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Foto:  Mamadou Lamine Thiam

Oceano, oro, riso, storia, musica, cultura. In Senegal c’è tutto.

Eppure, nonostante la ricchezza di questo posto, la gente si mette in marcia e va spesso incontro alla morte.

Un vecchio proverbio africano dice “Se vedi qualcuno che si butta nel fuoco, vuol dire che sta scappando da qualcosa che è ancora più pericoloso”.

Camminando per i mercati affollati di Dakar non manca mai di incontrare qualcuno che ti dice “Italiana? Anche mio fratello vive lì. E’ a Milano!”.

Non importa di rischiare la vita nel deserto o nel mare, ciò che conta è provare a raggiungere quel maledetto sogno europeo che viene inculcato nelle teste dei senegalesi fin da piccoli. Sì, perché l’Europa è il sogno di chiunque, l’Europa è un miraggio, l’Europa è il paradiso, e chi ritorna in patria “arricchito” e si costruisce magari una casa o apre una piccola attività, ne è l’esempio e la conferma per tutti. 

Ci sono molte cose che noi europei non riusciamo a comprendere, perché è tutto relativo. Per questo prima di giudicare serve conoscere, cimentarsi, cambiare prospettiva d’analisi. Per un ragazzo africano, la riuscita personale può essere altro rispetto all’ambizione di un giovane europeo. Non un diploma universitario, ma piuttosto una foto con alla spalle la torre Eiffel. Una foto contro un certificato accademico.

Il ruolo nella società di un giovane senegalese non ha nulla a che vedere con quello di un coetaneo italiano. Cambiano le aspettative, le ambizioni, le priorità, la responsabilità e soprattutto il modo in cui viene definita la sua identità nel “gruppo”.

Lamin è stagista presso con una ONG spagnola. “Il mio stipendio, anche se basso, lo condivido con la mia famiglia, siamo abituati così qua, a condividere. E lo facciamo in tre modi: spartendo il nostro salario con i parenti, studiando e tornando nel nostro paese di origine per aprire ospedali o centri di salute, oppure, se abbiamo le risorse, avviando attività locali, come vorrei fare io, per appoggiare i giovani che desiderano imparare un mestiere ed impegnarsi per il loro territorio. Il problema insorge quando non riusciamo a realizzarci in nessuno di questi modi. Se non abbiamo i mezzi per condividere ed aiutare non ci sentiamo in pace con noi stessi. Per questo vedete tanta gente andare a morire in mare, perché piuttosto che restare senza fare ed aspettare, preferiamo rischiare.”

Aly Tandian, professore dell’Università Gaston Berger di Saint-Louis e direttore generale dell’Osservatorio Senegalese delle Migrazioni, nel corso della Dakar EcoFest (in programma dal 20 al 22 dicembre) dice “Non importa che in Occidente ci sia la crisi, non importa! I nostri ragazzi lo sanno benissimo. La voglia di andare via da qua è culturale e chi è più esposto a questa terribile forza sono i giovani. Si parla di “precocità dei candidati alla migrazione” perché sono spesso i ventenni a lasciare famiglie e villaggi in cerca di qualcosa di ignoto, ma agognato e sicuramente molto idealizzato. Ai miei studenti dico sempre: partite, viaggiate, visitate, ma tornate! Perché nessuno costruirà il paese al vostro posto!”.

Ed è forse questo il segreto col quale un paese estremamente ricco come il Senegal, ma con ancora molta strada da fare, potrà riscattarsi. Idee, progetti e passioni che leghino i giovani al loro paese.

Due trentenni del quartiere popolare Medina avevano pensato di andarsene. Fortunatamente hanno cambiato idea e ora hanno un progetto, semplice, ma concreto: costruire un chiosco di legno in riva al mare, dove vendere tè allo zenzero ai passanti e, nei momenti di riposo, guardare il cielo.

E non sono i soli ad avere ambizioni da realizzare. Il fermento culturale che si respira parlando con le giovani generazioni è ubiquitario.

Aziz vive a Yoff, in Via dei Pescatori, offre rum al tamarindo ai suoi ospiti e condivide i suoi sogni con chi gli fa visita. Casa sua è un vernissage a cielo aperto, utilizza targhe di auto riciclate come supporto per i suoi lavori a olio. Alla parete della sua camera ci sono due dipinti che raffigurano rispettivamente un uomo e una donna investiti da un fascio di luce abbagliante. “E’ la luce dello smartphone col quale si scattano un selfie. Il titolo dell’ opera è Autodistruzione. La pelle dei due è rovinata, è colore secco che si scrosta, perché questo è il destino di una società dipendente dal giudizio sul proprio aspetto fisico” dice. 

La casa di Aziz è aperta ad ogni artista, è scambio, è convivialità, si mastica cola e si discute fino all’alba. 

Assieme ad Aziz, Patè e Racin ricordano l’“L’uomo che piantava gli alberi” e hanno un progetto: “Vogliamo organizzare un festival culturale enorme, nel cuore secco e arido del Senegal. Musica, conferenze, esposizioni fotografiche, l’importante è che ogni invitato porti una pianta. Dobbiamo riforestare il nostro paese, le piante sono vita e possono portare resilienza con un impatto molto più forte rispetto ai mille intenti ipocriti di politici e grandi della Terra”. Un pò come canta Tiken Jah Fakoly in “Promesses bla bla”, un richiamo alla concretezza, ai fatti. “In particolare c’è una pianta che può essere usata anche in zone molto aride e non ha bisogno di condizioni particolari, si adatta ad ogni clima ed è piena di proprietà nutritive. Noi la usiamo nella nostra tradizione culinaria da decenni, le nostre mamme ce la preparano anche sotto forma di tisane per quando stiamo male o sentiamo la stanchezza”. E’ la moringa, una pianta così resistente che nella lingua locale viene chiamata “'Nèbèdaye”, parola modificata dall’inglese da “never day”, che non muore mai. 

Sulla terrazza di Via dei Pescatori si sogna, in pace, di arte e libertà. Dall’altra parte della strada passa un fuoristrada delle Nazioni Unite. Chissà se anche i loro progetti sono ambiziosi come quelli di Aziz, Patè, Racin e Lamine. 

Lucia Michelini

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