Migrazioni: da dove iniziano i viaggi della morte

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Foto: L. Michelini ®

Diciotto gennaio. È sabato mattina e le strade di Dakar sono ingolfate di traffico. Dal taxi non so decidere se aprire i finestrini o no, patire il caldo pesante o respirare l'aria nera proveniente dall'auto che si trova davanti alla nostra. Opto per la sicurezza, anche perché il quartiere dove sono diretta è famoso per non essere uno dei più sicuri della capitale. Si tratta di Thiaroye sur Mer, banlieue povera e stanca, dove è quasi impossibile avere una ragione per recarvisi. Per arrivare a destinazione ascolto per un’ora abbondante le lamentele del taxista che, provando più volte a chiedermi se sono sposata, continua a trovare delle scuse per alzare la tariffa pattuita. Alla fine, per paura che mi scarichi lungo la strada, arriviamo a un compromesso e giungo a destinazione intera.

Tra un mercato improvvisato e cumuli di carbone abbandonati sotto il sole, una figura mi fa cenno con la mano. È Tidiane, direttore di una piccola associazione di nome Coflec, che si occupa di lotta all'emigrazione clandestina. Fa piacere vedere un viso familiare in mezzo a tanta povertà. Già, perché per quanto possa sembrare folcloristico un sito di periferia, con i bambini che corrono dappertutto e le donne vestite con i wax tradizionali, la povertà porta con se una costante sensazione di insicurezza e diffidenza. Quando entro a casa sua, sembra di essere in un altro mondo. Nell'aria c'è profumo di pollo fritto  e una bella signora dal pancione sporgente mi accoglie con un bicchiere d'acqua fresca.

Ci sediamo nella sala per gli ospiti e dopo lunghi convenevoli “Salam aleikum - che la pace sia con te, Nanga def - come sta? E la famiglia? Stanno tutti bene?”, affrontiamo il motivo della visita.  Tidiane, da vari anni ormai, dirige un centro dove organizza delle attività di sensibilizzazione e inserimento lavorativo per i giovani che si mettono in testa la malsana idea di partire clandestinamente verso l'Europa. “Fino a poco tempo fa da Thiaroye sur Mer partivano numerose piroghe cariche di migranti che cercavano di raggiungere le coste spagnole. In ogni famiglia di questo quartiere c'è qualcuno che è partito, che vive in Spagna o che, in Europa, non c’è mai arrivato”. La fondatrice stessa di Coflec, Madame Yay Bayam Diouf, ha pagato le conseguenze dell'emigrazione  clandestina direttamente sulla sua pelle. Suo figlio ha provato la traversata ma non ce l'ha fatta.

Per dirigerci alla sede dell’associazione ci inoltriamo verso strade sabbiose e piene di rifiuti, agli angoli dei vicoli donne di tutte le età sbucciano quantità infinite di arachidi. Ogni tanto ci sorpassa un carretto trainato da un cavallo, diretto chissà dove.

La struttura dove Tidiane organizza le attività di prevenzione alla migrazione illegale è un edificio bianco, con una grande bouganville viola che nasconde l'insegna della struttura. “Quando riusciamo ad avere qualche fondo - spiega - attiviamo i nostri progetti, che sono pianificati e strutturati in modo tale da essere il più efficace possibile. Regolarmente facciamo delle interviste ai ragazzi della zona, registriamo i loro dati anagrafici e cerchiamo di capire cosa cercano, cosa manca alle loro vite, quali sono le loro aspirazioni, oltre al viaggio. In molti ci rispondono che vorrebbero imparare a usare un computer, diventare sarti, parrucchieri o, più banalmente, imparare a leggere e a scrivere. È da questa banca dati che, fondi permettendo, agiamo di conseguenza, organizzando atelier di formazione o attività di sensibilizzazione nelle scuole. Qua ci conosciamo tutti, quindi è facile mettersi in contatto con la gente, conosciamo gli imam (le guide religiose delle comunità islamiche) e quando abbiamo bisogno di convocare una riunione aperta alla cittadinanza basta rivolgersi a loro oppure organizzare un concerto nel centro del quartiere.” 

La piccola associazione lavora cosi, un po' a singhiozzo, tra un progetto e l'altro. Ma senza mai demordere

In Senegal il volontariato in quanto tale è un concetto che non per forza viene capito. “Già c’è poco lavoro e in più ti metti a lavorare per il prossimo, senza guadagnarci un soldo”. Anche per questo il gruppo di volontari che collabora con Coflec non sempre è preso sul serio dagli abitanti di Thiaroye, spiega Tidiane.

Quando chiedo a Mana, uno dei collaboratori del centro, come mai ha deciso di abbracciare la causa della lotta ai viaggi clandestini, mi spiega che la generazione che l’ha preceduto, quella dei suoi fratelli maggiori, è praticamente sparita da Thiaroye: “C’è stato un tempo in cui gli uomini se ne andavano via e io non voglio che lo stesso accada ai miei coetanei o, peggio, ai miei fratelli più piccoli”.

Dalle spiagge di questo sobborgo è molto facile partire, perchè a differenza della parte settentrionale di Dakar dove l’oceano è perennemente agitato, qua l’acqua è calma, ma la guardia costiera ha aumentato i controlli ed ora c’è troppa vigilanza per rischiare. Questo, chiaramente, non significa che il problema sia sparito, semplicemente non si parte più da qua. Quello che si continua a fare è organizzare gli spostamenti. Racconta Tidiane: “Ogni settimana c’è qualcuno che ti informa sui veicoli in partenza e i relativi costi. Puoi scegliere: attraverso il Mali, fino alla Libia, oppure direzione Mauritania o Gambia, dove ci si imbarca sugli zodiac, i tristemente famosi gommoni del mare. È veramente facile mettersi in contatto con i passeurs, basta un sms. Ad esempio, dietro casa mia, il signore che lavorava alla macelleria che hai visto sulla sinistra, ora organizza le tratte e ci guadagna molto di più . Il business del traffico di clandestini è molto fruttuoso e si trova sempre qualcuno  disposto a condurre le imbarcazioni, soprattutto tra i senegalesi, che conoscono molto bene il mare”.

Rimane difficile capire come mai, considerato il rischio elevato legato al viaggio, ancora tante persone, uomini e donne, disoccupati e lavoratori, poveri e meno poveri, analfabeti come istruiti, abbiano questo obiettivo. “È  un' idea che hanno in testa e non riesci a togliergliela in nessun modo. Per questo urge lavorare con i più  piccoli, nelle scuole. È  vero che in Europa c'è  la crisi, è  vero che per noi senegalesi è praticamente impossibile arrivare ad ottenere un permesso di soggiorno, ma alla maggior parte della gente queste notizie non arrivano. Non tutti sanno leggere, non tutti parlano il francese (in Senegal il tasso di alfabetizzazione si aggira attorno al 51% della popolazione adulta, dati UNESCO 2017), non tutti si informano e, anche se lo fanno, ci sono alcune notizie che non vogliono assimilare. In aggiunta, c’è da dire che siamo noi stessi senegalesi a fomentare questa voglia di partire. Chi ce la fa e approda in Europa,  anche se ha vita dura, non lo farà  mai vedere a chi è  rimasto a casa. Non mostrerà mai che a stento arriva a fine mese. Ed è  così  che i nostri giovani si convincono che la felicità si trovi ad una ventina di chilometri dalle coste del Marocco”.

Illusioni, sogni, speranze e disinformazione. Queste le forze trainanti di un fenomeno inarrestabile. 

“Quando faccio la formazione dico sempre che è normale voler partire, è importante viaggiare, perché è con le nuove esperienze che si impara. Soprattutto viaggiare per poi tornare, sfruttare le competenze che si possono imparare nei cosiddetti paesi sviluppati e portarle qua. Ma viaggiare in modo regolare. Il diritto al movimento è  garantito dall'Art.13 della Dichiarazione universale dei diritti umani - Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel propriopaese. A mio parere lo Stato dovrebbe fare di più. Le ambasciate sono spesso corrotte e se non hai determinate conoscenze e un compenso a portata di mano, non otterrai mai un visto per l’Europa”, sostiene il direttore di Coflec. “A me non interessa andare in televisione, non mi importa comparire sulle pagine dei giornali e far vedere quanto siamo buoni e bravi. Io sto cercando i fondi per agire, per fare. La maggior parte delle ONG locali e straniere  che ho incontrato finora si preoccupa di essere visibile, di apparire. Organizzano formazioni, seminari, conferenze stampa con le autorità e poi cosa fanno? Come possono pretendere di arrivare in contatto con la gente dalle loro belle strutture nei quartieri benestanti di Dakar? Lo sviluppo durevole è  qualcosa che va promosso quotidianamente, non per lavoro. Io ho deciso di stare qua, così che tutti ci conoscano. Che sappiano dove siamo. C'è  una parola in wolof, dieuf, che significa “azione”. Oggi, questa parola è il mio motto”.

Finita la visita al centro e la lunga chiacchierata, Tidiane mi congeda con queste parole: “I viaggiatori vanno rispettati, è  con loro che si spostano le competenze. Per fortuna le cose, anche se lentamente, stanno cambiando. C’è  sempre più gente che capisce che il futuro è  in Africa  e decide di restare o farvi ritorno, i cosiddetti migrants de retourL’opinione internazionale continua a farci credere che noi africani siamo poveri, ma non è  vero. Abbiamo una ricchezza incredibile, soprattutto in termini di risorse umane, anche se non ce ne rendiamo conto. Non ancora.”

Lucia Michelini

Sono Lucia Michelini, originaria di Belluno, classe 1984. Dottoressa di ricerca in Ecologia, attualmente mi occupo di cooperazione allo sviluppo ed educazione. Sono convinta che la via per un mondo piu’ giusto e sano non possa che passare attraverso la tutela del nostro ambiente e la promozione dell’istruzione. Per questo cerco di documentarmi e documentare, dare un piccolo contributo per spiegare che di fatto siamo tutti nella stessa barca e ci conviene remare assieme. Tra gli strumenti che porto con me, penna e macchina fotografica, fedeli compagne di viaggio necessarie per catturare la preziosa diversità culturale che ancora si puo’ percepire andando alla scoperta del mondo. Ah si’, non mangio animali da dieci anni e questo mi ha permesso di dimezzare il mio impatto ambientale e risparmiare parecchie vite.

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