Migranti “ambientali”: non possiamo ignorarli

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Nel febbraio scorso, con una sentenza storica una giudice del Tribunale de LʼAquila, Roberta Papa, ha accolto la richiesta di asilo per motivi ambientali e riconosciuto la protezione umanitaria a un cittadino del Bangladesh, costretto ad abbandonare il proprio territorio a causa di un’alluvione. È uno dei primi casi di accoglimento di questo tipo di istanze in Italia. Nelle motivazioni della sentenza, si fa riferimento alla prima edizione del rapporto su “Crisi Ambientali e Migrazioni Forzate”, a cura dell’associazione A Sud e del Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali (CDCA). Un riconoscimento che rende ancora più importante l’uscita della seconda edizione del report, presentata a Roma il 18 dicembre 2018. “Quello che viene definito migrante economico è sempre più spesso un migrante ambientale, che ha bisogno di tutele. Ma come spiegarlo ai giudici? – ha commentato Chiara Maiorano, avvocato e membro dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI) – Succede che pubblicazioni come queste diventano per noi la spada con cui combattere, perché fungono da prova e da documentazione. La giurisprudenza a volte anticipa i tempi, e i giudici devono imparare a capire cosa sta succedendo”.

D’altronde, il report è stato creato per un motivo ben preciso: quello divulgativo. Delle migrazioni forzate per cause ambientali si parla infatti pochissimo, “perché difficili da quantificare, non tutelate dal diritto internazionale, complesse da comprendere e da spiegare”. Soprattutto, non sono funzionali alla narrazione delle classi politiche che utilizzano il tema immigrazione con un approccio per lo più “miope e criminalizzante”, basato non su numeri e dati verificabili ma sul “rischio percepito” dalla popolazione. Ossessionati dalla retorica delle “ondate” e dalla cosiddetta “invasione”, ci dimentichiamo che la realtà dei flussi migratori verso l’Europa, connessi a guerre, persecuzioni politiche e povertà estrema nei Paesi d’origine, è molto più complessa. Ci dice ad esempio che i rifugiati nel mondo – stimati dall’Unhcr tra i 14 e i 15 milioni – sono ospitati in grandissima parte da Paesi extraeuropei. E che nel 2017 ci sono stati nel mondo 30,6 milioni di sfollati interni, più del numero dei rifugiati internazionali. “Di questi, più della metà, 18,8 milioni, il 61%, a causa di calamità naturali. E la stragrande maggioranza è rappresentata da persone costrette a fuggire da eventi climatici estremi” spiega il giornalista Salvatore Altiero, che ha collaborato al report. A disastri e calamità naturali bisogna però aggiungere le migrazioni forzate per cause ambientali più direttamente connesse a fattori di origine antropica: “Dighe, progetti di sviluppo urbano e mega-eventi, sono all’origine di decine di milioni di sfollati, seppur diluiti nel tempo e interagendo con altre concause naturali o antropiche” si legge nel report. Un problema che riguarda il pianeta nel suo complesso e che va a “sconquassare l’ottica eurocentrica con cui si tende a guardare alle migrazioni”.

L’Italia stessa non è esente da questo problema (non a caso il report vi dedica un ampio focus), con il suo territorio fragile, predisposto principalmente al rischio idrogeologico e sismico. Ma non solo: “Una fragilità che sconta, dagli anni Sessanta (gli anni del miracolo economico), una cattiva gestione del territorio”. Forse non tutti sanno – ma molti lo stanno toccando con mano – che in Italia “il 91% dei comuni è a rischio, e oltre 3 milioni di nuclei familiari risiedono in aree ad alta vulnerabilità”. Ovvero: il rischio di diventare migranti ambientali riguarda anche noi. Il report parla di urbanizzazione selvaggia (anche in zone a rischio idrogeologico e sismico), così come di vaste aree contaminate dall’industria, del degrado delle periferie, della cementificazione della linea di costa. Scelte scellerate, spesso causa di disastri come quello della diga del Vajont, in cui circa 2.000 persone persero la vita. Vent’anni dopo, l’alluvione che ha colpito i comuni campani di Sarno, Siano, Quindici, Bracigliano e San Felice a Cancello diventerà il simbolo dell’Italia che “non impara niente dal passato”. Ampio spazio nel report è poi dedicato al terremoto dell’Aquila del 2009 e al progetto di ricollocazione degli sfollati in un nuovo centro, “attraverso una decisione amministrativa che ha escluso la comunità locale dal processo decisionale”. Si parla del caso degli sfollati del Lago Omodeo in Sardegna, che hanno dovuto sacrificarsi per la costruzione della diga di Santa Chiara, così come dell’attività petrolifera dell’Eni in Basilicata, generatrice di “uno sviluppo distorto, che porta in alcuni casi le persone a cercare un futuro migliore in altre zone”.

Difficile non azzardare un parallelismo con le attività di estrazione del petrolio sul Delta del Niger da parte di multinazionali del petrolio (tra cui la stessa Eni/Agip) che anche in quel territorio hanno procurato gravi danni ambientali, sociali ed economici. Non a caso, la Nigeria figura ai primi posti tra i Paesi di cittadinanza delle persone in cerca di asilo e protezione internazionale in Italia, ma a cui spesso questa protezione viene negata. Un pattern che si ripete negli altri paesi di arrivo che, con le proprie politiche di accoglienza, negano i diritti dei migranti: spesso sono gli stessi Paesi in cui hanno sede grandi imprese coinvolte in progetti estrattivi, produttivi o infrastrutturali che contribuiscono alla distruzione dei territori da cui la popolazione è forzata a fuggire. Perché non c’è solo la guerra. Anzi, spesso le cause delle migrazioni sono interconnesse: quelle ambientali con quelle relative a fattori economici, sociali o alle conseguenze di guerre e violenze, soprattutto nel caso dell’Africa Subsahariana. E se da una parte si nega il diritto fondamentale alla mobilità, dall’altra si rende necessaria l’introduzione di sempre più categorie – come quella del migrante climatico – almeno per poterle difendere. Un contesto che il regista Andrea Segre durante la presentazione del report ha definito “schizofrenico”.

Ma finché non si scardina, bisogna farci i conti, così come anche il migrante ambientale non può più essere ignorato da chi ha la responsabilità di proteggerlo. Perché se è vero che le crisi ambientali colpiscono sempre più anche l’occidente sviluppato, è anche vero che nella parte più ricca del pianeta si hanno più risorse e strumenti per difendersi, almeno per ora. E’ anche per questo che, secondo gli autori del report, la narrazione dell’Antropocene appare ormai limitata: connette sì tale cambiamento climatico all’azione umana, ma lo fa in astratto. Al suo posto subentra il “Capitalocene”, una lettura più politica, in grado di collegare i contesti e le responsabilità: “pone in evidenza il cambiamento climatico come prodotto storico dei rapporti di produzione e consumo, di potere ed economici che hanno condotto l’umanità all’attuale rischio di estinzione”.

Anna Toro

Laureata in filosofia e giornalista professionista dal 2008, divide attualmente le sue attività giornalistiche tra Unimondo (con cui collabora dal 2012) e la redazione di Osservatorio Iraq, dove si occupa di Afghanistan, Golfo, musica e Med Generation. In passato ha lavorato per diverse testate locali nella sua Sardegna, occupandosi di cronaca, con una pausa di un anno a Londra dove ha conseguito un diploma postlaurea, sempre in giornalismo. Nel 2010 si trasferisce definitivamente a Roma, città che adora, pur col suo caos e le sue contraddizioni. Proprio dalla Capitale trae la maggior parte degli spunti per i suoi articoli su Unimondo, principalmente su tematiche sociali, ambientali e di genere. 

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