Produttori italiani di armi: il dopo-coronavirus fa “ben sperare”

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Foto: Unsplash.com

C’è un settore che guarda con ottimismo al futuro. E’ quello della produzione di “armi comuni”: revolver, pistole, carabine, fucili da caccia, ma anche snipers per tiratori scelti, fucili a pompa per corpi di sicurezza e fucili semiautomatici, i più usati nelle stragi in USA.

Lo ha fatto capire chiaramente il direttore generale della Fabbrica d’Armi Pietro Beretta, Carlo Ferlito. «Ero molto più preoccupato quando abbiamo chiuso perché avevo paura di essere molto asincrono nei confronti dell’estero» – ha detto Ferlito in riferimento all’epidemia da coronavirus nella video intervista rilasciata alla rivista “Armi e tiro”. Ma – ha aggiunto – per quanto riguarda il lockdown delle attività aziendali, i Paesi esteri «si sono avvicinati molto a noi, ad una settimana o due di distanza e questo ci fa ben sperare che quando ripartiremo, ripartiremo tutti assieme». Del resto, come ha spiegato Ferlito, le attività nella storica azienda di armi di Gardone Valtrompia – dove si sono verificati due casi di coronavirus – non si sono mai del tutto fermate e, grazie al Decreto governativo del 22 marzo scorso che ha permesso di continuare la produzione nelle industrie collegate al settore della difesa, la Beretta è già «pronta a ripartire».

Boom di vendite di armi negli USA

I segnali che provengono dal mercati internazionali fanno, appunto, «ben sperare». In particolare gli Stati Uniti dove il diffondersi dell’epidemia ha visto un vero e proprio assalto alle armerie per fare incetta di armi: ne sono state vendute oltre 2 milioni in due settimane, scaffali ripuliti. Tanto che Beretta USA nei giorni scorsi, con un tweet corredato da una foto del magazzino, ha annunciato ai clienti che «il team del settore spedizioni sta imballando e spedendo instancabilmente gli ordini dalla sede di Fredericksburg, Virginia». L’azienda non ha mancato di ringraziare i propri «pazienti e fedeli clienti» per l’attesa del loro ordine «durante questa crisi sanitaria globale».

Non poteva poi mancare l’apporto del presidente Trump, noto sostenitore della lobby armiera americana, che ha inserito tra le “attività essenziali”, da non sottoporre a misure restrittive, le armerie e i negozi che vendono e spediscono armi. Tanto che la National Rifle Association (NRA), la lobby americana delle armi, non ha mancato di citare in giudizio il governatore della California, il democratico Gavin Newsom, reo di avere definito come “non essenziali” i negozi che vendevano armi. Potere delle armi. E dei soldi.

Rinviata la fiera di Norimberga

Per i produttori italiani ed europei di armi l’enorme mercato degli Usa costituisce in questo momento di crisi più di una speranza, una vera certezza. La più grande fiera europea di armi, IWA di Norimberga che avrebbe dovuto tenersi a marzo e, per via dell’epidemia da coronavirus, in un primo momento era stata rinviata a settembre ha infatti annunciato definitivamente forfait: tutto rimandato al 2021. Un colpo al cuore non solo per le aziende europee, ma anche per i cosiddetti “appassionati” (tiratori, cacciatori, collezionisti ecc.) che erano impazienti di poter visitare per la prima volta la fiera tedesca visto l’iniziale annuncio degli organizzatori di voler aprire quest’anno, in via eccezionale, l’evento anche al pubblico: a differenza della fiera delle armi di Vicenza HIT Show che permette l’ingresso a chiunque, minori compresi purché accompagnati, il salone delle armi IWA è infatti riservato ai soli operatori specializzati di settore e non permette la partecipazione ai semplici appassionati e men che meno ai sedicenti oplofili.

La certezza del mercato USA

Le aziende italiane di armi sanno bene che, nei momenti di crisi, gli Stati Uniti rappresentano una certezza. Lo spiega un dettagliato articolo del New York Times da cui emerge, dati alla mano, che il picco delle vendite di armi negli Usa si verifica sempre dopo qualche strage, soprattutto quelle più efferate commesse da legali detentori di armi. Basta l’annuncio dell’amministrazione federale o di qualche governatore dopo un mass-shooting di voler introdurre qualche piccola misura restrittiva e parte la corsa ai negozi di armi.

Del resto la “passione” di diversi gruppi di americani, soprattutto i più estremisti e fanatici, per le armi è nota. Nei giorni scorsi qualche centinaio di manifestanti ha protestato contro il lockdown imposto dalla governatrice del Michigan, la democratica Gretchen Whitmer, anche alle attività “non essenziali”. Una decina di manifestanti armati di tutto punto si sono radunati sulle scale del palazzo del Governo locale brandendo i fucili e intonando il grido di battaglia trumpiano delle elezioni 2016 «Lock Her Up! Lock Her Up!!» («Chiudetela in galera!») riciclando contro Whitmer lo slogan usato contro Hillary Clinton quattro anni fa. Immancabile il sostegno a questi fanatici del presidente Trump che, appena fiuta l’odore delle armi, non fa mai mancare la sua benedizione.

Drastico calo della produzione italiana di “armi comuni”

Per i produttori italiani di armi tutto questo è manna dal cielo. Lo si evince dal dettagliato rapporto presentato nei giorni scorsi da Carlo Tombola, coordinatore scientifico dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere e le politiche di sicurezza e difesa (OPAL) di Brescia, dal titolo “I dati del Banco Nazionale di Prova di Brescia nel contesto dell’informazione sulla produzione e detenzione di armi in Italia”.

La produzione italiana di “armi comuni” è, infatti, in costante calo dal 2013 tanto che nel 2019 ha segnato il dato più basso degli ultimi quindici anni: dopo il record di oltre 1 milione di armi prodotte nel 2013 è diminuita a poco più di 703mila del 2019 con un decremento complessivo del 31,5%, una riduzione quindi di quasi un terzo. Mentre la produzione di “armi lunghe” (fucili da caccia e per tiro sportivo) manifesta una sostanziale tenuta, il calo è drastico soprattutto per le “armi corte” (pistole e revolver): una diminuzione del 28% negli ultimi due anni, praticamente dimezzata la produzione rispetto al 2013 (da oltre 260mila armi a meno di 129mila nel 2019).

A calare sono state soprattutto le esportazioni verso gli Stati Uniti che costituiscono il principale mercato per gli armieri bresciani: da oltre 230mila “pistole e revolver” del 2013 per un controvalore di quasi 43 milioni di euro, a poco più di 105mila nel 2019 per un valore totale di meno di 30 milioni di euro, più che dimezzate.

Sull’esportazione di “armi comuni” italiane influiscono però anche alcuni particolari ordinativi da parte di corpi di polizia e di private securities esteri: nel 2013, ad esempio, le aziende di Brescia hanno esportato più di 14mila pistole alla Policía Nacional Civil del Guatemala e, nello stesso anno oltre 12mila in Messico, 5mila in Oman e quasi altrettante in Thailandia, non è chiaro se per enti pubblici o corpi di sicurezza privati, ma non certo per il tiro al bersaglio.

L’opacità delle aziende italiane di armi

Il principale problema di tutto il settore delle cosiddette “armi civili” – che poi tanto “civili” non sono visto che vengono destinate anche a militari e a corpi di sicurezza – è infatti quello della trasparenza. «Se si eccettuano le cifre sulle esportazioni di armi da guerra e quelle ricavabili, non facilmente, dai dati del commercio estero dell’ISTAT – spiega Tombola – le informazioni attorno a uno dei settori del made in Italy più vantati per i suoi record e la sua immagine internazionale sono estremamente lacunose».

Impossibile sopratutto avere dati precisi e informazioni specifiche sulle vendite in Italia e all’estero dai produttori e rivenditori di armi e dalle loro principali associazioni di categoria. Anpam (Associazione nazionale produttori di armi e munizioni) e Assoarmieri (l’associazione dei rivenditori) qualche anno fa avevano annunciato un osservatorio sulle vendite di armi in Italia e fornito qualche percentuale, ma evidentemente – considerato che i dati avrebbero messo in luce più di un indicatore poco conveniente alla loro propaganda – hanno subito richiuso il progetto nel cassetto.

L’assordante silenzio dei politici italiani

Come dimostra anche una recente approfondita ricerca, c’è molta opacità nel settore delle licenze e nella detenzione di armi e oggi in Italia il porto d’armi “per uso sportivo” rappresenta per la gran parte dei detentori un escamotage per poter tenere un’arma in casa. Opacità che ha pesanti conseguenze sul dibattito pubblico nel nostro Paese intorno ai molti problemi che coinvolgono le armi da fuoco, la loro produzione ed esportazione e sopratutto il loro uso. Si pensi, ad esempio, alla mancanza di dati ufficiali e pubblici da parte del Viminale sulle licenze per armi, sul numero di armi legalmente detenute in Italia e sopratutto sui crimini commessi da legali detentori di armi, tra cui omicidi e femminicidi. Sono informazioni di interesse pubblico che l’Osservatorio OPAL chiede da anni insieme alla Rete italiana per il disarmo e a molte altre associazioni. Ingiustificabile, ma non inspiegabile, soprattutto la poca attenzione di gran parte delle rappresentanze politiche sulle questioni della trasparenza relativa a questi settori che riguardano direttamente la sicurezza dei cittadini. 

Un fatto è certo: mentre piccoli imprenditori, artigiani, commerciati e lavoratori stanno vivendo con forte apprensione la quarantena e si chiedono se saranno in grado, appena terminata l’emergenza, di far ripartire la propria attività, per i produttori di armi la pandemia non rappresenta un problema, ma un’opportunità. Una lucrosa opportunità.

Giorgio Beretta  
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