Quando la multinazionale investe in sostenibilità

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Nestlé - Foto: Ticonsiglio.com

La più virtuosa? Nestlé. E ci tiene a farlo sapere: “Nestlé ha mantenuto la prima posizione e ha ottenuto un punteggio di 8 su 10”, si legge in un comunicato. La classifica nella quale la multinazionale del cioccolato si trova al primo posto è quella di Behind the brands  (Dietro il marchio), la campagna di Oxfam che dal 2013 esamina ai raggi x le pratiche di sostenibilità di Unilever, Nestlé, Pepsi, Gerneral Mills, Danone, Coca Cola, Mondelez, Mars, Kellog’s, Associated British Food. Dieci “grandi sorelle del cibo”, che controllano, come in un monopoli, pressoché tutti i marchi reperibili sugli scaffali del supermercato. Oxfam ha deciso di tenerle sotto osservazione: ogni sei mesi attribuisce loro un punteggio in base a sette criteri, dalla trasparenza aziendale al trattamento delle donne nella filiera produttiva, dal rispetto dei diritti dei lavoratori e degli agricoltori locali all’uso sostenibile della terra, del suolo e dell’acqua. L’iniziativa, che ha avuto un’ampia diffusione sul web e sulla stampa, è stata presa sul serio dalle aziende, che si sono impegnate a migliorare i proprio punteggi.

Il primato di Nestlé è uno dei segnali di come i tempi siano cambiati, rispetto ai boicottaggi da parte dei consumatori degli anni Novanta o a anche solo del decennio scorso. Responsabile di questo cambiamento non è solo la maggiore consapevolezza dei consumatori, che sempre più “votano con il portafoglio”, come non si stanca di ripetere l’economista Leonardo Becchetti. Le aziende sono spinte a migliorare i propri standard sul fronte della sostenibilità sociale e ambientale anche dagli investitori.

Secondo Eurosif (European sustainable investment forum) gli investimenti selettivi, quelli che escludono aziende e settori a rischio sono aumentati del 91% negli ultimi tre anni arrivando a un volume di 7mila miliardi di euro in tredici Paesi europei. La maggior parte penalizza la produzione di armi, alcol tabacco, energia nucleare e violazione dei diritti umani ma sono in aumento le restrizioni basate sull’impatto ambientale. Insomma, la reputazione per le aziende è diventata sempre più una questione vitale. Grandi società di investimento, così come banche e istituzioni pubbliche valutano le iniziative responsabilità sociale, ed erogano i finanziamenti anche tenendo conto di questi fattori.

Succede così che sul fronte della sostenibilità le multinazionali non corrano più solo ai ripari, come succedeva in passato dopo i boicotaggi dei consumatori, ma sfoderino un approccio attivo, considerando la responsabilità sociale parte del marketing. Mars e Danone, due delle altre dieci “grandi sorelle” del cibo hanno lanciato a partire da questo mese un fondo decennale da 120 milioni di euro a favore dei piccoli agricoltori in Africa, Asia e America Latina. Si chiama Livelihoods Fund for Family Farming e sosterrà con investimenti regolari – quattro o cinque all’anno tra i 3 e i 5 milioni di dollari l’uno - l’agricoltura famigliare su piccola scala. L’obiettivo, hanno spiegato le due compagnie, è aumentare la produttività degli agricoltori ma anche portare benefici alle loro famiglie e migliorare l’ambiente in cui vivono. Secondo Victoria Mars, erede dell’impero Mars e nel consiglio direttivo, la scelta si spiega da sé, visto che il 70 per cento delle materie prime alimentari è prodotto dai piccoli agricoltori e dalle loro famiglie (500 milioni in tutto il mondo): “Se abbiamo tutti gli ingredienti necessari per i nostri prodotti è grazie a loro, perciò è nostro interesse aiutarli”, ha commentato. Ma i vantaggi sono anche altri: in questo modo le aziende riescono a portarsi avanti sugli obblighi relativi alla sostenibilità. Il fondo creato da Mars e Danone, aperto anche ad altre aziende che vorranno contribuirvi, coinvolge come parte terza governi e istituzioni internazionali che potranno “acquistare” alcuni dei risultati ottenuti attraverso i progetti finanziati, come la riduzione delle emissioni inquinanti o il risparmio di acqua, fornendo così un ritorno agli investitori. Proprio la campagna Behind the brands aveva evidenziato nel suo report come le dieci multinazionali del cibo solo nel 2013 avessero immesso nell'atmosfera 263,7 milioni di tonnellate di gas serra: se fossero una nazione del mondo sarebbero al venticinquesimo posto nella classifica dei paesi più inquinanti. Del resto il giro d’affari che le 10 Big smuovono tutte insieme rappresenta l’1 per cento del Prodotto interno lordo mondiale.

Un altro segnale di come l’approccio alla responsabilità sociale e ambientale stia cambiando è l’emissione, anche da parte delle aziende, dei green bond, obbligazioni che prevedono la destinazione dei proventi a progetti “verdi” e iniziative che promuovono la sostenibilità ambientale e climatica. Negli ultimi tre anni il volume di queste obbligazioni è aumentato di 5 volte superando i 12 miliardi di dollari. All’origine l’emissione era appannaggio quasi esclusivo di emittenti sovranazionali (come la Banca Europea per gli Investimenti, la Banca Mondiale e la Banca Europea per la Costruzione e lo Sviluppo), negli ultimi due anni invece c’è stata una vera esplosione di green bond aziendali, che ormai rappresentano più della metà del volume complessivo. L’emissione di queste obbligazioni rappresenta per le aziende una fonte di finanziamento alternativa, e nello stesso tempo un modo per rafforzare la propria reputazione. Lo sintetizza in modo efficace Unilever, che ha appena emesso un bond “verde” da 250 milioni di sterline: “La nostra speranza” ha detto il ceo Paul Polman – è che il nostro esempio mostri ad altri potenziali emittenti che la sostenibilità non è solo una pubblicità ma può diventare parte integrante della strategia aziendale”. 

Emanuela Citterio

Giornalista professionista, si occupa in particolare di innovazione sociale, sostenibilità ambientale e terzo settore, cooperazione internazionale, Africa. Realizza progetti editoriali, di informazione, comunicazione e sensibilizzazione, sia in italiano che in inglese, in collaborazione con partners istituzionali e privati. È fondatrice di una campagna di advocacy sui temi della finanza sostenibile (www.sullafamenonsispecula.org). Ha viaggiato in una decina di Paesi africani

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