Ludopatia, quando lo Stato lucra sul gioco (perdendoci)

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Slot city: è anche un libro inchiesta di Marco Dotti – Foto: slot-city.it

Chi di noi non ha mai scommesso o giocato d'azzardo? Sembra una domanda retorica, con la risposta quasi ovvia: “Io? Mai! Sono una persona seria e con la testa sul collo!”

Nella realtà la risposta è ben diversa: oltre il 50% di noi ha comprato almeno una volta un biglietto della lotteria, ha giocato la schedina del Totocalcio, ha puntato un'ambata al lotto o magari ha soltanto scommesso una cena con un amico!

La storia del gioco d'azzardo è molto antica. Ricordiamo i soldati romani giocar­si ai dadi la tunica di Gesù, per non parlare della “smorfia”, la cultura napoleta­na del gioco del lotto, i grandi nobili di tutta Europa frequentare i “Casino” e perderci ogni loro sostanza. Per non parlare degli inglesi, che sono da sempre abituati a scommettere su tutto e su tutti.

Ma voglio soffermarmi sul gioco d'azzardo “povero”: cominciamo dal gioco del lotto. Una volta questo gioco era mensile, poi settimanale, infine a giorni alter­ni o quasi. Così è avvenuto anche per la schedina del Totocalcio e per il Supe­renalotto, legato al gioco del lotto.

Perché si è aumentato a dismisura il numero delle estrazioni o comunque delle possibilità di scommessa? Per vari motivi, ma quelli essenziali al nostro discor­so sono: la sete di guadagno di chi accetta le scommesse e guadagna sui “pol­li” che scommettono; la sete di guadagno dei “polli” che sperano di guadagna­re, un giorno o l'altro, e rifarsi di tutte le perdite precedenti. Questo è il mecca­nismo di base su cui si basano tutte le scommesse e che diventa l'origine della cosiddetta “compulsività” del gioco d'azzardo. Per essere chiari: la compulsività è la molla psicologica ed economica che ci spinge a rigiocare quanto abbiamo vinto per guadagnare sempre di più o a puntare per rifarci, pur sapendo che siamo ormai chiusi nella trappola da cui non usciremo, probabilmente, mai più.

C'è un ulteriore elemento che ha tutto l'interesse all'aumento delle scommesse, o almeno a quelle dallo stesso organizzate ed è lo Stato, che, tassandole, ha trovato una fonte sicura, continua, indiscutibile ed inappellabile di introiti: lo Stato incassa dal gioco senza nessuna possibilità di contestazione! Se un im­prenditore può contestare un accertamento induttivo, una cartella esattoriale, chi andrebbe mai a contestare di aver perso al gioco?

E qui si apre ancora un nuovo capitolo: chi ha interesse, oltre lo Stato, a gesti­re le scommesse (e quindi le sale “Bingo”, le lotterie, i “gratta e vinci”, le “slot machine”, le scommesse sportive, e così via)? Sicuramente chi ha del denaro da investire a rischio zero, ottenendo la massima redditività con il minimo sfor­zo nel trasformare denaro “sporco” con moneta pulita: questo “chi” sono le mafie, tutte, indistintamente, italiane e straniere!

Fin qui una brevissima analisi, sintetica ma esauriente, dell'origine e dello svi­luppo del gioco d'azzardo e delle sue forme attuali.

Veniamo agli aspetti sociali di quanto detto. Sono da poco pensionato dedito a varie attività, e guardo con interesse i comportamenti di tanti miei coetanei o poco più... Frequento i centri commerciali della zona in cui vivo, ma mi piace andare per “mercati”, in Italia, ma ancor più all'estero, per vedere “la gente”.

Ecco. Avete mai fatto caso ai pensionati che passano le giornate fredde d'inver­no nei centri commerciali riscaldati? E nel caldo dell'estate frequentare gli stes­si centri rinfrescati dall'aria condizionata?

Ma questo ora poco ci importa. Quello che ci interessa sono i “comportamenti” di queste persone che devono “fa passare il tempo”: sono sempre di più i pen­sionati, donne e uomini separati (quindi i “nuovi poveri”!) che vivono così e passano la giornata tra una birra o un bicchiere di vino e tra una “slot machi­ne” o un “win-for-life”... potremmo dire tra una speranza e una delusione, get­tando al vento la pensione o la liquidazione dell'ultimo lavoro fatto o la casa dei figli o dei nipoti...

Ecco la conseguenza più grave di questi comportamenti: la “costrizione a conti­nuare a giocare” (scommettere, puntare, giocare sono sinonimi) per recupera­re quanto speso, porta a spendere sempre di più ed a far saltare il cervello se e quando questo si “risveglia” e si rende conto che è veramente tutto perduto, anche l'onore!

Qui entrano in ballo i fatidici effetti della ludopatia: la depressione, la malattia, il desiderio di “farla finita”, la tendenza al suicidio e quindi la necessità di un in­tervento socio-sanitario che lo Stato, se e quando è presente, pagherà a caro prezzo! Cure antidepressive, visite psichiatriche, analisi, ricoveri ed assistenza di ogni tipo diventano necessari per “recuperare” la vittima del gioco su cui lo stesso Stato ha guadagnato fino a ieri attraverso la tassazione e gli introiti del gioco.

Qui arriviamo al punto: lo Stato cerca di guadagnare attraverso uno strumento che lo porta a spendere più di quanto guadagna! Peggio. Lo Stato guadagna appoggiando le organizzazioni criminali che riciclano il denaro di altre dipen­denze (droga, alcool, fumo), per poi pagare con interventi sanitari per le vitti­me della “ludopatia” (dipendenza dal gioco), e con il lavoro di polizia e di giu­stizia per la lotta delle organizzazioni criminali che aprono e gestiscono le scommesse e i giochi d'azzardo!

Prima di concludere ancora due brevi osservazioni su cui riflettere molto atten­tamente. Primo. Sono aperte, soprattutto nei luoghi di villeggiatura, sale da gioco con giochi per tutte le età, dai 6 anni in su! Alla domanda ad un gestore: “Come padre come vede questi giochi per i bambini?” la risposta è stata: “Sono giochi come tutti gli altri!”. Mi rifiuto di commentare. Secondo. Ci sono farmacie che hanno installato “slot machine” nei loro locali... spero sia per identificare e conoscere i potenziali “ludopati” e curarli!

Concludo. Quando verranno vietati i giochi d'azzardo, eliminate le “slot machi­ne”, come è stato fatto per il fumo ed in parte per un minor consumo di alcool, forse si farà un passo avanti verso una civiltà più consapevole e mentalmente sana.

Paolo Merlo

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