Se i grandi carnivori sono alleati preziosi per la conservazione delle specie

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​“Wenn er kommt, dann schießen wir” - Quando arriva, gli spariamo. È il titolo del documentario di Jona Salcher e Luigjina Shkupa (Italia/Germania 2019) il riassunto perfetto dell’esasperazione dilagante nelle regioni alpine in cui i grandi carnivori (in questo caso il lupo) sono tornati spontaneamente a popolare il territorio o sono stati conservati grazie anche a rilasci nell’ambito di progetti europei transnazionali (come per esempio nel caso dell’orso e della lince). In effetti, la presenza di questi mammiferiapre difficoltà e contraddizionie, come in tempi di mondiali di calcio, tutti diventano allenat… Ops, zoologi e forestali.

Il documentario, presentato al 67° Trento Film Festival da poco conclusosi a Trento, si apre in realtà con una domanda: per quanto l’uomo sia testardo e convinto di non volere il lupo, sarà davvero possibile non immaginarsi nuove soluzioni di convivenza? La questione, pur mantenendo la forma grammaticale dell'interrogativo, contiene già la propria naturale risposta, a dispetto del titolo. È evidente come sia necessario relazionarsi a queste presenze “scomode” non solo alla luce di una prospettiva temporale, ma anche considerando il diverso grado di antropizzazione dei nostri territori. È però altrettanto necessario spingersi oltre i confini che determinano i nostri recinti, fisici o mentali che siano, e provare a espandere la riflessione su una scala un pochino più ampia. Globale.

Di particolare interesse in questo senso la posizione del professor Claudio Sillero, responsabile del gruppo dei Canidi della Commissione per la Sopravvivenza delle Specie della IUCN (l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura) che, in un recente intervento pubblicato sul loro sito, chiarisce il rapporto tra comunicazione e realtà rispetto ai grandi carnivori, definiti come “specie ombrello”, in grado di moltiplicare gli impatti delle azioni di conservazione per uno spettro molto più ampio di specie viventi.

Ma facciamo un passo indietro e partiamo dalle parole che, a maggior ragione su temi tanto delicati, sono importanti: termini come specie “ombrello” e “ammiraglia” sono molto comuni nel mondo della tutela ambientale, ma sono ancora nebulosi per la maggioranza delle persone. Ecco perché, in un momento storico in cui occorre potenziare il fundraising per la conservazione e diffondere informazioni scientifiche a tampone della strumentalizzazione imperante, occorre parlar chiaro. Essere compresi per essere sostenuti. Le specie in cima alla catena alimentare sono più rare e la loro scomparsa potrebbe avere effetti non così ovvi: ma i grandi carnivori sono il fulcro di molte azioni di conservazione. Perché? 

Proteggere le “specie ombrello” significa proteggere anche un ampio numero di specie che coesistono nello stesso habitat, che possono essere meno conosciute e quindi più difficili da intercettare attraverso azioni di tutela (si pensi per esempio alle iene o ai ghepardi). Sono dunque specie chiave, il cui benessere è vitale per il funzionamento di un’intera comunità. D’altro canto, le “specie ammiraglie” hanno un certo appeal a livello mediatico e posseggono caratteristiche che le rendono focus perfetti per ottenere sostegno e per comunicare tutte le più gravi preoccupazioni per la loro sopravvivenza (tigri, panda, orsi polari e leoni ne sanno qualcosa). 

Aspetto chiave della tutela dei grandi carnivori è quindi il concetto di “cascata trofica”, ovvero il legame che esiste tra la loro presenza e la rete alimentare di tutto quell’habitat, che coinvolge anche erbivori e piante: un cambiamento nelle condizioni delle “specie ombrello” provoca effetti domino su tutto l’ecosistema circostante, determinando in maniera diretta o indiretta un mutamento nella presenza di carnivori di medie dimensioni, la modifica delle stesse abitudini umane e destabilizzando anche l’equilibrio di un ecosistema già di per sé fragile (predati e predatori scelgono le zone dove nutrirsi in base alla presenza di cibo, e questo ha conseguenze sullo sviluppo della vegetazione che, per alcune specie, è fonte primaria di sussistenza).

Ecco dunque la necessità di affrontare la questione, anche sui nostri territori, intraprendendo azioni lungimiranti volte alla gestione di una convivenza essenziale e possibile all'interno dei confini della legalità (si ricorda che il lupo è una specie protetta e il suo abbattimento rientra tra i reati penali). “Nella ricerca dell’equilibrio tra grandi carnivori e uomo è richiesto un "sacrifico" a entrambi: all’uomo in termini di maggiori costi e oneri di custodia del bestiame e di altri beni (p. es.gli alveari), ai carnivori in relazione al fatto che gli animali più irrimediabilmente problematici dovranno essere eliminati, per garantire un minimo di accettazione sociale a beneficio di tutti gli altri esemplari. Tutte le esperienze robuste che conosciamo in Europa indicano che la duplice via per l’equilibrio è questa”, ci dice il dott. Claudio Groff, coordinatore del settore Grandi Carnivori della Provincia Autonoma di Trento, che abbiamo sentito per un parere.

Preziosa però è anche la riflessione di Brigitte Foppa, consigliera dei Verdi nel Consiglio della Provincia autonoma di Bolzano, che allaccia un paragone apparentemente sopra le righe con il tema delle migrazioniEntrambe le tematiche, spinose per ragioni molto diverse, mettono in luce temi analoghi nel considerare l'evoluzione di una società: il cambiamento sociale, la fuga e la paura stessa per il cambiamento, che si traduce nella paura di perdere il controllo, nel desiderio di tornare rapidamente a un mondo di cui disporre.

Vero è che, come in molte cose, per avere solide basi decisionali più di tutto valgono i dati: se parliamo per esempio di lupo, i numeri in coda al documentario citato sono significativi (fonte l’Ufficio caccia e pesca della Provincia autonoma di Bolzano, ottobre 2018): nelle aree di confine tra Alto Adige e Trentino vivono solo 2 branchi di lupi, le cui vittime nel 2018 sono state 8 pecore, 43 agnelli e 3 capre, su un totale di 91.841 capi (tra pecore e capre) che vivono in Alto Adige. È davvero un problema di ordine pubblico? È davvero così difficile immaginare una convivenza che salvaguardi l’ecosistema di cui noi stessi siamo parte?

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale. Collabora regolarmente con realtà che si occupano in particolare di divulgazione ambientale, aree protette e sviluppo sostenibile.

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