Mali: cultura e potere ieri e oggi (parte I)

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Timbuctu - Foto: Princeclausfund.org

Mali, terra degli antichi regni malinké, definito “paese dei Neri” da Ibn Battūta, nel suo I viaggi (1356), un berbero di Tangeri che nel 1325 partì a cavallo all’età di 21 anni verso oriente diretto ai luoghi santi dell’Islam: Egitto, Palestina, Siria, Iraq, Yemen, Somalia, Kenya, Tanzania, Afghanistan, Maldive, Sri Lanka, India, Malesia, Indonesia, Cina (solo per citare qualcuno degli stati “moderni” attraversati).

In Mali giunse quasi trent’anni dopo dal suo primo viaggio, partito forse per conto del sultano del Marocco, Abū ‘Inān, che lo spinse attraverso il Sahara fino al Niger dentro i grandi regni dell’Africa saheliano-sudanese. All’epoca il sultano dell’impero del Mali era l’avaro Mansā Sulaymān, Mansā significa proprio “sultano”; egli era stato preceduto dall’ammirato e degno Mansā Moussa che nel 1324 intraprese il pellegrinaggio alla Mecca e fece costruire a Timbuctu la grande moschea di Djinger-ber e una stanza quadrata con terrazza a cupola i cui muri erano intonacati di gesso e decorati con arabeschi folgoranti.

Ibn Battūa, nel suo diario di viaggio ci racconta di Timbuctu, che noi conosciamo come “la misteriosa”, “la terra dei 333 santi”, “la perla del deserto”. Di questa città ci dice che “ospita le tombe del poeta di talento Abu Ishaq al Sahili al Gharnati [di Granada] e di Siraj ibn al-Kuwayk che era un grande mercante originario di Alessandria”.

Poche righe del diario per riportare la nostra attenzione su ciò che era Timbuctu, terra di cultura e di commercio e su cos’era il grande regno del Mali che sul finire del XIV secolo abbracciava un territorio che andava dall’oceano Atlantico ai deserti dell’attuale Niger, Paese degli Haussa, un territorio che all’epoca si percorreva con un anno di cammino a piedi.

Oggi questo territorio vastissimo è composto di tanti ritagli posizionati come su un puzzle ad incastri geometrici sulla base di un disegno tracciato in un altrove spazio-temporale: la Conferenza di Berlino (1884-1885) qualcuno la ricorda grazie ai libri di storia; con quei lavori di tessitura e di ricucitura si è regolata la prima “moderna” corsa all’Africa. C’era l’idea della tabula rasa sulla quale bisognava scrivere qualcosa, perlomeno nell’intento delle potenze europee di allora. Perché qualcuno di autorevole aveva detto che se non si scrive non si esiste e la storia (e la geografia) devono perciò essere mediate dalla scrittura per dare forma ed identità a superfici e persone. Così quelle terre sono diventate dal 1898 Sudan Francese prima, Africa Occidentale Francese poi, e infine nel 1960 si sono distinte con l’appellativo di “Repubblica del Mali”, “Repubblica del Senegal”, “Repubblica del Niger”, ecc.. Il Mali è anche passato per una fase intermedia, nel 1959, in cui insieme al Senegal ha formato la Federazione del Mali.

“Repubblica del Mali”. Cinquantacinque anni di vita e cinque presidenti. Dopo Modibo Keita, prima guida del Paese indipendente e ventitré anni di governo militare con Moussa Traoré, dagli anni ’90 Alpha Oumar Konaré (1992-2002) e Amadou Toumani Touré (2002-2012) hanno saputo stabilire internamente e restituire esternamente un’immagine di democrazia “esemplare” (così si legge in diversi articoli di analisi politica), anche se fragile. Infatti, 1.240.000 km2 non sono facili da gestire stando a Bamako e considerata l’enorme varietà di culture e credo che essi contengono: un paese tagliato in due – più o meno all’altezza dell’ansa del fiume Niger – rurale a sud (dove vive un buon 90% dei tredici milioni di abitanti), pastorale a nord (dove vivono principalmente popolazioni nomadi). Sono i luoghi narrati da Ibn Battūa (e non solo perché di grandi narratori di questi territori ce ne sono stati molti, tra cui Amadou Hampâté Bâ, per fare un Nome) quelli su cui oggi si sta svolgendo un’altra corsa o forse più d’una.

Nel 2010 l’apparente equilibrio diplomatico, politico, economico tenuto in piedi per dei decenni ha iniziato a vacillare sotto le pressanti richieste di autonomia delle popolazioni nomadi, conosciute come “tuareg”; appellativo improprio e fin troppo sintetico nel quale vengono inclusi anche altri gruppi etnici nomadi peul, sarakollé o soninké, ecc., ma soprattutto diversi raggruppamenti con identità tuareg. Considerando che la paternità della richiesta sia proprio dei tuareg, essa non è certo nuova nella storia di queste aree perché i tentativi di “autonomia” e le richiesta di libertà di queste popolazioni erano note fin dai tempi coloniali e si sono accentuate durante il periodo post-coloniale. In Mali, la più storicamente vicina a noi è sicuramente la ribellione dei primi anni ’90 (1990-1996). L’esclusione e l’isolamento politico, culturale, ecc., le ripetute siccità degli anni ‘80, la scarsità di cibo, la morte del bestiame influirono negativamente sulle popolazioni nomadi che dovettero spostare le loro rotte migratorie, indebolendo le difese politiche ed economiche dei territori abitati, creando i presupposti per nuove fonti di guadagno quali le attività transfrontaliere di contrabbando e di criminalità. Malcontenti e tentativi di stabilità regnarono più o meno silenziosamente anche grazie alle trattative di pace con il governo di Bamako – che vide anche nella creazione di una nuova regione amministrativamente autonoma, la Regione di Kidal, nata nel 1991 proprio come conseguenza degli accordi di pace di Tamanrasset e nel successivo avvio, nel 1993, del processo di décentralisation sull’intero territorio nazionale, un modo per includere maggiormente le popolazioni autoctone anche nell’amministrazione del territorio – almeno fino al 2007.

Da allora ad oggi, ad alimentare il fuoco sono sopraggiunti anche altri fattori. La crisi economica globale (2008); l’impennata dei prezzi dei beni alimentari e l’aumento della richiesta di superfici agricole per coltivare agrocarburanti; i movimenti di protesta contro il carovita; l’intensificarsi delle rotte migratorie verso Nord; il crescente interesse per gli investimenti sulla terra e sull’agricoltura (ben noto come land grabbing): i principali investitori in Mali, la Foras International Investment Company che ha sede in Arabia Saudita e la Libya Africa Investment Portfolio hanno acquistato (a prezzi bassissimi) centinaia di migliaia di ettari di terra fertile (vedi a titolo d’esempio il progetto Malibya); la messa in discussione di diversi regimi; la “primavera araba” in Egitto, Tunisia, Libia; la caduta nel 2011 di Mubarak, Ben Ali e la morte di Gheddafi; l’avvio della ribellione nel nord del paese da parte del MNLA (Movimento nazionale per la liberazione dell’Azawad) e la comparsa di molti gruppi come gli islamisti di Ansar Dine e il Mujao (Movimento per l’unicità e il jihad in Africa occidentale); il colpo di stato nel 2012 che ha destituito Toumani Touré; sono solo alcuni dei fattori che hanno consentito l’apertura del vaso di Pandora.

Nel 2012, il nord del Mali – Kidal, Gao, Timbuctu – diventa un territorio di conquista che si allarga sempre più e minaccia l’espansione verso sud, cioè verso la capitale, direzione che ha fatto intervenire nel 2013 le forze internazionali francesi con l’operazione Serval e le Nazioni Unite che hanno autorizzato la Misma (Missione internazionale di sostegno al Mali) condotta dalla CEDAO/ECOWAS (la Comunità economica dell’Africa occidentale).

Come ha scritto Emanuela Citterio (25 gennaio 2015) di tutto ciò che accade qui nelle immensità del Sahel, di questa guerra “non sappiamo nulla” o sappiamo molto poco. Lungi dal semplificare, diventa d’obbligo complessificare: troppo facile dire che sono i tuareg i colpevoli. Su questa vastissima regione del “paese dei Neri”, come la definiva Ibn Battūa nel XIV secolo, continuano come secoli fa ad intrecciarsi diverse rotte transahariane, cioè interessi, poste in gioco che legano i Nord con i Sud e viceversa: ieri erano quelle dell’oro, del sale, delle spezie, degli schiavi, oggi sono quelle della droga, delle armi, degli esseri umani, in nuovi schiavi… Il tutto si svolge apparentemente lontano dalla storia, dagli occhi dei media, dal cuore quindi del mondo intero. E al centro di questo conflitto dimenticato – che ha comunque implicazioni globali, c’è ancora Timbuctu, avamposto di connessioni globalizzate.

(Segue parte II...)

Sara Bin

(1976) vive in provincia di Treviso e lavora a Padova. É dottore di ricerca in geografia umana; ricercatrice e formatrice presso Fondazione Fontana onlus dove si occupa di progetti di educazione alla cittadinanza globale e di cooperazione internazionale; è docente a contratto di geografia politica ed economica; ha insegnato geografia culturale, geografia sociale e didattica della geografia. Collabora con l’Università degli Studi di Padova nell'ambito di progetti di educazione al paesaggio e di formazione degli insegnanti. Ha coordinato lo sviluppo e l'implementazione dell'Atlante on-line in collaborazione con il Ministero dell'Istruzione, del'Università e della Ricerca. Dal 2014 fa parte del gruppo di redattori e redattrici di Unimondo. Ha svolto attività didattica e formativa in varie sedi universitarie, scolastiche ed educative ed attività di consulenza nell’ambito della cooperazione allo sviluppo. Tra i suoi principali ambiti di ricerca e di interesse vi sono le migrazioni, la cittadinanza globale, i progetti di sviluppo nell’Africa sub-sahariana, lo sviluppo locale e la sovranità alimentare. Ha svolto numerose missioni di ricerca e studio in Africa, in particolare in Burkina Faso, Senegal, Mali, Niger e Kenya. E' membro dell'Associazione Italiana Insegnanti di Geografia e presidente della sezione veneta

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