Mare, mare, mare…

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"Mare, mare, mare, ma che voglia di arrivare lì da te, da te". Non so voi, ma a me maggio mette addosso una voglia di mare pervasiva. Lo capisco dall’attenzione con la quale leggo i comunicati stampa a “tema marino” che arrivano quasi quotidianamente in redazione e che da un lato fanno sognare ad occhi aperti, dall’altro mi preoccupano sempre un po’. Sì perché è realmente difficile sentire parlare di mari ed oceani senza richiamare problemi come il calo di ossigeno, l’aumento delle plastiche o la costante perdita di biodiversità delle acqueNon fa eccezione neanche questo maggio che registra due preoccupanti quanto simboliche criticità evidenziate da autorevoli ricercatori internazionali, sia per quanto riguarda i tassi di natalità nella popolazione di delfini della Shark Bay nella Western Australia, che sulle concentrazioni di mercurio, arsenico e piombo nei campioni di sangue prelevati da 43 grandi squali bianchi campionati in Sudafrica. 

Il primo problema è legato al cambiamento climatico, in particolare ad una micidiale ondata di caldo senza precedenti che all’inizio del 2011, nella Shark Bay nella Western Australia, ha fatto salire le temperature dell’acqua marina oltre i 4 gradi sopra la media stagionale provocando una perdita sostanziale di fanerogame marine, le piante che sono alla base di tutto l’ecosistema di Shark Bay, una zona costiera che è anche un sito patrimonio mondiale dell’Unesco. Lo studio “Long-term decline in survival and reproduction of dolphins following a marine heatwave”, pubblicato lo scorso mese su  Current Biology  da un team di ricercatori britannici, svizzeri, australiani e statunitensi guidati dalla biologa Sonja Wild delle Università di Leeds e di Zurigo, sembra aver dimostrato che l’ondata di caldo ha avuto impatti negativi di lunga durata sia sulla sopravvivenza che sui tassi di natalità nella popolazione di delfini a Shark Bay, e dimostra come “I cambiamenti climatici possono avere conseguenze più di vasta portata per la conservazione dei mammiferi marini di quanto si pensasse in precedenza”. Per capirlo i ricercatori hanno utilizzato dati a lungo termine riguardanti centinaia di cetacei, dati raccolti in un periodo di 10 anni dal 2007 al 2017. Le loro analisi hanno rivelato che “Dopo l’ondata di caldo del 2011, il tasso di sopravvivenza dei delfini era diminuito del 12%. Inoltre, le femmine di delfini stavano dando alla luce meno cuccioli: un fenomeno che è durato almeno fino al 2017”.

Per questo tipo di fenomeno potrebbero esserci diverse spiegazioni: una minor cura dei cuccioli da parte delle madri a causa delle condizioni di stress ambientale, l’aumento della mortalità neonatale, il ritardo della maturità sessuale o una combinazione di tutti questi problemi. Certo è che la Wild e il suo team di ricercatori hanno dovuto dichiarare che, “La portata dell’influenza negativa dell’ondata di caldo ci ha sorpreso” perché “È particolarmente raro che il successo riproduttivo delle femmine non sia tornato ai livelli normali dopo 6 anni”. Anche se l’ondata di caldo non ha avuto lo stesso effetto su tutti i gruppi di delfini, la ricerca sembra aver sollevato in ambienti accademici e ambientalisti non poche preoccupazioni sul fatto che “tali eventi improvvisi potrebbero avere effetti a lungo termine piuttosto negativi anche in gruppi di mammiferi marini che di solito sono noti per adattarsi bene alle nuove condizioni ambientali”. Di fatto lo studio ha dimostrato per la prima volta che gli effetti del cambiamento climatico non riguardano solo gli organismi ai livelli inferiori della catena alimentare, ma potrebbero anche avere conseguenze considerevoli e a lungo termine anche negli animali al vertice, come i delfini, e di conseguenza sugli interi ecosistemi oceanici.

Il mese prima un team di ricercatori sudafricani e statunitensi aveva fatto una scoperta altrettanto sconcertante pubblicando lo studio “Blood plasma levels of heavy metals and trace elements in white sharks and potential health consequences” su Marine Pollution Bulletin: "alte concentrazioni di mercurio, arsenico e piombo, sono presenti in tutti i campioni di sangue prelevati da 43 grandi squali bianchi campionati in Sudafrica durante la spedizione Ocearch del 2012". Il sangue degli squali bianchi è stato sottoposto a screening per determinare le concentrazioni di 12 oligoelementi e 14 metalli pesanti ottenendo “Il primo resoconto pubblicato delle concentrazioni ematiche di metalli pesanti negli squali selvatici in Sudafrica. Tenuto conto che molte popolazioni di grandi squali stanno sperimentando declini in tutto il mondo, è importante capire l’impatto dei metalli tossici, se ce ne sono, in questa popolazione”. Inoltre per Neil Hammerschlag della Rosenstiel school e dell’Abess center for ecosystem science and policy dell’università di Miami, “Le concentrazioni di tossine, come il mercurio e l’arsenico, nel sangue degli squali bianchi, possono agire come indicatori per la salute dell’ecosistema, con implicazioni anche per gli esseri umani”. Fondamentalmente, se gli squali hanno alti livelli di tossine nei loro tessuti, è probabile che anche le specie di cui si nutrono e che stanno sotto di loro nella catena alimentare siano contaminate, compresi i pesci che mangiano gli esseri umani.

Per la principale autrice dello studio, Liza Merly, anche lei docente alla Rosenstiel school di Miami, a differenza di quanto succede negli uomini, anche se i campioni di sangue degli squali bianchi hanno registrato livelli che sarebbero tossici per molti animali, lo studio “non ha rilevato apparenti conseguenze negative di questi metalli pesanti sui diversi parametri di salute misurati negli squali". Le condizioni fisiche, i globuli bianchi e i granulociti rispetto ai rapporti linfocitari sembrano non aver risentito della contaminazione e non c'è alcun apparente effetto negativo sul loro sistema immunitario. Per la Merly  è possibile pensare che “gli squali possono avere un meccanismo di protezione fisiologica intrinseca che attenua gli effetti nocivi dell’esposizione ai metalli pesanti” confermando così l’abilità della specie nell’auto-guarigione, pur non restando immuni a malattie come il cancro. Questi animali, però, anche se sembrano indistruttibili sono in realtà a forte rischio di estinzione a causa della pesca eccessiva, sia commerciale che sportiva, tanto che lo scorso 21 marzo l’International Union for the Conservation of Nature (Iucn) ha pubblicato un aggiornamento della sua Lista Rossa: su 58 specie di squali ben 17 sono state classificate come minacciate di estinzione. Ecco perché il futuro dell'ecosistema mare deve preoccuparci e non poco, non solo da maggio in poi.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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