Messico: il massacro degli studenti

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Una manifestazione dopo la strage – Foto: notimerica.com

I fatti accaduti recentemente nello stato di Guerrero, sebbene vengano liquidati da più parti come questioni legate esclusivamente a poliziotti conniventi con la criminalità organizzata (si veda ad esempio la superficialità di questo articolo di Repubblica on-line), sono un esempio eclatante degli stretti legami esistenti tra classe politica, forze dell’ordine e criminalità organizzata in Messico.

Un veloce riepilogo dei fatti: nella notte tra il 26 e il 27 settembre nella città di Iguala due diversi attacchi da parte della polizia municipale e bande armate legate ai narcos lasciano 6 morti, 25 feriti di cui due in gravi condizioni, e 57 desaparecidos. Dei morti, tre sono studenti della Escuela Normal Rural di Ayotzinapa, che assieme ad altri loro compagni si erano recati a raccogliere fondi e stavano rientrando a bordo di vari autobus che avevano occupato. I fondi sarebbero serviti per la partecipazione all’annuale marcia del 2 ottobre, data in cui si ricorda il massacro di Tlatelolco a Città del Messico, dove nel 1968 vennero uccisi più di 300 studenti. Anche i desaparecidos sono tutti studenti, sebbene il numero scenderà a 43 nei giorni immediatamente successivi all’agguato, visto che molti si erano nascosti per paura di ulteriori rappresaglie. Gli altri tre morti sembrano “accidentali”: si ipotizza uno scambio di bersaglio, dato che nel secondo attacco viene preso di mira un autobus che trasportava una squadra di calcio giovanile.

A una settimana dall’accaduto, il sindaco José Luis Abarca e il capo di Sicurezza Pubblica del municipio di Iguala si sono dati alla fuga. Il procuratore di stato ha poi dichiarato che un sicario di uno dei cartelli attivi nella zona avrebbe confessato l’uccisione di 17 giovani.

“Ayotzinapa, culla della coscienza sociale”, recita un cartello all’entrata della scuola rurale dove 540 giovani provenienti dai ceti meno abbienti, in gran parte indigeni, studiano per diventare maestri bilingui di scuola elementare, in spagnolo e in varie lingue indigene. È politicizzata la scuola normale, simbolo di riscatto per gli esclusi, possibilità di offrire una vita differente e di contestare un sistema politico ed economico che non lascia spazio a chi ha meno risorse. Le scuole normali sono baluardi di un’educazione pubblica, laica e gratuita, e di una presa di coscienza che infastidisce i grandi poteri economici, in un paese dove la spaventosa cifra di 7 milioni di giovani non studia né lavora per mancanza di una qualsiasi opportunità.

I fatti di Iguala hanno scatenato un’ondata di reazioni in tutto il paese e anche all’estero, e l’8 ottobre si sono svolte manifestazioni in varie città messicane, latinoamericane, statunitensi ed europee, per esigere il ritrovamento degli studenti scomparsi e denunciare le responsabilità del governo statale e federale: “li avete presi vivi, li rivogliamo vivi”, si leggeva su numerosi cartelli in varie parti del mondo. Lo stesso giorno a San Cristóbal de las Casas sono scese in piazza più di 20 mila basi d’appoggio zapatiste, che hanno marciato in silenzio per esprimere il loro dolore di fronte ai fatti di Ayotzinapa, e mostrare ancora una volta che, dietro ai loro passamontagna, ci sono persone che continuano una resistenza ed una lotta che trascendono i confini del Chiapas.

Secondo il vescovo Raúl Vera quanto successo si inscrive in una strategia di criminalizzazione del dissenso e di vero e proprio massacro di chi è impegnato nelle lotte sociali. Secondo il religioso si tratta di vere e proprie tattiche di terrorismo di stato, che hanno antecedenti nel massacro di Acteal, o nella repressione avvenuta nel 2006 a San Salvador Atenco, zona “calda” per l’opposizione di varie organizzazioni locali al progetto del nuovo aeroporto (recentemente tornato in auge). Vera sottolinea come la crudeltà accomuni questi crimini: nel 1997 ad Acteal 45 persone di etnia tsotsil, uomini e donne, bambini e bambine, vennero massacrate a sangue freddo da un gruppo di paramilitari, protetti da esercito regolare e polizia, mentre stavano pregando in una chiesa. Ad Atenco, quando era governatore l’attuale presidente del Messico Enrique Peña Nieto, e durante il passaggio della Otra Campaña zapatista, si verificarono gravi abusi: due morti, centinaia di detenzioni arbitrarie e violenze sessuali su almeno 26 donne ad opera della polizia.  Vera denuncia: “non sappiamo dove finiscano i cartelli dei narcos e dove cominci il crimine organizzato che sta nella struttura politica e negli apparati di giustizia. Siamo stanchi di questa spaventosa connivenza.”  Anche Alejandro Solalinde, attivo nella protezione dei migranti dal crimine organizzato e già minacciato di morte, denuncia che non si tratta di questioni legate ai cartelli del narcotraffico, ma della vera e propria politica dello stato: “questi giovani non erano narcos o terroristi, erano studenti, ma per lo Stato tutti quelli che dissentono sono terroristi. Al governo le Escuelas Normales Rurales causano irritazione, per questo devono sempre subire retate, persecuzioni e ordini di chiusura”.

Nel frattempo continuano a susseguirsi notizie sul ritrovamento di fosse comuni, ma ancora non è dato sapere se i resti siano quelli degli studenti o di vittime di regolamenti di conti nell’ambito delle guerre tra cartelli, pratica piuttosto diffusa in tutto il paese, soprattutto negli stati più colpiti dal fenomeno del narcotraffico. Un gruppo di periti forensi argentini, riconosciuto dagli stessi familiari dei desaparecidos, è stato incaricato di portare a termine esami sul DNA dei corpi ritrovati nelle fosse clandestine per verificarne la compatibilità con quello degli studenti scomparsi. Ad oggi, tuttavia, i periti non hanno ancora avuto accesso all’area delle indagini.

Anche Amnesty International denuncia il fatto che le famiglie degli scomparsi debbano subire le conseguenze di un’inchiesta giudiziaria “caotica e ostile”. Esperti di diritti umani delle Nazioni Unite affermano che questa è considerata come una prova del fuoco per il Messico in materia di diritti umani e che fatti simili non possono essere tollerati in uno stato di diritto. Puntano il dito contro l’impunità che in Messico ha caratterizzato fino ad ora i casi di sparizioni forzate, esecuzioni extragiudiziali e torture. In questo senso, è lunga e tortuosa la strada che al Messico resta ancora da percorrere e troppe circostanze testimoniano come il massacro di Iguala non sia semplicemente un affare di narcos. Questo, come ha scritto La Jornada, è un crimine di Stato.

Michela Giovannini

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