Sudafrica ed elezioni: vince (ma cala) l'Anc

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Il presidente Cyril Ramaphosa - Foto: Nena-news.it

Ha vinto ottenendo il suo risultato elettorale peggiore degli ultimi 25 anni. E’questo il primo dato che emerge dalle elezioni sudafricane tenutesi lo scorso mercoledì. Con tutti i voti contati, infatti, il partito di governo Anc (African National Congress), fondato da Nelson Mandela e che guida la scena politica locale da quando è stata annunciata la fine dell’apartheid nel 1994, ha ottenuto il 57,5% dei voti registrando un calo del 4,5% rispetto alle passate elezioni del 2014. 

Il secondo dato interessante del voto sudafricano è che l’affluenza alle urne ha registrato un calo netto rispetto a cinque anni fa passando dal 74% del 2014 al 62% attuale. A tal riguardo, c’è soprattutto da sottolineare che circa 6 milioni di giovani appartenenti alla cosiddetta generazione dei “Nati liberi” (coloro che non hanno conosciuto l’Apartheid) ha deciso di non registrarsi per il voto.

Secondo gli analisti, la minore partecipazione al voto riflette la disillusione di molti cittadini verso la politica soprattutto in seguito agli scandali di corruzione che hanno riguardato l’Anc e che hanno travolto l’ex presidente Jacob Zuma al punto da costringerlo a dimettersi nel 2017. Non sono bastate le parole rassicuranti del presidente Cyril Ramaphosa di “ripulire il marcio”, né tanto meno le sue scuse ai sudafricani per poter far riacquistare all’Anc la credibilità che negli ultimi anni ha perso. Festeggiando il risultato elettorale ottenuto, Ramaphosa ha affermato che il voto gli dà “un mandato stabile per costruire un Sud Africa migliore e per tutti”. Nel frattempo, il presidente farebbe bene a guardarsi alle spalle: prima di tutto dagli alleati di Zuma presenti nel suo stesso partito che provano dall’interno a indebolirlo per poi defenestrarlo. Un piano che se dovesse realizzarsi, riferiscono gli osservatori, potrebbe indebolire ulteriormente l’economia nazionale già in difficoltà.

Nonostante le difficoltà incontrate, scrive l’analista Karima Brown, proprio l’immagine che Ramaphosa si è voluto costruire di leader onesto che lotta la corruzione ha marcato “una distanza dall’ex presidente [Zuma]”, permettendogli così di arginare lo scontato calo di consensi dell’Anc. Non pochi commentatori, infatti, hanno affermato che con una guida diversa da quella di Ramaphosa – ex leader sindacale e poi miliardario subentrato a Zuma nel dicembre del 2017 alla guida del partito e poco dopo alla presidenza del Paese – l’Anc avrebbe subito perdite molto più gravi. Non è dello stesso avviso il Segretario generale dell’Anc, Ace Magashule, (ritenuto leader della fazione opposta a Ramaphosa) che ha dichiarato che la “vittoria” non può essere attribuita solo al presidente.

Quel che appare evidente è che il “successo” proclamato dalla leadership dell’Anc è quanto meno discutibile visto il calo di voti che il partito ha registrato anche nell’hub economico del Paese, la provincia di Gaunteng che include anche Johannesburg e la capitale Pretoria, dove ha ottenuto poco più del 50% dei voti. Un dato che contrasta con quelli più positivi del passato.

Quel che emerge chiaramente dalle elezioni di mercoledì è che gli scandali di corruzione dell’Anc, l’alto tasso di disoccupazione (27%) e gli scarsi servizi di base per la popolazione povera hanno fatto aumentare i consensi del principale partito di sinistra. Se la forza liberal-conservatrice Alleanza democratica (Da) arretra leggermente passando dal 22,2% del 2014 al 20,7%, è la sinistra con l’Economic Freedom Fighters (Eff), alla sua seconda partecipazione alle elezioni, a registrare un aumento di 4 punti percentuali (10,7% rispetto al 6,3% di 5 anni fa). L’Eff ha vinto il sostegno soprattutto dei giovani che chiedono da tempo una maggiore spartizione della ricchezza della minoranza bianca. Il partito ha anche promesso di espropriare la terra dei bianchi senza dare loro alcuna compensazione e di nazionalizzare miniere e banche. Nati nel 2013 da una costola dell’Anc dopo l’espulsione del leader della sua Lega giovanile Julius Malema, l’Eff è riuscito ad approfittare degli scandali di Zuma e soprattutto della sua incapacità di fornire risposte politiche concrete alle fasce più povere della popolazione che, al di là della retorica ufficiale della “fine dell’apartheid”, restano nei fatti ancora segretate. Gli Economic Freedom Fighters sono gli unici a crescere in tutte e 9 le province sudafricane e in 3 di queste superano la Da posizionandosi solo alle spalle dell’Anc.

Dopo l’exploit delle amministrative del 2015 in cui aveva battuto l’African National Congress a Johannesburg e Pretoria, la Da di Maimane si conferma la seconda forza del Paese attestandosi soprattutto nella sua provincia-roccaforte del Capo occidentale dove conquista oltre il 55% delle preferenze. Ma il dato qui resta un’eccezione perché altrove non cresce o addirittura cala. La destra moderata afrikaner sembra aver scelto il Freedom Front Plus (Vf+) che raddoppia i consensi diventando il quinto partito con il suo 2%.

Chiusi i seggi, il passo successivo sarà l’elezione del capo dello stato. In Sud Africa, presidente e parlamento non sono eletti direttamente. Il numero dei voti vinti da ciascun partito determina quanti rappresentanti faranno parte dell’Assemblea nazionale con i suoi 400 seggi. Il capo dello stato è il leader del partito che ottiene maggiori voti: in pratica il presidente sarà Ramaphosa. L’Anc ha vinto 230 seggi, la Da 84 e gli Eff 44. Sono stati 48 i partiti che si sono presentati alle elezioni, 35 di questi hanno protestato contro il sistema elettorale sudafricano. 

Da Nena-news.it

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