Sudan: il dramma nel silenzio

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Profughi sudanesi - da Peace Reporter

Fatima sognava a occhi aperti il figlio che aveva in grembo. Sarebbe nato nel villaggio di Mabrouka, al confine tra Ciad e Sudan. Una terra desolata, senza legge né giustizia. Una terra di nessuno. Ma almeno quel bambino sarebbe stato suo. Una mattina di pochi giorni fa, un gruppo di miliziani sudanesi ha fatto irruzione nella capanna dove viveva con la famiglia. "Vieni con noi", le hanno detto, puntandole contro i mitra. "No", ha risposto Fatima decisa. Pochi istanti dopo, un proiettile le è entrato nel ventre, portandosi via il suo sogno di giovane madre e lasciandole solo la forza di raccontare l'accaduto con un filo di voce.

A pochi chilometri dal letto di Fatima, sempre in territorio ciadiano, 130mila profughi sudanesi si ammassano nelle tendopoli di Tine, Birak e Iriba. Gli occhi infossati, gli zigomi pronunciati e i corpi sempre più esili testimoniano lo spettro di una fame che avanza giorno dopo giorno. E raccontano il terrore di essere attaccati dalle bande armate della janjaweed provenienti dal Sudan, a detta di molti appoggiate dal governo centrale di Khartoum.

Ma quello che più colpisce queste decine di migliaia di famiglie senza un futuro è il silenzio che le circonda. Pochi conoscono la loro storia, i giornali stranieri non dedicano che qualche raro trafiletto al loro dramma. Non possono tornare a casa, in Sudan, perché ognuno di loro ha un parente che ha provato a farlo e non è mai arrivato. Dai paesi vicini non arrivano aiuti. Neanche medicinali e generi alimentari portati dalle poche organizzazioni non governative internazionali nella zona bastano per tutti.

"Siamo a pochi passi da un disastro umanitario" - racconta dal Ciad orientale un operatore umanitario che chiede l'anonimato per sé e per la sua organizzazione per "motivi di sicurezza". "Un mese fa, in ogni campo profughi in cui operiamo trattavamo tre casi di bambini malnutriti alla settimana. Oggi arriviamo a venticinque casi. Le tendopoli che abbiamo allestito possono contenere seimila persone al massimo. Ma in ognuna ce ne sono almeno 12mila. Questo stravolge i nostri piani di aiuti alimentari. Non riusciamo a sfamare tutti e nemmeno ad allestire nuovi servizi. Nelle ultime settimane si sono moltiplicati i casi di violenti attacchi di dissenteria, che rischiano di generare epidemie alle quali non siamo preparati. In uno dei campi c'è una latrina per quattrocento persone". "Ma il vero dramma di questa gente - continua l'operatore umanitario - è che non può nemmeno soffrire la fame e le malattie in pace. I miliziani sudanesi della janjaweed li attendono al confine per farli fuori".

Dal Darfur e dalle tendopoli del vicino Ciad continuano ad arrivare storie di sangue, a dispetto del cessate il fuoco firmato tra governo sudanese e ribelli dello Slm (Sudanese liberation army) e del Jem (Justice and equality movement) lo scorso 8 aprile. Storie come quella di Fatima e come quella raccontata dall'associazione Soat (Sudanese organization against torture) di Nour Eldin. L'uomo sarebbe stato arrestato pochi giorni fa dalle autorità sudanesi per aver rivelato ad alcuni osservatori internazionali di aver visto alcune fosse comuni nei pressi di un villaggio del Darfur.

Il governo sudanese filo-arabo del presidente Omar al-Bashir è, secondo i rappresentanti delle popolazioni Fur, Zaghawa e Massalit, delle organizzazioni locali e internazionali, il responsabile dei 130mila profughi in Ciad e del milione di sfollati che hanno abbandonato i campi e le capanne, di quello che in molti ormai chiamano "genocidio della popolazione nera".

"C'è una situazione di emergenza nel Darfur, che va risolta il prima possibile" - commenta Ahmed Bilal Osman, ministro della Sanità del governo sudanese di al-Bashir. "Ma non c'è nessun genocidio in atto. E' un'esagerazione dei media, una strumentalizzazione. Il governo di Khartoum non ha alcun legame con la janjaweed e con i predoni del deserto che uccidono in Darfur e oltre il confine con il Ciad. Si tratta di una guerra nata dall'odio tribale delle popolazioni che vi abitano, che ha generato un massiccio esodo di profughi e di sfollati. Noi, piuttosto, stiamo cercando di creare delle infrastrutture adeguate per quando torneranno a casa. E speriamo che questo avvenga prima della stagione delle piogge, a luglio. Sarà allora che la popolazione potrà coltivare i campi e ritrovare nell'agricoltura una via di scampo alla fame e alle carestie".

Ma contro le dichiarazioni di Osman e dei politici sudanesi ci sono centinaia, migliaia di voci anonime, provenienti dalle lande desolate al confine con il Sudan, dove a volte il silenzio è rotto da improvvisi colpi di mitra e dal motore di jeep con a bordo uomini dal volto coperto. Uomini che, nelle loro scorribande omicide, hanno lasciato indizi che conducono inevitabilmente a Khartoum e ai suoi uffici governativi. Intanto, in Ciad, 130mila affamati sperano che qualcuno si ricordi di loro.

di Pablo Trincia da Peace Reporter

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