Spreco alimentare: dallo scarto alla condivisione

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Foto: foodnotbombs

Se volessimo “monetizzare” lo spreco alimentare in Italia, potremmo dire che ogni anno viene “gettato via” quasi l’1% della ricchezza del Paese: lo spreco, infatti, “vale” 15,5 miliardi di euro, pari allo 0,94% del PIL. Lo spreco alimentare parte già sul campo: si tratta del cibo che non viene raccolto perché sarebbe troppo costoso, per il produttore, rispetto al ricavo della vendita sul mercato. Restano così incolte frutta e verdura per un valore di circa 946 milioni di euro. Lo spreco passa poi alla produzione industriale (circa 1 miliardo di euro) e nella distribuzione (quasi 1 miliardo e mezzo di euro). Il resto, pari a quasi 12 miliardi di euro, è lo spreco domestico. Sono i dati che emergono dai test “Diari di Famiglia” eseguiti dal Ministero dell’Ambiente con il Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agroalimentari dell’Università di Bologna e SWG, nell’ambito del progetto Reduce 2017 e della Campagna europea di sensibilizzazione “Spreco Zero” promossa da Last Minute Market. La Campagna nasce nel 2010 in Italia con l’obiettivo di fornire contenuti e spinta alla Risoluzione del Parlamento Europeo del 19 gennaio 2012, unico atto istituzionale europeo sulla questione.

Il Parlamento Europeo denuncia tutte una serie di pratiche commerciali ingiuste che trovano ragione d’essere in una concentrazione produttiva sempre maggiore che finisce per minare alla base la competitività e, in fin dei conti, gli interessi dei consumatori europei, che non beneficiano di costi più bassi e vedono ristretta la scelta di prodotti di qualità. Infatti la relazione del Parlamento Europeo denuncia “il deterioramento in termini di varietà dei prodotti, patrimonio culturale, punti vendita al dettaglio, posti di lavoro e mezzi di sussistenza” e sottolinea “la situazione reddituale degli agricoltori, in continuo peggioramento” tale da indurre “molti di loro ad abbandonare le campagne”. L’ammonimento del Parlamento Europeo è di operare sugli squilibri della filiera alimentare, sostituendo ai rapporti di forza, rapporti di collaborazione: “La politica europea deve consentire alle aziende agricole di piccole e medie dimensioni, comprese quelle a conduzione familiare, di avere un reddito ragionevole, di produrre alimenti in quantità sufficiente e di qualità adeguata a prezzi accessibili”. 

Lo spreco alimentare, quindi, trova parte delle sue cause negli squilibri della filiera. Ma noi consumatori cosa possiamo fare nel concreto? Possiamo cambiare i nostri consumi dato che, come ci dicono i dati sopracitati, oltre il 50 per cento di tutto lo spreco alimentare è concentrato nelle nostre case, e partecipare alle tante iniziative promosse da gruppi e associazioni nelle nostre città per recuperare del cibo che andrebbe altrimenti sprecato. Sul piano istituzionale, corre in aiuto la recente legge Gadda del 19 agosto 2016, semplificando le procedure per la donazione del surplus di cibo attraverso incentivi fiscali per chi dona il cibo ad enti caritatevoli, ma anche intervenendo sul tema delle etichette (si pensi alla differenza spesso poco chiara al consumatore tra “scade il” e “consumarsi preferibilmente entro”).

Il tema dello spreco alimentare è all’attenzione di tanti e in questo contesto, un’iniziativa attiva dal basso, promossa dai cittadini in varie città del mondo tra cui, in Italia, a Torino, è “Food not Bombs” dove la lotta allo spreco alimentare va di pari passo con la relazione umana e l’aiuto ai senzatetto della città. Il gruppo di Torino “Food not Bombs” recupera il cibo invenduto in alcuni mercati orto-frutticoli della città, poi si occupa della cucina e della distribuzione dei pasti alle persone senza fissa dimora. Elena, del gruppo di Torino, racconta: «Nel 2016, un amico rientrato da Budapest dove era attivo in un gruppo locale Food not Bombs, mi ha parlato di questa iniziativa e abbiamo deciso di attivarci anche qui per chi, nella mia città, proprio di fianco a me, non ha né cibo né casa. Siamo un gruppo informale dove l’impegno si accompagna alla socialità, all’amicizia, allo stare insieme. Ognuno è libero di decidere quanto e come partecipare: questo è il nostro punto di forza. Le partecipazioni aumentano, abbiamo iniziato in cinque e oggi siamo una cinquantina. Tra di noi c’è chi va a recuperare il cibo al mercato, chi cucina, chi fa la distribuzione dei pasti, chi resta nei locali a pulire e riordinare. Questo approccio libero e informale lo adottiamo anche nei dormitori e sulla strada, nei confronti delle persone che vogliamo aiutare e che coinvolgiamo, se lo desiderano, come membri del gruppo e come amici con cui condividere momenti di convivialità e di festa. Non è sempre facile, queste persone hanno perso tutto e molte di loro anche la speranza. Credo che la povertà sia una cosa che capita. Potrebbe capitare a chiunque di noi, questo però non toglie dignità».

I volontari di Food not Bombs portano pasti caldi nei dormitori e, armati di bicicletta, fanno il giro di alcune zone della città per intercettare chi non ha trovato un posto in dormitorio e passerà la notte sulla strada. Marius, un giovane di 27 anni si è unito a loro da senzatetto ed oggi, grazie al suo coraggio e ad un percorso attivato con i servizi sociali, ha un alloggio ed un percorso d’inserimento lavorativo: «In dormitorio ho conosciuto il gruppo Food Not Bombs, con cui da quasi due anni faccio il volontario. Oltre che una bella esperienza, per me è stata una spinta in più ad andare avanti». Ogni due domeniche al mese, i volontari di Food not Bombs servono 150 pasti, ridando al cibo così recuperato dallo spreco il suo valore di bene comune, di condivisione e convivialità. 

Lia Curcio

Sono da sempre interessata alle questioni globali, amo viaggiare e conoscere culture diverse, mi appassionano le persone e le loro storie di vita in Italia e nel mondo. Anche per questo, lavoro nella cooperazione internazionale con il ruolo di comunicazione ed ufficio stampa per una Ong italiana. Parallelamente, mi occupo di progettazione in ambito educativo, interculturale e di sviluppo umano. Credo che i media abbiano una grande responsabilità culturale nel fare informazione e per questo ho scelto Unimondo: mi piacerebbe instillare curiosità, intuizioni e domande oltre il racconto, spesso stereotipato, del mondo di oggi.

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