Mekong, un crocevia di interessi

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Con i suoi 4880 km il Mekong è il dodicesimo fiume al mondo per lunghezza e il decimo per portata d’acqua. Il 44 % del suo corso, pari a 2130 km si trova in territorio cinese (dove prende il nome di Lancang Jiang, “fiume turbolento”), mentre il resto si divide tra il Myanmar, la Thailandia, il Laos, la Cambogia e il Vietnam: circa 70 milioni di persone che vivono grazie al fiume. Il Mekong è un crocevia di interessi strategici.

Come accade in altri contesti, un esempio su tutti è la questione dello sfruttamento del Nilo, emergono contrasti tra i paesi a monte e quelli a valle, tensioni acuite dal desiderio di sfruttare intensamente il fiume a scopi idroelettrici e di trasporto merci. La costruzione di numerose dighe e i lavori per rendere il Mekong navigabile (attraverso il contenimento delle rapide, l’eliminazione di scogli e di passaggi rocciosi, la creazione di chiuse e cataratte) rischiano però non solo di alimentare i conflitti tra gli stati ma soprattutto di provocare disastri ambientali in grado di distruggere un intero ecosistema e di mettere a repentaglio la vita di milioni di persone.

Per gestire le complesse questioni legate al bacino del fiume, nel 1995 è stato istituito il Mekong River Commission (MRC), un organismo sovranazionale a cui hanno aderito Thailandia, Laos, Cambogia e Vietnam, e che avrebbe dovuto dirimere le controversie. Grande assente la Cina che comunque è presente al consesso come osservatore, insieme al Myanmar. Tuttavia in quindici anni di vita questo organismo si è riunito soltanto due volte: al momento dell’inaugurazione e l’anno scorso, anche se molti incontri a livello intergovernativo si sono svolti periodicamente. Nella riunione svoltasi nell’aprile 2010 sul banco degli imputati era la Cina, accusata apertamente per il suo sfruttamento intensivo del fiume che avrebbe causato l’abbassamento del livello del Mekong avvenuto negli ultimi anni. La Repubblica Popolare rispediva al mittente le accuse affermando che la mancanza d’acqua era colpa del riscaldamento globale.

In parallelo le stesse quattro nazioni hanno lanciato, nel luglio 2009, la Lower Mekong Initiative, un’istituzione che non riguarda prettamente il fiume ma che vuole aumentare la cooperazione tra i paesi in campo sanitario, infrastrutturale, sociale. Va sottolineato che questo organismo regionale è stato sponsorizzato dagli Stati Uniti, con la presenza alla prima riunione del segretario di stato Clinton, in contrapposizione all’espansionismo cinese. Non mancano però i problemi interni agli Stati dell’Iniziativa (le tensioni politiche in Thailandia sono note anche per le loro implicazioni sui flussi turistici occidentali) e le dispute territoriali: tra Cambogia e Thailandia più volte negli scorsi anni ci sono stati pesanti scontri di confine che stavano per portare a una guerra aperta.

La vecchia Indocina, dopo decenni turbolenti di guerre e dittature, torna ad essere lo scenario di uno scontro tra potenze, anche se al posto dell’Unione Sovietica incontriamo la Cina. Tuttavia le ambizioni cinesi su quello che è considerato come il cortile di casa aumentano sempre di più soprattutto per la posizione strategica del sud-est asiatico per le rotte del petrolio. La Cina cerca una via alternativa allo stretto di Malacca: e proprio il Mekong, reso navigabile anche nel tratto cinese, potrebbe servire allo scopo.

Ma è lo sfruttamento idroelettrico a mettere a repentaglio la vita del fiume. Dagli anni ’60 in poi non si contano più i progetti di dighe sul Mekong, realizzati o rimasti sulla carta. È impressionante vedere il numero delle dighe la cui costruzione è posta al vaglio della MRC.

La prima diga del fiume, quella di Man Wan nella provincia cinese dello Yunnan, è stata ultimata nel 1993 ma è solo la prima di una serie: altre due sono già in funzione, tre in costruzione e altre tre sono in fase di progetto. Ma è il poverissimo Laos, governato da una dittatura di antico stampo comunista, a voler diventare il distretto delle dighe. Nel dicembre dell’anno scorso è stato inaugurato Nam Theun Two (Nt2), un ambizioso progetto idroelettrico che vede la costruzione di un complesso di dighe lungo uno dei principali affluenti del Mekong: numerose quanto vane sono state le proteste degli ambientalisti che sottolineano quanto le dighe già presenti abbiano stravolto l’equilibrio di quella parte di bacino. Benché molte voci autorevoli chiedano una moratoria sulle dighe, nel 2010 il Laos ha sottoposto alla MRC il progetto della Xayaburi dam, al confine con la Thailandia. In controtendenza rispetto al passato la Commissione del Mekong ha preso tempo preoccupata non solo per le conseguenze ambientali ma anche per quelle economiche: la barriera di cemento armato impedirebbe la migrazione annuale di moltissimi pesci e del Pesce gatto gigante, uno dei simboli minacciati del fiume. Insomma anche le battaglie delle popolazioni rivierasche qualche volta arrivano alla vittoria: l’importante è capire che anche per noi sono in gioco gli equilibri dell’intera umanità.

Piergiorgio Cattani

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