Nord e Sud del mondo, Robin Hood al contrario

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di BENEDETTO VECCHI

Ogni volta che la proprietà intellettuale finisce in cronaca, emergono due prospettive radicalmente diverse nel costruire il contesto in cui collocare, ad esempio, l'accettazione italiana della direttiva europea sul copyright o la proposta del giudice statunitense Lawrence Lessig sui creative commons. Va
subito specificato che la direttiva europea, il cui acronimo è Eucd (European union copyright directive), va nella direzione di una legislazione ancor più restrittiva del copyright, mentre la proposta di Lessig va in direzione opposta, visto che considera l'appropriazione privata del sapere e della conoscenza alla stessa stregua dell'espropriazione di "beni comuni" all'inizio
della rivoluzione industriale. Due esempi per mettere in evidenza altrettanti schemi interpretativi: il primo assegna al regime in difesa della proprietà intellettuale il compito di favorire lo sviluppo di una economia sempre più
incentrata sulla conoscenza; il secondo considera il copyright, i brevetti e i marchi aziendali una limitazione alla crescita economica, perché alimenta la formazione di monopoli in questo o quel settore, sia che si parli di software,
che di genoma umano che di Coca-cola. Le due posizioni qui riassunte hanno costituito i termini di riferimento di un recente convegno milanese sugli Alfabeti come beni universali, organizzato dal gruppo "Generazione ecologista",
il provider italiano I.net, il gruppo dei Verdi al senato e dalla
webzine "Quinto stato". Va detto che la prima posizione - quella che considera la difesa della proprietà intellettuale come un fattore fondamentale per assicurare lo sviluppo economico - non ha trovato molti consensi nell'incontro milanese, diviso per workshop (uno dedicato a "Internet", il secondo
al "Corpo", il terzo sulla "Terra"), per verificare o meno se si possono rintracciare delle linee comuni nella legislazione sulla proprietà intellettuale, come invitava a fare la relazione introduttiva del senatore verde Raffaele Cortiana.

Quesito "complesso" da affrontare, in particolar modo
per la diversità delle legislazioni nazionali, delle norme internazionali definite dal Wto e per l'eterogeneità dei settori a cui si applica la proprietà intellettuale. Da qui, la polifonia di analisi e proposte emersa nella sessione finale dei lavori, che ha visto prendere la parola Vittorio Agnoletto, Alberto
Cottica, Carlo Formenti, Roberto Galimberti, Robin Gros, Stefano Rodotà e due rappresentanti delle comunità indigene dell'Amazzonia. Un appuntamento, quindi, che ha cercato di fare il punto sulla proprietà intellettuale, proprio mentre
si moltiplicano gli interventi istituzionali, le compagne internazionali sui "diritti digitali" (www.crisinfo.org) e la pubblicazione di documenti dove il tema è ampiamente affrontato.

Per quanto riguarda gli interventi istituzionali, va ricordato come nella riunione di Doha gli stati membri dell'Organizzazione mondiale del commercio abbiamo accettato in linea di principio la violazione da parte dei paesi "poveri" degli accordi sui brevetti per quanto riguarda i "medicinali salvavita", ma al tempo stesso ha definito le condizioni affinché questo possa
avvenire: il paese in questione deve avere le capacità tecnico-scientifiche per farlo. Il risultato è che se, ad esempio il Camerun, non ha una industria farmaceutica nazionale non può importare i medicinali da un paese che ha ignorato il rispetto dei brevetti.

Ma più interessanti, per capire le linee di tendenza del regime in difesa della proprietà intellettuale, sono due documenti. Il primo è frutto dell'attività di una commissione "indipendente" voluta dal governo laburista di Blair sul rapporto tra proprietà intellettuale e politiche dello sviluppo (Intellectual
Property Rights and Development Policy, www. iprcommission.org). Trecento pagine e un algido titolo per un tema però scottante: il copyright e i brevetti possono aumentare il divario, sociale ed economico, tra il Nord e il Sud del mondo? La commissione ritiene che il rischio c'è. E tuttavia, dopo essersi dilungata sui rischi per la stabilità internazionale a causa della diffusione dell'Aids, della povertà e delle diseguaglianze tra paesi ricchi e quelli in via di sviluppo, propone la sua ricetta in difesa della proprietà intellettuale. Il copyright, i brevetti e i marchi aziendali sono intoccabili
nel Nord del mondo, perché favoriscono la competizione e la sviluppo economico.

Per il resto del pianeta si possono fare delle eccezioni: ma solo di fronte a gravi emergenze umanitarie o quando la soglia della povertà è oltrepassata. Chi stabilisce quale essa sia rimane un mistero. Di sicuro non sono i paesi interessati. La commissione cita però spesso il Wto in quanto organismo sovranazionale che ha tra i suoi compiti proprio la regolamentazione della
proprietà intellettuale. E di dubbi relativi alla trasparenza e democraticità del suo processo decisionale è oramai piena più di una libreria.

Una difesa della proprietà intellettuale a due velocità, dunque. Intoccabile nei paesi ricchi, più flessibile, ma a discrezione sempre dei "ricchi", nei paesi poveri. Dello stesso avviso è il secondo documento. Stilato dalla Wipo (World intelleccutal property organization, www.wipo.org), si riferisce al
copyright su Internet ed è stato elaborato come contributo dell'"Organizzazione mondiale sulla proprietà intellettuale" per il summit delle Nazioni unite sulla società dell'informazione che si terrà il prossimo dicembre a Ginevra. Ma se la
commissione inglese si dilunga sugli aspetti sociali e sulla
dimensione "politica" del diritto d'autore, la Wipo offre al lettore duecento pagine di ossessiva tassonomia dei campi dove applicare il copyright, dalle operazioni peer to peer (uno ad uno) al digital right management (il diritto
d'autore relativo alle opere o parti di esse quando sono in formato digitale).
Con una novità, già contemplata però nella legislazione americana sul copyright (Digital Millennium Copyright Act).

Negli anni scorsi ha avuto vasta eco il tema dell'accesso, presentato da Jeremy Rifkin nel volume L'era dell'accesso (Mondadori) come il futuro dell'economia mondiale. Non si acquista più una merce, ma si compra l'accesso a tempo all'uso di quella merce. Finito il contratto, l'automobile, il software ritorna di proprietà dell'impresa produttrice. Nel documento della Wipo, l'accesso viene indicato come la strada da perseguire per superare lo smacco della difesa della
proprietà intellettuale provocato dall'innovazione tecnologica e dai comportamenti sociali nella rete. Non è certo una novità che molte delle leggi nazionali siano state modificate nell'ultima decade; ed è però altrettanto noto che quelle stesse leggi siano oramai ampiamente superate dallo stato dell'arte
di Internet.

Per il legislatore si tratta di un vero e proprio bivio: o si sceglie la strada della tassonomia dettagliata, come suggerisce la Wipo; oppure si imbocca la via di una cornice sempre più punitiva nei confronti di chi viola il copyright,
lasciando aperta la possibilità di poter assecondare alcuni comportamenti collettivi che non vogliono sentir parlare di proprietà intellettuale attraverso la "strategia dell'accesso". In ogni caso, il "nemico" da battere è proprio quell'attitudine che considera la vita dentro le schermo un "bene
comune", cercando al tempo stesso di sbrogliare la matassa della conoscenza come materia prima del processo produttivo.

Della necessità di adeguare la teoria economica di fronte ai mutamenti provocati dal sapere in produzione è convinto, ad esempio, il giornalista economico statunitense Thomas Stewart nel volume La ricchezza del sapere (Ponte delle Grazie, pp. 448,   18,50). Si tratta sicuramente di uno dei libri più
importanti uscito negli ultimi tempi sulla rilevanza che la conoscenza ha, sia nel sua forma codificata che in quella "tacita" - l'intelligenza collettiva di
Pierré Lévy -, nella produzione capitalista, al punto che anche i tradizionali strumenti della contabilità aziendali devono essere "riformati" per conteggiare il valore economico che hanno i brevetti, il copyright, i logo e il "capitale
umano" nelle imprese.

Ma, accanto all'invito a quantificare economicamente la conoscenza e il sapere sociale, c'è un altro attore che avanza nel mondo. Fuori e dentro lo schermo. Si tratta della cooperazione sociale che punta alla condivisione del sapere.
Una variabile indipendente che scompagina il panorama, sia quando indossa gli abiti, anche se sempre più stretti, dell'"economia sociale" - come è l'open
source -, sia quando intraprende la strada del free software o del mediattivismo. Un attore ribelle che le leggi in difesa della proprietà intellettuale ancora non riescono ad addomesticare, costituendo così l'ostacolo maggiore proprio a quel regime della proprietà intellettuale che governi nazionali e organismi sovranazionali vorrebbero instaurare tanto nel Nord che
nel Sud del pianeta

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