Mali: cultura e potere ieri e oggi (parte II)

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[PARTE I] “Non era così grande né così affollata come mi aspettavo. Il commercio è meno ricco di quanto non mi fosse stato detto: non vidi, come a Djenné, grande affluenza di stranieri provenienti da tutte le parti del Sudan. Non incontrai a Timbuctu che cammelli che venivano da Cabra [Kabara], carichi di merci arrivate con le imbarcazioni [...] Non una voce, si respirava dappertutto una grande tristezza. Ero sorpreso dalla poca attività, direi anzi inerzia, che regnava nella città: solo qualche mercante di noci di cola gridava le sue mercanzie come a Djenné” (Viaggio a Timbuctu, Cierre, Verona, 1993, p. 220).

La citazione arriva dal diario di viaggio di Réné Caillé del 1828, un esploratore francese che, travestito da arabo, raggiunse la città da lui tanto sognata, Timbuctu, appunto, la “regina delle sabbie”. Caillé è sconsolato perché nulla a Timbuctu era come se lo aspettava: la preparazione del viaggio, gli studi storici, la conoscenza dei suoi sfarzi e del suo potere medievale avevano contribuito a costruire un “mito”. La cartografia del XIV secolo racconta chiaramente di quanto il Rex Melli, così era chiamato allora il Mali, fosse un territorio potente e di come Timbuctu fosse al centro di un’importante tratta transahariana nonché un noto centro culturale. Inoltre, la notizia del viaggio alla Mecca di Mansā Moussa nel 1324, poi, giunse fino in Europa e non lasciò indifferenti i cronisti dell’epoca che ne narrarono la fastosità. 

Ma nel 1828 come oggi, la realtà agli occhi del viaggiatore parla di altro: anzi, non parla proprio perché “lì non c’è alcunché da vedere”. I monumenti, segno tangibile dell’eredità storica, sono in terra: esposti agli agenti atmosferici, per nulla inequivocabili, o imponenti, o forti come ce li aspetteremmo. Certo perché noi occidentali, la storia siamo abituati ad osservarla, non a pensarla. Eppure, nonostante questa realtà effimera, fatta di sabbie, dal 1988, Timbuctu è stata inserita nella lista del World Heritage dell’UNESCO. Da un lato tentativo di museificare, eternizzare qualcosa che il vento potrebbe portarsi via, dall’altro riconoscimento del valore che Timbuctu racchiude nei suoi libri, documenti manoscritti che dal lontano IX secolo hanno portato fino a noi una lunga narrazione della storia dell’umanità in campo giuridico, medico, matematico, astronomico, geografico, linguistico, filosofico. 

Per secoli le famiglie di Timbuctu se ne sono prese cura, difendendoli da ogni possibile manomissione o intromissione, mettendoli al sicuro in vario modo – nelle abitazioni e in qualche biblioteca privata: al tempo delle invasioni marocchine del XVI secolo; nel XIX secolo con l’arrivo dei francesi; nel 2012, quando la città è stata occupata da diversi gruppi di islamisti vicini ad al Qaeda. Il declino segnato da quest’ultimo passaggio è meravigliosamente narrato da Abderrahmane Sissako, regista mauritano, nel suo ultimo capolavoro intitolato Timbuktu (Francia, 2014).

Per una serie di cause, con la fine del grande impero del Mali a metà del XVII secolo e del successivo impero bambara – che finì nel 1861 sotto l’invasione del conquistatore toucouleur El Hadj Umar Tall – e la consecutiva “annessione” all’impero coloniale francese, tutta la zona perse la sua vivacità ed autonomia e Timbuctu non interessò più ad alcuno. Gli interessi economici stranieri prevalsero su quelli locali. Quelle terre erano tabula rasa da conquistare e da sfruttare. Ma questo era ciò che pensavano i colonizzatori, mentre la città continuava a pregare i suoi santi.

Nel 1973, la creazione dell’Istituto di Alti Studi e Ricerca Islamica Ahmed Baba, che ha sede a Timbuctu, è stata la manifestazione della volontà di preservare l’espressione più culturalmente alta dell’Islam inclusivo e pacifico che caratterizza l’Africa saheliano-sudanese. L’Istituto Ahmed Baba non è l’unico centro culturale della città, ma a differenza degli altri, è pubblico, aperto a tutti, facilmente accessibile. Così è stato per gli islamisti nel 2012-2013. Così è stato per tutti quei “bracconieri” a caccia di materiale autenticamente antico per dare continuità al mercato librario illegale. Come sempre gli attori sono molteplici e le complicità non facili da dipanare: “richieste” da vari atenei europei e statunitensi, appetiti locali, velleità intellettuali, lusinghe di guadagno.

Una storia non nuova perché contro i luoghi sacri del sufismo, in particolare le tombe e i santuari dedicati ai santi, i neosalafiti se l’erano già presa più volte. Nuova è invece la strategia distruttiva contro i testi sacri dell’Islam. Quando la carta brucia, resta solo la cenere da vendere e allora ci si chiede “perché bruciarli?”. La risposta non è mai univoca. Bisognava lasciare il segno del passaggio, per lasciare una sorta di memoria per “sottrazione”? Il rogo è stato acceso appena prima che l’esercito francese – con l’operazione Serval – respingesse verso nord gli islamisti. Era il 26 gennaio 2013. Forse, secondo le contemporanee correnti fondamentaliste, il desiderio di costruire un nuovo Islam deve obbligatoriamente passare per la distruzione delle radici storiche e culturali di quell’Islam di pace, di scambio, di unità? Forse polverizzare è l’unica strategia per annientare i luoghi e ciò che essi rappresentano, contenitori di memoria, contesti simbolici ed incubatori di progettualità? Forse… 

Un dato è certo. Molti volumi sono stati persi per sempre. Altri però vivono ancora, seppur nascosti; questi sembrano rappresentare il 90-95% della dotazione originaria di oltre settecento mila testi. A fine gennaio 2015, Bamako ha ospitato una conferenza internazionale convocata dall’UNESCO per discutere il futuro dei manoscritti antichi: quale conservazione e quale utilizzo. I veri protettori sono però i numerosi maliani che contro l’estremismo distruttivo hanno fatto prevalere il valore inestimabile del patrimonio culturale al quale sentono di appartenere. Queste persone hanno preso, portato via, messo in salvo i pezzi di una storia che – se non nei libri – si ricomporrà ancora una volta dentro le storie della gente che abita e che abiterà Timbuctu. Come scrive Davide Papotti in un libro curato insieme a Marco Aime (L’altro e l’altrove. Antropologia, geografia e turismo, Einaudi, 2012) “le tracce del suo passato stanno proprio lì, ci passano davanti e non ce ne accorgiamo, perché la nostra ottica è infondo predeterminata e crea aspettative preconfezionate. […] La vera ricchezza di Timbuctu sta nella sua gente, ma questo è un altro modo di leggere la storia” (p. 157). Perché a Timbuctu, luogo d’incontri dove ogni persona è straniera, la storia procede lentamente per connessioni, contatti, relazioni a volte brusche a volte dolci, eppure sempre generatrici di vita. 

Sara Bin

(1976) vive in provincia di Treviso e lavora a Padova. É dottore di ricerca in geografia umana; ricercatrice e formatrice presso Fondazione Fontana onlus dove si occupa di progetti di educazione alla cittadinanza globale e di cooperazione internazionale; è docente a contratto di geografia politica ed economica; ha insegnato geografia culturale, geografia sociale e didattica della geografia. Collabora con l’Università degli Studi di Padova nell'ambito di progetti di educazione al paesaggio e di formazione degli insegnanti. Ha coordinato lo sviluppo e l'implementazione dell'Atlante on-line in collaborazione con il Ministero dell'Istruzione, del'Università e della Ricerca. Dal 2014 fa parte del gruppo di redattori e redattrici di Unimondo. Ha svolto attività didattica e formativa in varie sedi universitarie, scolastiche ed educative ed attività di consulenza nell’ambito della cooperazione allo sviluppo. Tra i suoi principali ambiti di ricerca e di interesse vi sono le migrazioni, la cittadinanza globale, i progetti di sviluppo nell’Africa sub-sahariana, lo sviluppo locale e la sovranità alimentare. Ha svolto numerose missioni di ricerca e studio in Africa, in particolare in Burkina Faso, Senegal, Mali, Niger e Kenya. E' membro dell'Associazione Italiana Insegnanti di Geografia e presidente della sezione veneta

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