Quando l’informazione accresce il terrore

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Foto: Leggo.it

Due anni fa avevo letto il libro dello studioso Marco Belpoliti, intitolato “L’età dell’estremismo”: una riflessione su questo tempo così convulso e segnato dalla violenza. Ricordo bene come, addentrandomi nel volume, mi chiedessi ripetutamente perché l’autore parlasse così poco di politica, religione, economia, puntando invece l’attenzione sulle questioni estetiche. Per analizzare il terrorismo, Belpoliti si soffermava sull’arte contemporanea. Parlava di narcisismo e di corporeità, di percezione e di comunicazione, proponendo al lettore un itinerario inedito nel mondo contemporaneo, segnato ovviamente dall’immagine. Tutto è immagine e comunicazione. Soprattutto l’estremismo. Ora ritengo di aver capito il perché di questa scelta di Belpoliti.

La forza più grande del terrorismo sta nella propaganda, quindi nella capacità comunicativa. L’essenza dell’impostazione terroristica non riguarda l’effettiva “potenza di fuoco” dei gruppi, ma si concretizza appunto nella capacità di incutere angoscia, paura indiscriminata, vago e costante senso di pericolo, tensione sociale, reazioni istintive, sentimenti d’odio. Basta pochissimo per alimentare questo circolo vizioso. Un grido, un nome sospetto, una bandiera artigianale dell’ISIS, un messaggio di rivendicazione, la follia psicotica di un singolo. E si scatena il panico.

La strage di Nizza, come tante altre simili che ci sono state e con ogni probabilità ci saranno in futuro, è un evento gravissimo per il numero dei morti e dei feriti. L’assassinio di una sola persona grida al cielo e chiede giustizia. Ogni omicidio è una barbarie. Non ci sono, non ci possono essere giustificazioni di sorta. Occorre però fare molta attenzione per non dirigersi sulla strada della reazione inconsulta, per non finire nella loro trappola. Purtroppo è quello invece che sta avvenendo. La martellante sequenza di notizie spinge a credere che siamo di fronte a un’offensiva incontenibile perpetrata da un esercito di fanatici fedeli al “Califfo”, teleguidati e pronti a colpire ovunque. Non è così ovviamente, ma la sensazione diffusa è proprio questa.

La moltiplicazione delle immagini, rimbalzate in tempo reale sullo smartphone di ciascuno di noi, nutre l’orrore, il raccapriccio, ma pure l’impotenza e la rabbia. I siti informativi esplodono anch’essi di video in cui le tragedie vengono vivisezionate come i corpi delle vittime saltate in aria o falciate sulla strada. Perché bisogna insistere su questi particolari? Per amore della cronaca? Per suscitare compassione? Non saprei, ma l’esito è sicuramente l’opposto. Le fotografie più impattanti, le testimonianze più strazianti, le storie più dolorose, non servono di certo per contrastare il terrorismo, per attuare strategie razionali volte a comprendere il fenomeno in maniera adeguata. No, servono ad attirare click sui siti, a far rimanere attaccati ai video. La colpa non è però dei giornalisti: tutti siamo così. Travolti dalla società dell’immagine, dalla propaganda del terrore. Siamo tutti come quei turisti che sorridono divertiti a scattare un selfie sul lungo mare di Nizza. Che bella la foto ricordo della tragedia. Subito viene postata su Facebook, a testimonianza “perenne” (ma in realtà ultra effimera) della propria presenza nel luogo del massacro.

Esiste dunque un’estetica del male, un’attrazione irresistibile verso il sangue. Il male ci piace, siamo attratti da questo, ci calamita attraverso la sua luciferina e oscura “bellezza”. Nel 2001 così scriveva Umberto Eco: «Quale era il proposito di Bin Laden nel colpire le due torri? Creare "il più grande spettacolo del mondo", mai immaginato neppure dai film catastrofici; dare l'impressione visiva dell'assalto ai simboli stessi del potere occidentale e mostrare che di questo potere potevano essere violati i maggiori santuari… Non stava facendo una guerra, in cui conta il numero dei nemici eliminati: stava appunto lanciando un messaggio terroristico, e quello che contava era l'immagine». (Da leggere anche questo articolo più recente di Eco).

Come una cellula tumorale è simile, ma opposta, a quelle sane, così il male si propaga confondendoci, tramutando le “buone intenzioni” nei suoi più fedeli e ignari complici. Per questo è necessario insistere sul ruolo della comunicazione in questa età del terrorismo. Qualche volta accade che alcuni giornalisti evitino di propagandare le immagini più cruente: il TG1 per esempio, a guida di Monica Maggioni, si era rifiutato di mostrare i video delle decapitazioni dell’ISIS. Poi però si ricomincia come prima. Ogni operatore di mass media, ma in fondo ogni cittadino dovrebbe domandarsi: in che modo mi posso informare correttamente su eventi così tragici? Un esponente politico poi dovrebbe porsi in continuazione questa domanda. Il terrore conquista tutto, getta nella paura Stati potenti, popolosi e fino a ieri “razionali” come la Germania. L’esito lo sappiamo: l’avanzare dei partiti di estrema destra.

In realtà tutto sembra studiato per favorire la strategia dei gruppi terroristici. L’attentato di Nizza è stato rubricato come la “strage dei bambini”. Ma, quando sono in gioco grandi numeri, quello che conta è la statistica. Su 85 morti è possibile, anzi probabile, che ci siano molti bambini. In Africa dove l’età media è molto più bassa, i bambini sarebbero stati molti di più. Questo non è un ragionamento cinico, soltanto realistico. Perché allora insistere così tanto? Forse per scatenare ulteriore odio. Non riesco a trovare altre ragioni. Per dipingere i “nemici” come belve irrazionali, per confermare che “siamo in guerra”. Sulle nostre televisioni non vediamo i bombardamenti in Yemen, oppure i “rastrellamenti” di bambini nelle favelas di Rio, necessari per “ripulire” la città in vista delle olimpiadi. L’immagine del bambino siriano raccolto morto su una spiaggia turca ci ha emozionato, ma non è servita a nulla per la soluzione del dramma dei migranti.

È necessario domandarsi se è utile, se è giusto inebriarsi di immagini e notizie con la scusa che bisogna conoscere e combattere i propri nemici, che bisogna “guardare in faccia” la realtà per comprenderla in pieno. Domandarsi se invece aveva ragione il profeta biblico Isaia quando elencava le caratteristiche dell’uomo giusto: egli “si tura gli orecchi per non udire fatti di sangue e chiude gli occhi per non vedere il male” (Is 33, 15). Ciò non significa cancellare la dura realtà del mondo, illudersi, baloccarsi nei sogni, ma magari vuol dire affrontare la realtà con più intelligenza e compassione.

Il diritto di cronaca è sacrosanto, ma oggi siamo in una situazione di emergenza mediatica. Non si tratta ovviamente di autocensurarsi, ma gli operatori dell’informazione devono comprendere di avere un’enorme responsabilità. A volte anche restare in silenzio per qualche minuto potrebbe voler dire informare e comunicare correttamente.  

Articolo già parzialmente pubblicato sul quotidiano Trentino

Piergiorgio Cattani

Nato a Trento il 24 maggio 1976, dove risiede tuttora. Laureato in Lettere Moderne (1999) e poi in Filosofia e linguaggi della modernità (2005) presso l’Università degli studi di Trento, lavora come giornalista e libero professionista. Scrive su quotidiani e riviste locali e nazionali. Fa parte della Fondazione Fontana Onlus dal 2010. Dal 2013 è direttore del portale Unimondo. È attivo nel mondo del volontariato e della cultura come presidente dell’ “Associazione Oscar Romero”. Ha scritto numerosi saggi su tematiche filosofiche, religiose, etiche e politiche ed è autore di libri inerenti ai suoi campi di interesse. 

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