L’export di armi e quel “realismo politico” che tutto giustifica

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Siamo in uno stato di guerra permanente e globale, una guerra necessaria nella quale ognuno deve fare la propria parte, Italia compresa. O almeno, è quello che intendono il governo e alcuni parlamentari quando invocano il “principio di realtà” in politica per giustificare tutte le scelte principali in questo senso, compreso l’acquisto e l’esportazione di armi. C’è però un altro principio, il vero bandolo della matassa di questo circolo vizioso che ci porta ad armarci sempre di più, per “difenderci” da coloro che probabilmente abbiamo contribuito ad armare: è il mercato, con le sue leggi e i suoi protagonisti che spesso agiscono nell’ombra influenzando le decisioni politiche, mentre i media preferiscono invocare le crisi e le emergenze (migranti, terrorismo) su cui spostare l’attenzione dell’opinione pubblica. Il seminario parlamentare dal titolo “Guerre, Scelte di pace e riconversione industriale” che si è tenuto il 5 luglio a Montecitorio e promosso dal Movimento politico per l’unità italiano, è l’ennesimo tentativo della società civile di intavolare un dibattito e cercare interlocutori fra le istituzioni affinché questi temi non passino come al solito sottobanco.

Le lingue però, a parte alcune eccezioni, continuano ad essere diverse, e l’invocazione della “realtà politica” lascia sgomente le associazioni e le ong presenti – tra cui Archivio Disarmo, Rete Disarmo, Rete Pace, Sbilanciamoci, e tante altre – che pure vorrebbero provare a tracciare un percorso diverso e alternativo per il nostro paese. E non si stancano di porre domande a cui difficilmente verrà data una risposta chiara: perché l’Italia continua a vendere armi a paesi che bombardano case e ospedali? Perché Finmeccanica (controllata per il 30 per cento dal ministero dell’Economia e finanza) “sta cedendo progressivamente il settore civile per investire nel comparto delle armi”? Perché parte dei fondi pubblici non vengono destinati alla riconversione dell'industria bellica?

Per quanto riguarda la prima domanda, il pensiero corre subito allo stabilimento di Domusnovas, in provincia di Cagliari, in cui vengono costruite le bombe MK84 che dall’Italia vanno a rifornire l’Arabia Saudita, attualmente alla guida di una coalizione impegnata nei bombardamenti aerei sullo Yemen: dal marzo 2015 hanno causato un numero enorme di vittime civili, tra cui moltissimi bambini. Le prime segnalazioni da parte di alcuni parlamentari sardi sono partite a ottobre, ma l’ultimo carico inviato dall’azienda RWM Italia risale al marzo di quest’anno: “quasi 123 quintali di bombe per un valore di oltre 4,6 milioni di euro”. Uno scandalo denunciato da ong come Human Rights Watch ma anche da Amnesty International insieme a Rete Italiana per il Disarmo e l’Opal di Brescia, che ricordano come esista una legge che in teoria dovrebbe vietare la vendita di armi a nazioni in guerra o che violano i diritti umani.

La legge in questione è la 185/90, che prevede tutta una serie di limitazioni per le aziende produttrici: innanzitutto per siglare i contratti di esportazione è necessaria l’autorizzazione del Ministero degli Esteri; ma soprattutto, la legge prevede il divieto di esportazione “verso i paesi in stato di conflitto armato in contrasto con i principi dell'articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite”, verso paesi “la cui politica contrasti con i principi dell'articolo 11 della Costituzione” (ovvero “l'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”), verso i paesi “i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani”, e “nei cui confronti sia stato dichiarato l'embargo totale o parziale delle forniture belliche da parte delle Nazioni Unite o dell'Unione europea o da parte dell'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa”.

“L’azienda italiana in Sardegna appartiene al cento percento a un gruppo tedesco, mentre i contratti di vendita sarebbero invece americani – ha spiegato durante il seminario il senatore Roberto Cotti (M5S), da sempre impegnato, anche a livello parlamentare, sul fronte del pacifismo – Si giustifica la vendita di queste bombe perché quello in Italia sarebbe semplicemente un transito. Così ogni paese scarica la responsabilità sull’altro. Su questo ho fatto già cinque interrogazioni ma non ho ricevuto risposte”. Si aggiunga la vendita di 28 caccia bombardieri Eurofighter al Kuwait per 8 miliardi di euro, e il contratto da 5 miliardi di euro per mezzi navali e sistemi d’arma al Qatar, e si capisce ancora meglio la direzione intrapresa dal nostro paese in tema di armamenti. Secondo l’ultima relazione del Sipri, l'Italia figura tra i primi cinque fornitori di armi in Europa occidentale, con un aumento delle sue esportazioni di ben il 48 per cento rispetto al quadriennio precedente. Un trend in crescita – soprattutto verso i paesi del Medio Oriente – confermato anche dalla relazione annuale del governo sull’export militare italiano 2015 che ha visto la vendita di armi made in Italy addirittura triplicata in un solo anno.

“Se questo comporta un aumento positivo del Pil, va però a decremento del benessere equo e sostenibile di un paese” ha commentato Edoardo Patriarca, deputato Pd e presidente del Centro Nazionale per il Volontariato. Mentre sul tema di riconversione dell’industria bellica, non è certo l’ottimismo a imperare. L’opinione generale è che “ci vorrà molto tempo”, e soprattutto volontà politica, che per il momento non sembra andare verso quella direzione. “Le armi sono necessarie per fermale il male” ha ribadito infatti il deputato Antonio Palmieri durante l’incontro alla Camera.

Le associazioni, però, non si arrendono e continuano a invocare, oltre a un cambio di rotta, anche una maggiore trasparenza per quanto riguarda i dati e le spese militari del nostro paese. Un settore in cui, come ha anche rimarcato papa Francesco in una delle sue numerose critiche al commercio mondiale degli armamenti, sono spesso l’ambiguità e l’opacità a prevalere. “Alcuni dei paesi fornitori di armi, sono anche fra quelli che parlano di pace – ha detto in occasione della campagna Caritas per la pace in Siria – Come si può credere a chi con la mano destra ti accarezza e con la sinistra ti colpisce?” Un’altra domanda che probabilmente resterà senza risposta.

Anna Toro

Laureata in filosofia e giornalista professionista dal 2008, divide attualmente le sue attività giornalistiche tra Unimondo (con cui collabora dal 2012) e la redazione di Osservatorio Iraq, dove si occupa di Afghanistan, Golfo, musica e Med Generation. In passato ha lavorato per diverse testate locali nella sua Sardegna, occupandosi di cronaca, con una pausa di un anno a Londra dove ha conseguito un diploma postlaurea, sempre in giornalismo. Nel 2010 si trasferisce definitivamente a Roma, città che adora, pur col suo caos e le sue contraddizioni. Proprio dalla Capitale trae la maggior parte degli spunti per i suoi articoli su Unimondo, principalmente su tematiche sociali, ambientali e di genere. 

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