“La Bestia” e i bambini migranti

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Aggrappati alla “Bestia” – Foto: Alfredo Dominguez - La jornada

QUERÉTARO (MESSICO) - Le storie dei migranti che da vari paesi del Centroamerica affrontano un viaggio disperato nel tentativo, spesso frustrato, di raggiungere gli Stati Uniti non sono certo una notizia recente, come anche Unimondo ha ricordato in alcune occasioni.

La “novità” è però costituita, in questi ultimi mesi, dal massiccio arrivo negli Stati Uniti di minori non accompagnati, o “niños migrantes”, come, forse più umanamente, vengono definiti al di qua dell’oceano. Si tratta di bambini e adolescenti che intraprendono un viaggio rischioso, dall’esito incerto ed il più delle volte catastrofico. Fuggono dalla miseria, ma anche dal reclutamento obbligato nei clan malavitosi al quale sarebbero sottoposti se restassero nei loro paesi. A partire dallo scorso ottobre più di 52.000 minori messicani e centroamericani sono stati arrestati al passaggio della frontiera con gli States, e molti di loro si trovano a vivere in precarie condizioni rinchiusi in centri di detenzione. A fine giugno Barack Obama, di fronte a quella che è stata definita come una crisi umanitaria senza precedenti, si è appellato ai genitori dei minori non accompagnati affinché li trattenessero a casa. Come se unicamente da loro davvero dipendesse la sorte dei figli, e non dalle drammatiche condizioni in cui sono costretti a vivere.

“La Bestia” è il treno merci che attraversa il Messico, l’unico mezzo di trasporto che i migranti possono permettersi. Molte volte neanche questo è gratis, si deve infatti pagare una quota ai coyotes o polleros, i trafficanti di esseri umani. Si è costretti a viaggiare abusivi per ore sul tetto del convoglio, con il freddo, il sole e la pioggia, con appresso solo poche cose racchiuse in uno zainetto. Non si può dormire, chi si addormenta può perdere l’appiglio al treno e quasi sicuramente è destinato a cadere. Tutti svegli, con la paura costante di essere fermati dai militari, dalla polizia, dalle bande di narcos o dalle mafie, che oltre a furti ed estorsioni spesso compiono abusi, violenze, ed assassinii. Non ci si può fidare di nessuno, poiché dietro a presunti compagni di viaggio si possono celare i “falchi”, finti migranti che, dietro la promessa di condurre gruppetti di migranti autentici ad un rifugio o posto di accoglienza, li fanno finire invece nelle mani dei narcos. Il solo saltare sul treno in corsa, inoltre, spesso comporta incidenti, con conseguente amputazione di arti e talvolta la morte.

Solo pochi cercano di prendersi cura dei migranti offrendo loro assistenza umanitaria. Un caso famoso è quello del sacerdote Alejandro Solalinde, attivo a Ciudad Ixtepec, nello stato meridionale di Oaxaca, più volte minacciato di morte e costretto nel 2012 ad un esilio forzato di alcuni mesi. Solalinde è apparso nella pellicola messicana “La jaula de oro” (La gabbia dorata), nel ruolo di se stesso. Il film, vincitore di vari premi tra cui quello per il miglior cast al festival di Cannes, è un bellissimo e crudo racconto, con i tratti del documentario, del viaggio di tre adolescenti.  Sono un indigeno del Chiapas che parla solo la sua lingua nativa, un ragazzo ed una ragazza guatemaltechi, con lei che si “traveste” da ragazzo nella speranza di correre meno rischi: tutti e tre intraprendono il viaggio verso nord a bordo della Bestia.

Secondo l’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni (OIM), il corridoio Messico-Stati Uniti è la più importante rotta migratoria a livello mondiale, con 12,2 milioni di migranti fino al 2013. Il Messico non è soltanto un paese da cui i migranti partono per gli Stati Uniti, ma anche un territorio che costituisce il transito obbligato per migliaia di persone provenienti dal Centroamerica, in particolare da Guatemala, Honduras, El Salvador e Nicaragua.

Amnesty International (2013) sottolinea come durante il viaggio donne e bambini corrano particolari rischi, e come le forze dell’ordine messicane siano spesso responsabili di abusi e violenze, estorsioni e detenzioni arbitrarie. Nessuno conosce il numero di migranti deceduti durante il viaggio: molti semplicemente finiscono in fosse comuni e le famiglie non sono in grado né di ricostruire l’accaduto né di riavere i corpi dei loro cari.

Di fronte a tutto ciò gli sforzi del governo messicano e di quello statunitense appaiono piuttosto inefficaci. Una delle ultime misure è quella del governatore repubblicano del Texas (e probabile candidato Presidente alle elezioni del 2016), Rick Perry, che ha annunciato un paio di settimane fa l’invio di mille soldati della guardia nazionale alla frontiera con il Messico. È da sottolineare come negli ultimi dieci anni si sia registrato un aumento vertiginoso delle forze dell’ordine dispiegate a presidio del confine statunitense, che hanno raggiunto ormai le 18.000 unità. L’elemento di novità sta nel fatto che l’intervento della guardia nazionale implica una reale militarizzazione dei confini, essendo essa costituita da volontari, ma dotata di mezzi castrensi posti sotto il controllo dei governatori degli stati. Basti pensare che varie di queste unità hanno partecipato, ad esempio, al conflitto in Iraq. L’aspetto più interessante, ed inquietante, è che queste unità, a differenza di esercito, marina o aviazione, hanno la facoltà di usare le armi all’interno del territorio nazionale degli Stati Uniti.

L’inefficacia di questa ed altre politiche repressive appare evidente, e ci si chiede come queste possano ottenere qualche risultato nel diminuire il numero di persone che tenta disperatamente di raggiungere ed oltrepassare la frontiera.

Intanto la Bestia continua a correre e a ruggire, con il suo carico di disperazione e ingiustizia, senza che nessuno cerchi davvero di fermarla.

Michela Giovannini

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