Olanda: Tribunale respinge responsabilità di stato su Srebrenica

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Una donna al cimitero delle vittime di Srebrenica

"Lo Stato olandese non può essere ritenuto responsabile dei comportamenti dei Caschi blu olandesi". Con queste parole il Tribunale distrettuale dell'Aia ha respinto la richiesta dei sopravvissuti parenti delle vittime sulle responsabilità del governo olandese e del comando del battaglione Onu olandese che nel luglio 1995, incaricati di proteggere l'enclave di Srebrenica nell'est della Bosnia, avrebbero consegnato i rifugiati ai miliziani serbobosniaci al comando di Ratko Mladic. Il presidente della corte, Hans Hofhuis ha addotto una motivazione formale affermando che i soldati, benché di nazionalità olandese, "erano in servizio per conto dell'Onu" e la responsabilità era pertanto "esclusivamente delle Nazioni Unite". Lo scorso luglio la stessa corte olandese aveva decretato l'immunità per l'Onu.

Il processo, sebbene di primo grado, ha assunto grande rilievo sia per il sostegno all'azione legale da parte di migliaia di persone, sia per l'immagine delle forze armate olandesi (un governo è caduto dopo la pubblicazione dell'inchiesta della commissione parlamentare nel 2002 e secondo diversi osservatori l'Olanda mirava a chiudere la faccenda al più presto), ma soprattutto perchè rappresenta il primo caso in cui si chiede allo stato di provenienza dei partecipanti di una forza internazionale di peace-keeping di rispondere delle azioni del proprio contingente.

Il processo era iniziato lo scorso giugno e - come documenta la dettagliata ricostruzione fatta da Chiara Bonfiglioli per l'Osservatorio sui Balcani - ed era stato intentato contro lo stato olandese da Hasan Nuhanovic e da Alma Mustafic: Nuhanovic lavorava come interprete per l'Onu e si trovava insieme ai suoi genitori e suo fratello nella piccola base delle Forze Onu di Potocari alle porte di Srebrenica; Alma Mustafic, oggi cittadina olandese, è figlia di Rizo Mustafic, elettricista impiegato dal battaglione olandese di stanza a Srebrenica mandato a morire insieme agli altri il 13 luglio 1995. Nuhanovic, testimone oculare, ha meticolosamente raccolto e documentato tutti i fatti della vicenda che riguarda i Caschi blu olandesi in un libro-denuncia di 500 pagine intitolato "Under the UN flag" (Sotto la bandiera dell'Onu).

"Il 13 luglio, i responsabili olandesi dissero alle 6.000 persone rifugiatesi all'interno della base di Potocari che dovevano cominciare a uscire, 'per gruppi di 5', mandando di fatto a morire gli uomini e i ragazzi che si trovavano all'interno" - ha affermato Hasan Nuhanovic durante il processo. Il lasso di tempo trascorso tra il 12 ed il 13 luglio non lascia dubbio sul fatto che gli ufficiali olandesi Karremans e Franken sapessero che non c'era sopravvivenza possibile al di fuori della base come hanno dimostrato alcune dichiarazioni degli stessi ufficiali durante la commissione parlamentare d'inchiesta olandese.

L'avvocato delle famiglie delle vittime, Zegveld ha sostenuto che lo Stato olandese non solo aveva pieno controllo della situazione all'interno della base, dato che le forze di Mladic si tenevano al di fuori di questo spazio, ma anche che lo Stato olandese doveva proteggere il personale impiegato nella base, e quindi rifiutare di farlo uscire sapendo che sarebbe incorso in persecuzioni ed esecuzioni. L'avvocato, inoltre, ha accusato gli ufficiali olandesi, e quindi lo Stato, di non avere informato le Nazioni Unite delle esecuzioni del 12 luglio, di cui erano a conoscenza. L'argomentazione di Zegveld, in sostanza, si basa sul fatto che lo Stato olandese aveva la responsabilità delle proprie forze armate, nonostante la missione Onu, dal momento che tutti i poteri militari non erano stati trasferiti all'Onu. Lo Stato olandese, quindi, si sarebbe macchiato di "grave negligenza" (gross negligence) ed avrebbe quindi la responsabilità (liability) di risarcire le famiglie delle vittime, tanto più che non vi sono tribunali Onu che possano effettuare risarcimenti, e sono quindi gli Stati membri che se ne devono incaricare" - ha sostenuto l'avvocato delle famiglie delle vittime.

Con questa sentenza "continua l'incubo delle famiglie Mustafic e Nuhanovic, così come delle altre famiglie dei 239 uomini e ragazzi consegnati dalle truppe olandesi alle milizie serbe e in seguito uccise" - commenta l'Associazione per i Popoli Minacciati (APM) che ha partecipato ad una manifestazione davanti al Tribunale dell'Aia insieme ai sopravvissuti di Srebrenica e al Sindaco di Srebrenica, Abdurahman Malkic, prima e dopo la lettura del verdetto. L'Associazione ha chiesto che il governo olandese rispetti e attui la Convenzione dell'Onu sulla prevenzione e la repressione del genocidio e "si assuma la responsabilità del disastroso e tragico fallimento dei suoi soldati, chieda scusa e risarcisca i sopravvissuti". I legali dei querelanti hanno annunciato che intendono rivolgersi ad una corte di grado superiore.

L'enclave di Serbrenica era sotto la tutela dell'Onu quando venne occupata dai serbi di Bosnia comandati da Ratko Mladic che caricarono migliaia di uomini e giovani della comunità mussulmana su camion per poi sterminarli e gettarne i cadaveri in fosse comuni: le vittime furono circa ottomila. Lo scorso luglio è stato arrestato Radovan Karadzic, il leader dei serbo bosniaci accusato dal Tribunale Penale dell'Aja per la ex Jugoslavia (TPI) di genocidio per il massacro di Srebrenica mentre è tuttora latitante quello che è ritenuto 'esecutore materiale della strage, il generale Ratko Mladic. [GB]

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