si muovono nel mondo dell’apprendimento - fuori o dentro la scuola - questo dato è esperienziale, ma sufficiente a sollevare molte perplessità.

Leggevo un articolo di qualche giorno fa che esordiva con una domanda: Se aveste una sola scelta, se vi chiedessero qual è IL problema dell’Italia, uno solo, cosa rispondereste?” Dai migranti alla burocrazia, dai costi della casta ai risultati elettorali alla disoccupazione, a pochi verrebbe in mente di dire: “la cultura”. Frequentando in questo periodo molti “luoghi della conoscenza” la sensazione è però questa - che in Italia se ne produca davvero molta e anche di alta qualità, ma non si riesca a diffonderla e a valorizzarla come meriterebbe. E non per mala volontà (non sempre almeno) di chi dovrebbe facilitarla e assecondarla, ma per qualche ragione più profonda probabilmente, che ha molto a che fare con la nostra (dis)abitudine a investire in cultura tempo, risorse economiche e umane, progettualità, fiducia. E nelle periferie, anche di una regione più fortunata di altre com’è quella in cui vivo, sono fenomeni espressi all’ennesima potenza.

Lasciamo stare che nel nostro Paese le persone “di cultura” siano più spesso che altrove irrise; lasciamo perdere il fatto che chi fa sfoggio di ignoranza abbia spesso più titolo di uno scienziato a parlare dal podio del sapere o dai troni degli opinionisti; lasciamo stare che alla ricerca tocchino le briciole dei finanziamenti e lasciamo stare che in tempi di crisi economica i tagli alla cultura abbiano subito una sforbiciata che neanche a potare le vigne ci si va così pesante. “Siamo ultimi in Europa - ultimi, lo ripetiamo - per percentuale di popolazione dai 25 ai 64 anni con in mano un titolo di studio terziario, vale a dire almeno una laurea, l’unico in cui i laureati sono il meno del 20% della popolazione. Dietro la Grecia e la Romania”. Il Rapporto sulla Conoscenza 2018 di ISTAT è un museo degli orrori dei risultati delle politiche degli ultimi anni, fatte di lauree che valgono meno della carta del formaggio della bottega sotto casa (se ancora esiste e non è stata soppiantata dalla GDO!) e di laureati che, per poter sperare che il proprio CV venga considerato, devono predisporsi a un demansionamento non solo controproducente perché non valorizza risorse esistenti, ma anche alquanto frustrante.

Prendiamo un esempio su tutti. Non leggiamo. O meglio, leggiamo trilioni di parole al giorno, ma prevalentemente in formato etichetta. Etichette dei flaconi di cui sono pieni scaffali e dispense, etichette nei tweet che limitano la nostra gamma di sfumature espressive, etichette in formato post-di-facebook, che ci allenano a un’attenzione discontinua, compressa, superficiale. Non ci appassioniamo più alle storie, a meno che non siano brevi storie social da condividere, taggare, commentare. Non osiamo nemmeno più, perché le idee più belle che vengono dal basso e da reti costruite tra le case e le strade rimangono in basso, ancora troppo deboli per essere sufficientemente pervasive. Non ci guardiamo nemmeno troppo attorno, perché se lo facessimo forse qualche buona idea potremmo copiarla. Per esempio quella della metropolitana di Pechino, che sulla linea 4 e sulla circolare 10 mette a disposizione dei passeggeri, direttamente dentro i propri vagoni, una biblioteca di audiolibri che si possono ascoltare direttamente dallo smartphone tramite un’apposita app. Quindi, diciamocelo, non serve essere nostalgici del profumo di pagine ingiallite per promuovere la cultura. Le nuove tecnologie ci permettono soluzioni per nulla amarcord, ma di grande impatto sociale, che chiamano in causa il nostro rapporto con il tempo, lo stress e la condivisione, che alimentano la voglia di avventure e approfondimento e che risultano tutto sommato non troppo complicate da gestire - e perfino gratuite, incluse nel biglietto della metro.

Come a dire… non servono chissà quante risorse per incentivare pratiche di cittadinanza, che si fondino sulla presa in carico di piccole abitudini volte a valorizzare la crescita culturale dei cittadini stessi. Insomma, quegli investimenti che le istituzioni vogliono fare su tutti i fronti tranne che su quello della formazione e attraverso la scuola, certo sarebbero invece auspicabili, ma forse nemmeno sempre indispensabili - per cambiare le cose probabilmente basta meno di quello che si possa pensare, ma una cosa sì è necessaria: la volontà. La volontà di modificare ciò che sembra dato per acquisito, ma anche la volontà di essere pronti perché queste modifiche si avverino, portando ciascuno di noi fuori da quella zona di comfort che ha ante pesanti come gli armadi di un tempo: è rassicur-ante, ma allo stesso tempo tremendamente limit-ante per la crescita di una comunità sana.

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale, con particolare attenzione a tutela ambientale, sovranità alimentare, stili di vita sostenibili ed educazione.

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