Montagne e biodiversità: l’eredità di Alexander von Humboldt

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Disegno di Alexander von Humboldt 

Ricordo ancora quando, ormai una decina di anni fa, mi ritrovai per la prima volta davanti ad alcuni disegni originali di Alexander von HumboldtAl naturalista, esploratore, geografo e botanico tedesco vissuto a cavallo tra ‘700 e ’800 era stata dedicata una mostra a Città del Messico. I messicani, mettendo in mostra alcuni dei suoi celebri disegni (a cominciare da quello che rappresenta la zonazione della vegetazione del Monte Chimborazo), avevano voluto  rendere omaggio al viaggio di 5 anni e 9.000 chilometri che Humboldt fece attraverso l’America Latina a piedi, a cavallo e in canoa. Il viaggio esplorativo, durato dal 1799 al 1804, lo portò attraverso il territorio dell’attuale Venezuela, della Colombia, dell’Ecuador, del Perù, di Cuba ed infine proprio del Messico, e non fu ispirato da scopi economici o commerciali, ma da sinceri e profondi interessi scientifici. I risultati di quell'indagine, dal punto di vista scientifico furono sorprendenti. In quei 5 anni Humboldt aveva fissato meridiani e paralleli, preparato mappe geografiche, introdotto la fitogeografia, descritto la corrente di "Humboldt" (così poi chiamata in suo onore) e dopo aver studiato 60.000 piante, delle quali 6.300 all'epoca ancora sconosciute, maturò l’idea che molte delle montagne che aveva visitato fossero posti unici ed indispensabili per comprendere la grande biodiversità terrestre che lì veniva esemplarmente rappresentata.

Cosa sia a determinare i modelli globali di biodiversità è stato un enigma per gli scienziati sin dai tempi di von Humboldt, e nonostante due secoli di ricerche, questa domanda è rimasta a lungo senza risposta. L’intuizione di Humboldt è stata negli anni approfondita e verificata da naturalisti di tutto il mondo, ma solo lo scorso ottobre in occasione della celebrazione da parte di Science del 250esimo anniversario della nascita di Alexander von Humboldt, la pubblicazione di due differenti studi “Humboldt’s enigma: What causes global patterns of mountain biodiversity?” e Building mountain biodiversity: Geological and evolutionary processes”, realizzati un team di ricercatori internazionali guidati dal danese Carsten Rahbekha definitivamente validato le tesi di Alexander von Humboldt spiegando come le regioni montane, in particolare quelle tropicali, “siano per eccellenza i luoghi di una straordinaria e sconcertante biodiversità”. Per il team di ricercatori “Sebbene le regioni montane coprano solo il 25% della superficie terrestre, ospitano oltre l’85% delle specie di anfibi, uccelli e mammiferi del mondo e molte di queste si trovano solo in queste montagne”. Insomma, l'alto livello di biodiversità riscontrato sulle montagne va molto oltre quanto ci si aspetterebbe dalle ipotesi prevalenti. 

Per cercare di svelare il mistero del perché le montagne siano così biologicamente diverse, gli scienziati del Center for Macroecology, Evolution and Climate (CMEC) del GLOBE Institute dell’Università di Copenaghen assieme ai ricercatori dell’Università di Oxford, dei Royal Kew Gardens e dell’Università del Connecticut hanno lavorato alla sintesi dei dati provenienti da diversi campi della macroecologia, della biologia evolutiva, delle scienze della terra e della geologia, realizzando che “Parte della risposta sta nella comprensione che il clima delle regioni montuose tropicali è fondamentalmente molto più vario rispetto alle adiacenti regioni di pianura. I climi di montagna, eterogenei in maniera unica, svolgono probabilmente un ruolo chiave nel generare e mantenere un’alta diversità”. Secondo Michael K. Borregaard del CMEC “Le persone spesso pensano ai climi montani come desolati e aspri. Ma, per esempio, nella regione montuosa più ricca di specie del mondo, le Ande settentrionali, ci sono circa la metà dei tipi di clima del mondo in una regione relativamente piccola, molto più di quanto ce ne siano nella vicina Amazzonia, una regione che è più di 12 volte più grande”. Insomma le montagne tropicali visitate da Humboldt, che si ergono ancora oggi su fertili e umide pianure equatoriali, in pochi chilometri coprono un gradiente di temperature medie annue estremamente diversificato, un dato sorprendente che si aggiunge alla peculiare varietà geologica che ha prodotto un caleidoscopio di biodiversità. Per Rahbek “Le montagne, con i loro ambienti e la loro geologia unicamente complessi, hanno permesso la continua persistenza di specie antiche profondamente radicate nell’albero della vita, oltre ad essere culle in cui sono sorte nuove specie con un tasso molto più elevato rispetto alle zone di pianura”. 

Questa particolare relazione tra geologia e biodiversità delle montagne tropicali, per Rahbek e i suoi scienziati, è il segreto della ricca biodiversità che nasce dal suolo originario della roccia oceanica e fornisce condizioni ambientali eccezionali che portano a un cambiamento adattativo localizzato nelle piante. Adattamenti speciali che consentono alle piante di tollerare questi suoli insoliti contribuendo a dar forma a tutti i modelli globali di biodiversità. Per Rahbek “I nostri articoli su Science sono una testimonianza del lavoro di von Humboldt, che ha veramente rivoluzionato il nostro modo di pensare ai processi che determinano la distribuzione della vita. Il nostro lavoro odierno è stato realizzato sulle spalle del suo lavoro, svolto secoli fa, e segue il suo approccio di integrazione di dati e conoscenze di diverse discipline scientifiche in una comprensione più olistica del mondo naturale. È il nostro piccolo contributo rispetto all’eredità di von Humboldt”. Un contributo che molti modelli scientifici contemporanei non erano ancora riusciti a spiegare.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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