Pasti solidali a Barcellona: una comunità che si mobilita

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Foto: Twitter.com

Sono solo tre fermate di metropolitana dal Poble Nou, quartiere barcellonese in avanzato stato di gentrificazione, al Besós, quartiere edificato negli anni 60 per accogliere le numerose ondate di migranti provenienti dal sud della Spagna. Arrivo in una giornata gelida di febbraio e l’impatto é notevole: passare dalle vie animate da mille attività commerciali dove la gente del luogo si mischia coi turisti, alle strade ampie, apparentemente vuote e ai palazzi grigi del Besós é come trovarsi di colpo catapultati in un’altra città. 

E´ qui che sorge il Menjador Solidari Gregal, una struttura che é oggi in grado di fornire circa 400 pasti al giorno a chi nel barriosi trova in situazioni di difficoltà. L’esperienza é nata nel 2013 grazie ad un gruppo di persone già attive in una cooperativa che si era occupata fino a quel momento di educazione, ispirandosi ai principi dell’educazione libertaria del catalano Ferrer i Guardia. In questo quartiere in gran parte dimenticato dalle istituzioni, negli anni 80 le scuole pubbliche e gratuite non erano ancora arrivate e fu solo grazie alla volontà di questo gruppo di abitanti che l’accesso all’istruzione venne garantito a chi altrimenti ne sarebbe rimasto escluso. 

José Gil é il presidente della cooperativa, lo incontro nei locali della biblioteca situata al secondo piano dell’edificio dove é situata la mensa solidale, che é anche la storica sede dell’Ateneu libertario del quartiere. Gli atenei libertari sono istituzioni presenti in Catalogna fino dall’epoca della rivoluzione industriale, quando parte della classe operaia ispirandosi alle idee anarchiche iniziò ad animare questi spazi con l’intento di fornire occasioni di educazione e dibattito.  Oggi in questi locali decine di volontari, abitanti del quartiere, preparano quotidianamente i pasti per chi li necessita. L’aria profuma di cibo e c’é un rumore di sottofondo costante di pentole e posate.

José ha 80 anni ma non li dimostra, ha lo spirito di un ragazzino anarchico unito ad un senso di giustizia innato che si mischia all’esperienza di chi tante ingiustizie le ha vissute direttamente sulla propria pelle. Arrivò da Malaga negli anni cinquanta che era adolescente e visse con la famiglia per 10 anni in una baracca. Mi racconta che le difficoltà che vivevano in quegli anni molti migranti andalusi che arrivavano in Catalogna sono le stesse che devono affrontare i migranti al giorno d’oggi: “anche noi venivamo senza niente, in cerca di lavoro e basta”. 

La mensa solidale è nata nel 2013 a partire dalla stessa cooperativa, il cui compito educativo si stava ormai esaurendo. L’impatto della crisi del 2008 si é fatto sentire violentemente e molte famiglie del quartiere erano costrette a procurarsi il cibo nei cassonetti della spazzatura. “Vedevi una madre con un bambino che apriva il cassonetto, prendeva una sacchetto, lo apriva e trovava una mela o che so io, la dava al figlio…questo non poteva essere, non potevamo fare finta di niente! E decidemmo di scrivere un progetto per chiedere fondi e aprire questa mensa”. Il quartiere si é sempre trovato in condizioni socioeconomiche svantaggiate, ma non fino a questo punto. I fondi vengono in parte dal Comune, il resto é lasciato a donazioni puntuali, in denaro e in termini di generi alimentari e attrezzature, oltre che al lavoro costante di circa 50 volontari che si alternano per garantire il servizio quotidianamente. Quattro persone sono poi soci lavoratori della cooperativa, ed é anche per coprire i loro salari che la ricerca di fondi é costante e vi é un prestito da parte di un’istituzione di finanza etica (anch’essa cooperativa, Coop57).

Le persone arrivano alla mensa solidale perché hanno un certificato dei servizi sociali che attesta il loro stato di necessità. C’é chi viene alla mensa a consumare quotidianamente un pasto, soprattutto persone senza fissa dimora, e ci sono circa 50 famiglie che vengono tre giorni alla settimana a ritirare pasti pronti ed altri alimenti per poter confezionare i pasti nelle loro case. La filosofia della mensa, mi spiega José, é che se le persone del quartiere si mobilitano e contribuiscono con i propri mezzi, allora la cosa funziona. Non si tratta di carità o paternalismo, alla base vi é una filosofia che implica una presa di coscienza del problema esistente e che richiede uno sforzo collettivo nel tentativo di sanarlo. Sono la solidarietà e la partecipazione da parte della comunità che rendono possibile la messa in marcia di un progetto come questo. “Questa é l’economia solidale, un’alternativa al sistema”, mi spiega José. 

Ed é proprio questo l’aspetto che salta agli occhi, l’unione di forze differenti, il Rotary club che porta quotidianamente pasti da un ristorante di lusso fino a questo spazio ai margini, non solo fisici, della città. Merche, una delle fondatrici del progetto, racconta che a volte le persone che consegnano cibarie o attrezzature sono incredule davanti alle scritte anarchiche e alla grande insegna con la “A” cerchiata che campeggiano sulla facciata dell’edificio. Persone che vengono da altri mondi, da altre culture politiche, ma che sono costretti a lasciare da parte i loro pregiudizi di fronte alla forza emanata da questo poderoso sforzo collettivo basato sulla solidarietà e denuncia dell’ingiustizia. 

Michela Giovannini

Dottoressa di ricerca in sviluppo locale, è appassionata di America Latina, popoli indigeni, autogestione, lotte e resistenze politiche e sociali. Ha trascorso periodi di studio e ricerca sul campo in vari paesi. Messico e Cile sono i principali contesti in cui si sono svolte le sue ricerche, dedicate principalmente a varie tipologie di organizzazioni dell'economia sociale e solidale.

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