Quando la prevenzione inizia ancora prima della nascita

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Foto: Ansa.it

I genitori di oggi sono la prima generazione che deve affrontare le sfide delle tecnologie digitali: non ci sono modelli a cui rifarsi, c'è poca consapevolezza delle implicazioni nel loro utilizzo e spesso anche i genitori per primi faticano a darsi un limite. Da questo punto di vista se lavorare con i neogenitori o addirittura i genitori in attesa può sembrare assurdo, alla luce di questa premessa ci rendiamo conto invece di quanto sia necessario.

Un punto di riferimento in questo senso è il Centro per la Salute del Bambino di Trieste, il primo in Italia a realizzare degli studi su tecnologie digitali, genitori e bambini. Il referente è il dott. Tamburlini, pediatra. Circa 2-3 anni fa ha pubblicato una ricerca coinvolgendo 1.350 famiglie in tutta Italia: ne è emerso che oltre un terzo dei genitori con bambini al di sotto di 12 mesi utilizzavano dispositivi digitali per tenere buoni i figli- un po' come si faceva una volta con la televisione, solo che in età molto più precoce. Ed è proprio il dott. Taburlini a sottolineare una serie di conseguenze negative nell'uso delle tecnologie con i bambini piccoli partendo da dei disturbi che possono essere anche fisici, come quelli legati alla sedentarietà (obesità, diabete, disturbi visivi), oppure disturbi legati alla termoregolazione o alle onde elettromagnetiche ma anche visivi, del sonno, difficoltà di concentrazione, deficit di attenzione, memoria. 

Il danno peggiore? La riduzione del tempo di interazione tra genitore e bambino” – afferma Maddalena Franzoi, responsabile del Punto Famiglie dell'associazione Auto Mutuo Aiuto di Trento che lavora in questo ambito. “Non solo perché genitori e bambini trascorrono piùtempo davanti allo schermo e meno ad interagire tra loro; ma anche perché la relazione spesso viene mediata dallo schermo: ad esempio, si va da qualche parte ed il genitore scatta delle foto o fa dei video. Oppure si va in uno spazio di gioco ed io guardo il mio telefono, perdendomi cosa sta facendo il mio bambino e non solo: mi perdo anche la ricerca che il mio bambino fa del mio sguardo di conferma. I bambini guardano tantissimo il genitore quando esplorano, perché hanno bisogno che lui o lei gli faccia capire che va tutto bene. Se il bambino cerca lo sguardo del genitore e questo è da un'altra parte; e questo si ripete in maniera regolare allora gli effetti sulla relazione si fanno sentire”. Anche le connessioni neuronali all'interno del cervello del bambino si costruiscono attraverso le interazioni con le figure significative; secondo gli studi sono i primi 1000 giorni di vita (calcolati dal momento della fecondazione, quindi fino ai 2 anni circa di età) ad essere fondamentali. Nel momento in cui queste interazioni si riducono in quantità e qualità viene compromesso in maniera irreversibile lo sviluppo di alcuni elementi della mente del bambino. 

Proprio per questo la prevenzione è un fattore cruciale: oggi sempre di più si sta cercando di lavorare a monte, anche grazie al programma “Genitori più” (varato lo scorso anno) che prevede l'attivazione del sistema di sorveglianza sui determinanti di salute nella prima infanzia ed è promosso dal Ministero della Salute. Il sistema è basato sul monitoraggio di alcuni aspetti che vengono ritenuti fondamentali per la salute tra i bambini di 0-2 anni.  

L'esordio nelle tecnologie digitali effettivamente è sempre più precoce, perché già a 6-8 mesi sono al ristorante col telefono” - riporta Miriam Vanzetta, responsabile progetto gioco d'azzardo di AMA. “Quindi se hai questo tipo di abitudine da quando sei nato e quando inizi ad avere 5, 6, 7 anni e ti mettono a disposizione o il tablet o lo smartphone puoi iniziare anche a giocare. Quando arrivi a 10, 11 anni internet ed i videogiochi possono essere già un'abitudine consolidata.In più c'è questo meccanismo perverso per cui ti mettono in mano il telefono a 6 mesi poi quando hai 13 anni all'improvviso vogliono darti delle regole e te lo tolgono dicendo che lo hai sempre in mano”. 

Di certo non si tratta di demonizzare le tecnologie,ma di essere consapevoli sul loro utilizzo; l'altro aspetto essenziale èattivare delle alternative di comportamento. 

Lalettura precoce è una di queste possibilità. Evidenze scientifiche mostrano infatti come la lettura a bambini fin da pochi mesi favorisca in modo importante lo sviluppo della mente. Per questo è nato il programma “Nati per Leggere”, che promuove la lettura precoce ai bambini sia per i risvolti cognitivi che relazionali; nelle biblioteche di tutta Italia è possibile chiedere e trovare lo scaffale dedicato, dove i genitori possono visionare dei testi selezionati e di qualità. Un'altra alternativa può essere la dimensione di movimento e sport, che hanno valore non solo come strumenti di prevenzione nello sviluppo di dipendenze, ma aiutano lo sviluppo fisico e creano opportunità di relazione. L'idea è di far sperimentare ai bambini un ventaglio di attività alternative alle tecnologie, in modo che sia più difficile che sviluppino una qualche dipendenza in futuro.

Ma a che età i bambini hanno il cellulare? “Dipende” - prosegue Maddalena. “Ci sono anche bambini alle elementari - poi è vero che abbiamo tanti strumenti per limitarne l'uso. Anche solo definire delle regole, ad esempio: di notte lo smartphone è spento e non è in camera tua. A tavola non si guarda il telefono. Mentre studi il telefono rimane in un'altra stanza. Una delle fatiche più grandi che vediamo nei genitori di oggi è proprio quella di mettere dei limiti. Se questo è un punto debole con le nuove tecnologie siamo fritti, perchè se non metti confini diventano assorbenti al 100%. Poi questo è un discorso legato ai modelli educativi: forse siamo passati da un'educazione più autoritaria e normativa ad un'educazione affettiva, con un forte sbilanciamento sulla parte relazionale ed un grande investimento verso i bisogni del bambino, anche emotivi. Magari la generazione prima non aveva molto in mente questi aspetti; invece adesso è venuta meno la funziona di mettere dei confini che è assolutamente necessaria perché il confine stabilisce uno spazio di libertà. Io dentro quel confine sono libero. Se invece non so mai qual è il confine sono disorientato: la libertà non è non avere paletti. Non è che se ti metto dei limiti è perché non ti voglio bene, spesso i genitori hanno questa sensazione. La frustrazione fa parte della nostra gamma di esperienze e tanto meglio sperimentarla in un contesto protetto e amorevole come quello della famiglia, anche perché prima o poi la sperimenterai fuori. Bisogna trovare una sintesi tra i due modelli educativi, una cosa non esclude l'altra”.

Novella Benedetti

Classe 1980 - in Italia ha vissuto tra Trento e Trieste, all'estero si è divisa tra Americhe (Stati Uniti, Colombia, Argentina, Cile, Costa Rica) ed Europa (Scozia, Irlanda, Paesi Baschi, Kosovo, Germania). La sua passione sono le lingue come strumento per entrare in contatto con l'altro; di mestiere è coach e formatrice, lavora a vario titolo nel terzo settore e dal 2014 è giornalista pubblicista. Ha realizzato anche vari lavori video, tra cui "Non si può vivere senza una giacchetta lilla", proiettato al Trento Film Festival.

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