Metti ancora un po’ di sale… o di plastica?

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Non è la prima volta che mi sono sentita prendere bonariamente in giro per il fatto di sperimentare l’utilizzo di vari tipi di sale, ultimo in lista quello rosa dell’Himalaya, pur consapevole del dibattito che lo accompagna. Se per le cose che danno un gusto diverso ai nostri giorni usiamo spesso l’espressione “sale della vita”… non così frequentemente ci domandiamo quale sia la vita del sale e in che modo, sulla nostra di vita, influisca. Lo compriamo sugli scaffali dei supermercati scegliendo il meno costoso o al massimo quello aromatizzato o iodato, ma quasi mai con l’attenzione che dedichiamo ad altri acquisti. Tanto, è solo sale.

Non è così. E non solo per una questione di sapori e colori, di diete e salute… ma anche per un fatto di inquinamentoStudi recenti dei ricercatori dell’università di New York a Fredonia e del Minnesota hanno evidenziato che il sale marino del mondo, dal Regno Unito alla Francia, dalla Spagna alla Cina, è contaminato da microplastiche. Che non solo sono pervasive nelle nostre società in termini di utilizzo quotidiano, ma lo sono purtroppo anche nell’ambiente, nell’aria e nell’acqua. E il sale marino, ottenuto dall'evaporazione dell’acqua, è particolarmente vulnerabile: un concentrato di microparticelle che ci mangiamo ogni giorno. Studi svolti sulle tavole degli americani ci dicono che in un anno la quota di microparticelle ingerite è in media intorno alle 660, cifra che potrebbe essere maggiore considerato il consumo medio di sale, decisamente superiore alle dosi consigliate di 2,3 grammi/giorno. Particelle di bisphenolo sono state rintracciate nel 95% dei campioni di urina della popolazione adulta americana e altri studi confermano che il tipo più comune di particella riscontrata è il polietilene tereftalato, materiale usato per la produzione delle famigerate bottigliette. Residui di plastica provengono anche da scrub per il viso e cosmetici. Il fattore più preoccupante, senza lasciarci andare ad allarmismi gratuiti, è che ancora rimane sconosciuto l’impatto della plastica sull’organismo, non essendoci un gruppo di controllo di esseri umani che non siano stati esposti a questo rischio.

La maggior parte dell’inquinamento dei nostri oceani viene dalle microfibre e dall’utilizzo delle bottiglie di plastica usa e getta. Sono circa 12,7 le tonnellate di plastica che vengono riversate in acquapiù o meno come se ogni minuto scaricassimo a mare un camion di rifiuti. Nello stesso minuto sono 1 milione le bottiglie di plastica acquistate a livello mondiale e gli sforzi tesi a potenziarne il riciclo non tengono il passo con la velocità della produzione, che si calcola sarà 4 volte maggiore entro il 2050. Una minaccia che, sostengono alcuni, rivaleggia con quella rappresentata dai cambiamenti climatici

Insomma, la strada appare segnata, ed è a senso unico: ridurre la plastica in tutte le sue fasi. Qualche idea ve l’avevamo già segnalata, ma ce ne sono anche altre. Per esempio quella di Giovanni Milazzo e Antonio Caruso, due scienziati siciliani che come esito di anni di ricerche e sperimentazioni hanno da poco avviato Kanèsis, startup votata all’unione, di nome e di fatto, di canapa e scarti vegetali delle aziende agricole, per la creazione diun nuovo materiale che si propone come alternativa alla plastica. L’obiettivo, ispirato alla chemiurgia, ovvero la branca dell’industria e delle chimica applicata che si occupa della produzione di materiali industriali derivati da materie prime agricole e naturali, è quello di diffondere un modello di economia circolare e sostenibile basato sulla Hempbioplastic (Hbp)una bioplastica composta principalmente da canapa e scarti vegetali, utilizzabile per la stampa 3d. Un ponte tra settore primario e secondario che rende gli avanzi funzionali alle esigenze di impianti moderni e all’avanguardia. Con questo, nessuno intende sostenere che la questione sia di facile soluzione, e in questo video la complessità del problema emerge con innegabile chiarezza. Ma di una cosa restiamo certi… che esistano tanti altri modi per condirci la vita, ben diversi dall’inquinamento a cui ci stiamo nostro malgrado abituando.

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale, con particolare attenzione a tutela ambientale, sovranità alimentare, stili di vita sostenibili ed educazione.

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