Quella solitudine “nemica” dell’anziano (e di tutta la società)

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Foto:  Pixabay.com

Non tutte le solitudini sono uguali. C’è quella ricercata, perfino beata, ma c’è anche quella non voluta, subita, e quella che uccide. A esserne colpiti sono soprattutto gli anziani, per i quali la solitudine può avere effetti devastanti. “Chi è solo muore prima, è a maggior rischio di malattie, in particolare aumenta del 30% il rischio di demenza” spiega il presidente dell’AIP (Associazione Italiana Psicogeriatria), Marco Trabucchi, durante la presentazione alla stampa del convegno intitolato “Nemica solitudine - Analisi e proposte per vincere la solitudine dell’anziano” che si terrà oggi a Padova, promosso dall’AIP e dal Centro Studi Alvise Cornaro. Una data speciale il 15 novembre, in cui si è scelto di indire la Giornata Nazionale dedicata a questo tema, e in cui si confronteranno aree della conoscenza che vanno da quella biologica a quella clinico-psicologica, nonché del mondo della filosofia, della storia, delle arti, della sociologia. “Proprio perché non si tratta solo di un problema di isolamento fisico, è giunto il momento di porre l’accento sulla qualità della solitudine, che può significare anche il sentirsi soli anche in mezzo alla gente, il vivere sentendosi non capiti dagli altri, sentendosi esclusi – spiega Diego De Leo, psichiatra di fama internazionale, tra i maggiori esperti al mondo nel campo della prevenzione suicidaria – Stiamo cercando di aprire un filone nuovo di ricerca che in realtà è molto recente”. 

Secondo gli studiosi, infatti, bisogna stare molto attenti a non confondere la solitudine con l’isolamento sociale. “La prima è la percezione del soggetto di non avere dei rapporti soddisfacenti con la famiglia, gli amici, con la società in generale” afferma l’epidemiologa Stefania Maggi, ricercatrice del Cnr e presidente della Società europea di Geriatria, che fornisce alcuni dati: “In Italia l’Istat ci dice che il 44% degli ultrasessantacinquenni vive solo con il coniuge, senza figli in casa. Un altro 29% vive da solo”. Tra loro – per fortuna – non tutti soffrono infatti di solitudine. Al contrario, questa può essere esperita anche da chi solo non è, come ad esempio coloro che vivono nelle residenze per anziani. E i motivi possono essere i più diversi, tutti da studiare e analizzare per poi cominciare a trovare delle soluzioni. Maggi cita ad esempio una ricerca condotta dal Centro Studi Alvise Cornaro in una casa di residenza a Padova, pure definita tra le migliori in termini di offerta, attività e di rapporti intergenerazionali: “Circa il 70% degli ospiti che abbiamo esaminato ha disturbi sensoriali molto importanti, sia di vista sia di udito. Questo campione tende a isolarsi e a non partecipare alle attività, perché non capire e non vedere diventa per loro un problema. Ecco un altro aspetto della solitudine che di solito non viene considerato”. 

Sono soprattutto il Nord Europa e gli Stati Uniti ad aver portato avanti per primi questo tipo di studi, con dati importanti anche sull’associazione tra la solitudine e lo sviluppo di patologie importanti. “Scopriamo ad esempio che la malattia cardiovascolare aumenta del 15% nei soggetti che riferiscono di soffrire di solitudine, in un arco di 5-6 anni – continua Maggi –. Si riscontra poi il 20% in più di diabete, il 15% in più di sintomatologia depressiva, il 26% in più di emicrania. E la mortalità raddoppia”. Una prospettiva preoccupante, se pensiamo anche alle più recenti proiezioni dell’Istat per il nostro Paese: ci dicono, infatti, che nel 2050 ci saranno due milioni e mezzo di italiani in meno, mentre gli over 65, che oggi sono un quarto della popolazione, diventeranno più di un terzo. Saranno infatti 20 milioni, di cui oltre 4 milioni avranno più di 85 anni. Ancora, nei prossimi dieci anni 8 milioni di anziani avranno almeno una malattia cronica grave come ipertensione, diabete, demenza, malattie cardiovascolari e respiratorie. L’Istat la definisce “una bomba demografica che sta per scoppiare, con il rischio di far diventare il nostro Paese un ‘ospizio disorganizzato’”, probabilmente impossibile da sostenere a livello sociale ed economico. Inutile dire che la solitudine entra di prepotenza in questo scenario di un paese che invecchia a livello esponenziale: conoscerla e contrastarla nelle sue diverse sfaccettature può contribuire alla costruzione di un futuro diverso, e forse migliore.

“La solitudine è nemica della vita, cancella la salute e ha costi elevati” commenta ancora il presidente dell’AIP, Marco Trabucchi. Un problema che coinvolge l’intera comunità e le istituzioni, che pure dovrebbero rispondere con degli impegni pratici: “Penso al problema sicurezza, che unito a quello dei trasporti contribuisce a segregare l’anziano in casa, aumentando l’isolamento. Alla mancanza di luoghi di aggregazione, così come alla carenza delle strutture socio-sanitarie. In alcune regioni d’Italia va peggio che in altre”. Trabucchi cita anche alcune aggravanti come il rapporto tra solitudine e povertà – “le persone povere spesso non hanno quel minimo di strumenti per difendersi dalla solitudine: non hanno soldi, relazioni sociali, contatti, cultura per trovare delle risposte” – o il rapporto tra la solitudine e la disabilità, con i benefici/pericoli rappresentati dalle nuove tecnologie, dalla robotica e dall’intelligenza artificiale. “In Italia non abbiamo fatto sufficiente ricerca, ma ci sono spunti importanti che ci suggeriscono di guardare alla solitudine come un problema della popolazione in generale, a cominciare dagli adolescenti, altra categoria colpita fortemente dal fenomeno” spiega l’epidemiologa Stefania Maggi, che ricorda come proprio questi ragazzi saranno gli anziani di domani. In un presente in cui la concezione di famiglia e delle relazioni si è un po’ disgregata, la persona anziana vive il disagio delle aspettative deluse, mentre l’adolescente ne sperimenta l’assenza: due solitudini interconnesse, altro tassello di un puzzle ancora tutto da studiare e conoscere. Il convegno di oggi, dal taglio inedito e multidisciplinare, rappresenta uno dei primi passi in questa direzione. 

Anna Toro

Laureata in filosofia e giornalista professionista dal 2008, divide attualmente le sue attività giornalistiche tra Unimondo (con cui collabora dal 2012) e la redazione di Osservatorio Iraq, dove si occupa di Afghanistan, Golfo, musica e Med Generation. In passato ha lavorato per diverse testate locali nella sua Sardegna, occupandosi di cronaca, con una pausa di un anno a Londra dove ha conseguito un diploma postlaurea, sempre in giornalismo. Nel 2010 si trasferisce definitivamente a Roma, città che adora, pur col suo caos e le sue contraddizioni. Proprio dalla Capitale trae la maggior parte degli spunti per i suoi articoli su Unimondo, principalmente su tematiche sociali, ambientali e di genere. 

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