Lo stallo del WTO e la crisi del progetto globalista

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Il presente aggiornamento è diviso in due parti. La prima consiste in osservazioni sui recenti sviluppi dei negoziati dell'Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) che condurranno a Cancun, molte delle quali formulate in base ai dati generosamente forniti dalla collega Aileen Kwa, personaggio di punta del Focus sul sud globale di Ginevra. La seconda parte delinea il contesto globale a cui contrapporre gli sviluppi del WTO.

I. Sviluppi recenti del WTO

1. Probabilmente il modo migliore di definire i recenti sviluppi di Ginevra è che i negoziati sono praticamente ad una situazione di stallo.
- L'esemplificazione più evidente di questa situazione di stallo è data dalla polarizzazione a cui sono approdati i negoziati sull'agricoltura. La bozza Harbinson (dal nome del presidente per i negoziati agricoli, Stuart Harbinson che l'ha stilata) è ormai orfana.

Gli Stati uniti e il Gruppo di Cairns ritengono che la riduzione tariffaria proposta sia troppo bassa, mentre l'Unione europea e il Giappone la considerano troppo alta. I paesi in via di sviluppo sono invece preoccupati che la bozza esiga da loro un taglio delle tariffe assai considerevole.
Chiedono anche un ampliamento del concetto di "prodotti strategici" proposto da Harbinson, che riserva a pochi "prodotti strategici" riduzioni tariffarie più limitate.

Da notare che Unione Europea e Stati uniti, nella rispettive pressioni per cercare di ottenere vantaggi negoziali, hanno spaccato il fronte dei paesi in via di sviluppo. I paesi del Gruppo di Cairns, come il Brasile, l'Uruguay, la Tailandia, stanno dalla parte degli Usa, contro l'UE e il Giappone. Gli europei hanno contrattaccato, guadagnando il sostegno dell'India e di molti altri paesi in via di sviluppo ad una controproposta in favore della liberalizzazione agricola, che replicherebbe la formula di liberalizzazione dell'Uruguay Round, ritenuta più flessibile. La conclusione è che sarà assai improbabile il raggiungimento di un accordo prima della conferenza di Cancun.

- Quanto ai Trade Related Intellectual Property Rights (Trips) e l'area della sanità pubblica, gli Stati Uniti non si sono accordati su niente. Continuano infatti a mantenere la loro posizione, ovvero che solo nel caso dei farmaci per tre malattie - Hiv-Aids, malaria e tubercolosi - i diritti legati ai brevetti possono essere allentati. Dal momento che la proposta è stata rifiutata dai paesi in via di sviluppo, gli Stati Uniti parlano ora di allentamento dei diritti di brevetto non legati a problemi di sanità pubblica ma a "crisi della sanità pubblica". I negoziatori americani hanno riferito alle loro controparti dei paesi in sviluppo che non possono cambiare le proprie posizioni, e se vogliono che i negoziati si muovano, devono rivolgersi direttamente ai giganti farmaceutici. Altro elemento di disturbo è il fatto che lo stesso direttore generale della Wto, Supachai, sta spostando l'accusa di bloccare i negoziati dagli Stati uniti a Brasile e India, i cui produttori, accusa Supachai, saranno quelli che beneficeranno maggiormente da una riduzione dei diritti di brevetto.

- Riguardo alle questioni più recenti - investimenti, politiche per aumentare competitività, commesse governative e facilitazioni commerciali, l'UE sta cercando di sganciare l'avvio dei negoziati su questi temi dalla decisione da parte della stessa Ue di liberalizzare l'agricoltura. Così l'Unione cerca di convincere i paesi in via di sviluppo che la liberalizzazione in quei settori va incontro ai loro interessi.
Per muovere le acque gli Stati Uniti, a quel che si dice, hanno proposto di "slegare" le quattro aree così che i negoziati possano procedere separatamente. Pubblicamente l'UE si è detta d'accordo con gli Usa, ma preferirebbe ancora tenere insieme le quattro aree. L'Unione Europea sta anche eludendo le preoccupazioni dei paesi in via di sviluppo riguardo alle modalità sostanziali, e preferisce ridurre i negoziati sulle modalità per raggiungere un accordo a Cancun a formalità procedurali - quanti incontri si devono tenere, ecc. Questo atteggiamento è stato criticato dai paesi in via di sviluppo che lo vedono come un tentativo di strappare loro un assegno in bianco per avviare i negoziati, senza prima mettersi d'accordo sulla sostanza.

- In due aree di negoziato che stanno particolarmente a cuore ai paesi in via di sviluppo, non si è mosso nulla.
Sono la questione del Trattamento Speciale e Differenziato e quella dell'Implementazione. Su quest'ultima, può essere interessante sapere che quando abbiamo incontrato Pascal Lamy, Commissario al Commercio della UE, a Bangkok poche settimane fa, egli incolpava apertamente i paesi in via di sviluppo, accusati di non riuscire a mettersi d'accordo su due o tre grandi priorità riguardanti l'implementazione che devono essere affrontate.

2. Che cosa significa tutto ciò nell'ambito del congresso ministeriale di Cancun? Abbiamo posto la domanda a Pascal Lamy alcune settimane fa. Curiosamente, la sua risposta ha eluso la domanda, affermando semplicemente che se si guarda al processo dal mandato del congresso ministeriale di Doha che scade entro il 2004, le cose non appaiono così negative, poiché "in alcune aree i negoziati si sono svolti per i due terzi, in alcune si trovano a metà strada, in altre ancora si trovano a un terzo, sull'accordo TRIPS si sono svolti al 98 percento."

Ora, il ruolo del congresso è quello di condurre i negoziati in più aree contemporaneamente, per poter definire un accordo complessivo. Poiché i membri dei singoli paesi non riescono nemmeno ad accordarsi sulle modalità dei negoziati in numerose aree chiave, il WTO si trova ad affrontare il grande dilemma di come procedere a Cancun. Questa è forse la ragione per cui i funzionari chiave del WTO stanno attualmente discutendo sulla realizzazione non di una dichiarazione che annunci gli accordi raggiunti relativi alle specifiche questioni, bensì di un "comunicato" sullo "stato di avanzamento" dei negoziati in corso, che contenga dei brevi resoconti da parte dei vari gruppi dei negoziati sul lavoro svolto sin da Doha.

3. Le speranze di ottenere a Cancun risultati simili a quelli raggiunti a Doha sono state ulteriormente smorzate dal recente aggravamento dei legami commerciali tra gli Stati Uniti e l'Europa. L'Unione Europea ha minacciato l'imposizione di sanzioni agli Stati Uniti entro la fine del 2003 per le agevolazioni fiscali sull'esportazione risultate in violazione delle regole del WTO secondo la commissione d'indagine. Con una decisione apparsa come una ritorsione, gli Stati Uniti hanno dichiarato che presenteranno denuncia presso il WTO contro la moratoria dell'Unione Europea per gli alimenti geneticamente modificati. Prese nel contesto dei conflitti commerciali già esistenti e dell'amaro contrasto degli Stati Uniti con la Francia e la Germania nell'ambito dell'intervento USA in Iraq, tali recenti decisioni non promettono nulla di buono a entrambe le parti per il raggiungimento del consenso sulle modalità dei negoziati agricoli e di altre questioni commerciali in vista di Cancun. Occorre ricordare che non sono state soltanto la rivolta dei paesi in via di sviluppo al Convention Center di Seattle e le mobilitazioni di massa nelle strade a determinare il fallimento del congresso di Seattle nel 1999, ma anche i conflitti irrisolti tra Stati Uniti ed Unione Europea su agricoltura, ambiente e standard per l'occupazione.

Il rappresentante dell'Agenzia USA per il Commercio Robert Zoellick e il Commissario per il Commercio dell'Unione Europea Pascal Lamy, che sono intimi amici, dovranno ricucire lo strappo Washington-Bruxell prima di Cancun, tuttavia le condizioni sono attualmente più gravi che prima del congresso di Doha nel Novembre 2001, quando gli USA e l'UE condividevano una posizione comune sulla guerra al terrorismo e sull'intervento in Afghanistan, e Washington non aveva ancora imposto una tariffa del 40 percento sull'importazione dell'acciaio e passato i suoi 100 miliardi di dollari di sovvenzioni agli agricoltori americani. Comunque, è importante non sottovalutare l'abilità di Zoellick e Lamy nell'architettare un concordato USA-UE come fecero alla vigilia di Doha.

II. Il contesto globale e congiunturale dei negoziati del WTO
Il contesto per comprendere lo stallo del WTO è quello della crisi del progetto globalista e della necessità di unilateralismo come caratteristica principale della politica estera degli Stati Uniti.

1. Iniziamo con alcune osservazioni sulle caratteristiche e gli sviluppi del progetto globalista.
- La globalizzazione è l'unificazione accelerata tra capitale, produzione e mercati basata globalmente sulla logica della redditività corporativa;
- Si tratta di un processo accompagnato dalla predominanza dell'ideologia neoliberista, centrata sulla "liberalizzazione del mercato" mediante il ricorso alla privatizzazione, alla deregolamentazione e alla liberalizzazione del commercio;
- La globalizzazione è stata caratterizzata da due fasi, la prima durata dall'inizio del diciannovesimo secolo fino allo scoppio della Prima Guerra Mondiale nel 1914; la seconda dai primi anni '80 ad oggi. Il periodo d'intervallo è stato caratterizzato dal dominio delle economie nazionali capitaliste con un livello significativo d'interventismo statale, e dell'economia internazionale con limitazioni significative sul flusso di scambio e dei capitali.

2. L'apogeo della seconda fase di globalizzazione è stato raggiunto, secondo la mia opinione, con l'istituzione dell'Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) nel 1995. Il trionfalismo che ha caratterizzato l'evento è stato espresso nel comunicato congiunto della Banca Mondiale, del WTO e del FMI nel 1996 durante il congresso ministeriale del WTO di Singapore, dove le tre istituzioni hanno dichiarato che l'impegno assunto determinava la "coerenza" delle politiche di WTO, FMI e BM per la creazione della struttura governativa economica internazionale che avrebbe assicurato la prosperità globale.

L'Economist e il resto della stampa ufficiale ha celebrato il WTO come gemma del governo capitalista mondiale, instaurando un sistema di regolamentazioni sul commercio mondiale al quale sia le economie forti che quelle deboli dovevano sottostare. Secondo George Soros, l'importanza del WTO è nell'essere l'"unica istituzione globale alla quale gli Stati Uniti erano disposti a subordinare le leggi nazionali."

3. Tuttavia, in soli cinque anni, il progetto globalista, sia nella sua versione "dura" della linea Thatcher-Reagan che in quella "morbida" della linea Blair-Soros (globalizzazione a "reti di sicurezza") si è trovato in crisi. I momenti chiave di tale crisi sono tre:
- La crisi asiatica del 1997, che ha rivelato che uno dei principi della globalizzazione, la liberalizzazione dei capitali internazionali, poteva essere profondamente destabilizzante. Tale principio ha costituito il fattore principale del collasso delle economie est-asiatiche, con 22 milioni di persone in Indonesia e un milione in Tailandia che sono sprofondate al di sotto del livello di povertà in pochi mesi.
La crisi finanziaria asiatica è stata la Stalingrado del FMI, il principale agente globale del flusso di capitali liberalizzato, che è stato costretto a una revisione dei bilanci in Africa e in America Latina, rivelando il fallimento universale del programma di aggiustamento strutturale promosso insieme alla Banca Mondiale, provocando stasi economica, ulteriore povertà e disuguaglianza.
Insieme alla crisi economica, la crisi finanziaria asiatica ha messo enormemente in crisi la credibilità e la legittimità del progetto globalista, inducendo alla negazione del neoliberismo numerosi intellettuali che l'avevano sostenuto: Jeffresy Sachs, Jagdish Bhagwati, Joseph Stiglitz e George Soros.
- Il collasso del terzo congresso ministeriale del WTO nel dicembre 1999, dovuto alla fusione di tre potenti elementi in un'esplosione micidiale: la rivolta dei paesi in via di sviluppo al Convention Center di Seattle, le massicce mobilitazioni di 50.000 persone nelle strade e i conflitti commerciali irrisolti tra UE e USA, soprattutto sui negoziati agricoli.

- Il crollo del mercato azionario e la fine dell'era Clinton nel Marzo 2001. Ciò determinò una crisi di sovrapproduzione, la cui manifestazione principale è stata l'eccesso di capacità produttiva. Prima della crisi, i profitti delle multinazionali negli USA non crescevano dal 1997. Ciò è dovuto all'eccesso di capacità produttiva nel settore industriale, la cui più evidente manifestazione si è avuta nel settore delle telecomunicazioni, con appena il 2,5 percento della potenzialità globale utilizzata . La stasi dell'economia reale ha determinato il trasferimento del capitale al settore finanziario, portando alle stelle il valore delle quote azionarie. Ma poiché il profitto nel settore finanziario non può deviare troppo dal profitto nell'economia reale, il crollo del mercato azionario era inevitabile, e ciò accadde nel Marzo 2001, causando lo stallo e la recessione prolungata a cui assistiamo oggi.

La crisi attuale non è soltanto l'altra faccia del normale ciclo economico. È l'altra faccia dell'Onda Kondratieff (dal nome dall'economista Nikolai Kondratieff). Kondratieff osservò che il capitalismo si evolve attraverso "onde lunghe" della durata di 50-60 anni, contrassegnate anteriormente dallo sfruttamento delle nuove tecnologie e posteriormente dal loro esaurimento, determinando un lungo periodo di stasi precedente l'ondata successiva. Attualmente ci troviamo nel ventre di un'onda la cui cresta si è innalzata tra la fine degli anni sessanta e gli anni settanta.

4. La crisi della globalizzazione, il neoliberismo e la sovrapproduzione forniscono il contesto per comprendere le politiche economiche dell'amministrazione Bush e la sua manifesta dottrina unilateralista. Il progetto globalista delle multinazionali ha espresso l'interesse comune delle élite capitaliste globali per l'espansione dell'economia mondiale e la loro fondamentale dipendenza reciproca. Tuttavia, la globalizzazione non ha eliminato la competizione tra le élite nazionali. Infatti, le élite dominanti di USA e Europa hanno avuto fazioni più nazionaliste e legate alla sopravvivenza e alla prosperità dello stato nazionale, ad esempio il complesso militare industriale degli Stati Uniti. In realtà, sin dagli anni '80 c'è stata una sottile contesa tra le fazioni più globaliste delle élite dominanti, che favorivano l'interesse comune delle classi capitaliste globali a favore di un'economia mondiale in crescita, e quelle più nazionaliste, fazioni egemoniche che volevano assicurare la supremazia degli interessi delle multinazionali USA.

Come ha sottolineato Robert Brenner, le politiche di Bill Clinton e il suo segretario del Tesoro Robert Rubin hanno sostenuto l'espansione dell'economia mondiale come base per la prosperità della classe capitalista globale. Ad esempio, nella metà degli anni '90, è stata imposta la politica del dollaro forte volta a stimolare il recupero delle economie del Giappone e della Germania, aree di mercato essenziali per i prodotti e i servizi statunitensi. La precedente più nazionalista amministrazione Reagan, d'altro canto, aveva svolto una politica del dollaro debole per riacquistare la competitività dell'economia USA a scapito delle economie del Giappone e della Germania. Con l'amministrazione di George W. Bush, torniamo a politiche economiche, compresa quella del dollaro debole, volte a rianimare l'economia USA a spesa di altre economie centrali, favorendo principalmente gli interessi delle élite corporative USA piuttosto che quelli della classe capitalista globale che si trovano in crisi.

5. L'amministrazione Bush ha soppiantato la politica economica globalista del periodo Clinton con una politica economica unilateralista e nazionalista, in sostegno al dominio globale delle élite corporative USA economicamente collegate all'aggressiva politica militare, con lo scopo di assicurare la supremazia militare degli Stati Uniti.

Illustrerò alcune caratteristiche che contraddistinguono tale linea politica:
- La politica economica di Bush è molto cauta verso un processo di globalizzazione che non sia gestito dagli USA e che assicuri una limitazione nella diffusione del potere economico degli Stati Uniti. Consentire unicamente al mercato la gestione della globalizzazione potrebbe trasformare le multinazionali USA nelle vittime della globalizzazione stessa e quindi compromettere gli interessi economici degli Stati Uniti. Inoltre, nonostante la retorica del mercato libero, ci troviamo di fronte a un gruppo molto protezionista in fatto di commercio, investimenti e gestione dei contratti governativi. Sembra che il motto dei collaboratori di Bush sia il protezionismo per gli Stati Uniti e il libero mercato per il resto del mondo.
- È inoltre diffidente verso il multilateralismo come metodo di governo economico globale, poiché il multilateralismo potrebbe promuovere gli interessi della classe capitalista globale in generale, contraddicendo in molti settori gli interessi delle multinazionali americane. La crescente ambivalenza dei collaboratori di Bush verso il WTO è provocata dal fatto che gli USA hanno perso alcuni poteri, danneggiando i capitali USA ma servendo gli interessi del capitalismo globale nel suo insieme.
- Per lo staff di Bush, il potere strategico è la modalità fondamentale del potere. Il potere economico è il mezzo per ottenere il potere strategico. Ciò è collegato al fatto che sotto l'amministrazione Bush, la fazione predominante delle élite al potere è la classe dirigente dell'industria militare che ha vinto la Guerra fredda. Il conflitto tra i globalisti e gli unilateralisti, o nazionalisti, su questa linea è dimostrato dalle politiche verso la Cina. La linea globalista sostiene gli impegni con la Cina, ritenuta un'area d'investimento e di mercato d'importanza primaria per i capitali USA. I nazionalisti, al contrario, ritengono la Cina un nemico strategico, e puntano al suo contenimento anziché favorirne la crescita.

6. Per riassumere, le caratteristiche chiave della strategia economica unilateralista di Washington sono le seguenti:
- Il controllo del petrolio, una scelta diretta strategicamente non solo contro l'Unione Europea ma anche contro la Cina, povera di petrolio;
- Il protezionismo aggressivo nel settore commerciale e finanziario;
- La manipolazione aggressiva del valore del dollaro per far gravare i costi della crisi economica sui rivali tra le economie centrali e recuperare la competitività dell'economia USA.
- La manipolazione aggressiva delle istituzioni multilaterali per favorire gli interessi economici USA - non soltanto nel WTO, ma anche nel Fondo Monetario Internazionale, dove il Tesoro USA ha recentemente silurato la proposta della dirigenza del FMI sul Meccanismo di ristrutturazione del debito estero (SDRM), per consentire ai paesi in via di sviluppo di risanare i debiti fornendo loro misure di protezione dai creditori. Il Tesoro USA ha posto il veto sul già debole SDRM negli interessi delle banche USA.

7. Il grande vantaggio del multilateralismo come sistema di governo politico ed economico globale consisteva nella spartizione della difesa del sistema tra gli alleati e nel creare un grado di legittimità e consenso tra le masse che non ne traevano beneficio. Il grande problema dell'unilateralismo è l'estensione eccessiva, o la sproporzione tra i propositi degli Stati Uniti e le risorse necessarie per attuarli.

La chiave fondamentale per il successo della gestione imperiale è l'espansione dell'economia nazionale e globale. Ciò non avverrà per lungo tempo. Inoltre, le risorse necessarie non sono solo economiche e politiche, ma anche politiche ed ideologiche. Senza legittimità - senza ciò che Gramsci chiamò "il consenso" dei dominati, mediante un sistema di regole - la gestione imperiale non può restare stabile.
Trovandosi ad affrontare un problema analogo nell'assicurare una stabilità a lungo termine, gli antichi romani escogitarono come soluzione l'estensione della cittadinanza romana a gruppi di potere e persone che non fossero schiavi in tutto l'impero, creando il caso più eclatante di fedeltà collettiva mai avvenuto che prolungò l'impero per 700 anni. Gli unilateralisti USA non hanno alcun simile "fattore etico" che accompagni il loro regime militare.

8. L'eccessiva estensione è relativa al grado di resistenza. Un potere eccessivamente esteso potrebbe infatti trovarsi in difficoltà anche con un rafforzamento significativo delle forze militari qualora la resistenza a tale potere aumenti in certa misura. Gli indicatori di una estensione del potere eccessiva sono i seguenti:
- L'incapacità di Washington di creare un nuovo ordine politico in Iraq per assicurare il regime coloniale;
- Il fallimento nella consolidazione di un regime pro-USA in Afghanistan al di fuori di Kabul;
- L'incapacità dell'alleato chiave, Israele, di domare, persino con il supporto incondizionato di Washington, l'insorgenza del popolo palestinese;
- Il divampare del sentimento degli arabi e dei musulmani in Medio Oriente, nell'Asia meridionale e nel sud-est asiatico, che ha provocato un aumento del massiccio sostegno all'ideologia del fondamentalismo islamico - esattamente ciò che si augurava Osama bin Laden in primo luogo;
- Il collasso dell'Alleanza Atlantica e l'urgenza di stabilire nuove alleanze, soprattutto per controbilanciare la crisi con la Germania e la Francia;
- La nascita di un potente movimento della società civile globale opposto all'unilateralismo, al militarismo e all'egemonia economica degli USA, la cui espressione significativa più recente è stata rappresentata dal movimento anti-guerra;
- L'ascesa al potere di movimenti anti-neoliberismo e anti-USA nel cortile di Washington - Brasile, Venezuela ed Ecuador - mentre l'amministrazione Bush è impegnata in Medio Oriente;
- L'aumento dell'impatto negativo della politica militare sull'economia USA, dato dalla dipendenza delle spese militari dalla spesa pubblica, e dalla dipendenza della spesa pubblica dai finanziamenti esteri, creando un'ulteriore situazione di logorio e tensione in un'economia già provata dalla crisi.
In poche parole, siamo entrati in un vortice storico caratterizzato da una crisi economica a lungo termine, dalla diffusione della resistenza globale, dalla ricomparsa di un equilibrio di potere tra gli stati centrali e la riemersione di acute contraddizioni inter-imperialiste. Si dovrebbe avere un sano rispetto per il potere degli Stati Uniti, ma non sopravvalutarlo. I segnali indicano che il potere degli Stati Uniti è eccessivamente esteso e ciò che può apparire una manifestazione di forza potrebbe in realtà indicare una debolezza strategica.

Infine, è necessario un chiarimento importante sulle implicazioni delle analisi in corso relative al nostro impegno verso il WTO di Cancun. Tali analisi non devono essere fraintese come strategia di conservazione del multilateralismo e quindi in sostegno ai rivali degli Stati Uniti legati al FMI, alla Banca Mondiale e al WTO. Né l'egemonia USA riconosciuta nelle istituzioni multilaterali, né l'egemonia USA esercitata unilateralmente hanno portato niente di buono ai paesi poveri ed oppressi. Entrambe hanno comportato dei problemi. Al contrario, il compito urgente è quello di approfittare dell'inasprimento della competizione tra gli Stati Uniti e le altre grandi potenze economiche per indebolire, se non smantellare, il WTO, la Banca Mondiale e il FMI. L'impegno urgente è quello di raddoppiare i nostri sforzi collettivi per far deragliare il congresso ministeriale di Cancun.

Da questa posizione di vantaggio, possiamo stare in guardia dalla proposta avanzata dalla dirigenza del WTO per formare un Comitato consultivo ONG per il WTO. L'idea non è che quella di un cavallo di Troia da piazzare al centro per spaccare le fila e imbrigliare un'istituzione delle élite capitaliste globali nella morsa di una crisi di legittimità irreversibile.
Grazie.

di Walden Bello
Fonte: NuoviMondiMedia.

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