Libia: commutate le condanne a morte, sollievo e delusione

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Le cinque infermiere bulgare e il medico di origine palestinese accusati di aver volontariamente iniettato, nel 1998, il virus dell'HIV in 438 bambini allora ricoverati all'ospedale pediatrico di Bengasi, non saranno giustiziati. Ieri sera il Consiglio superiore delle istanze giudiziarie di Tripoli, organismo semi-politico, ha commutato le sentenze di morte, confermate in ultima istanza l'11 luglio scorso, per trasformarle in ergastolo. La sentenza è arrivata dopo che le famiglie dei 400 bambini, che secondi i giudici, contagiati dal virus dell'Hiv avevano ritirato la richiesta di condannare alla pena di morte le cinque infermiere e il medico bulgari.

Amnesty International ha affermato che la commutazione delle condanne a morte nei confronti di cinque infermiere bulgare e di un medico palestinese, "costituisce un passo positivo ma ampiamente dovuto e comunque insufficiente". "Siamo sollevati perché la minaccia dell'esecuzione, che incombeva su queste sei persone da lungo tempo, è venuta meno, ma siamo profondamente contrariati dal fatto che esse potrebbero trascorrere il resto della loro vita in carcere" - ha dichiarato Malcolm Smart, direttore del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International. "Si è trattato di una vicenda lunga e dolorosa per tutte le persone coinvolte: per i medici, condannati due volte a morte al termine di processi iniqui, e per le famiglie dei bambini contagiati dal virus dell'Hiv in un ospedale di Bengasi".

Amnesty International ha manifestato apprezzamento nei confronti del ruolo svolto dalla Fondazione Gheddafi, diretta da uno dei figli del leader libico Mu'ammar Gheddafi, che in questi anni è stata l'unica istituzione del paese a sollevare ripetutamente dubbi sui processi e sul trattamento riservato ai sei detenuti. La Fondazione pare aver giocato un ruolo decisivo nell'aiutare le autorità libiche, le famiglie dei bambini contagiati e i governi stranieri a raggiungere un compromesso politico. Amnesty International continuerà a chiedere il rilascio delle cinque infermiere bulgare e il medico di origine palestinese.

In Bulgaria, dove la sentenza, rimandata più volte nel corso delle ore, è stata attesa in un'atmosfera densa di tensione e speranze, il verdetto è stato accolto con un misto di sollievo e delusione - riporta Osservatorio sui Balcani. Commenti velatamente delusi sono venuti anche da varie fonti dell'Unione Europea, vero grande attore del "dietro le quinte" della vicenda libica. "Non è questa la decisione che stavamo aspettando" - ha dichiarato ai microfoni della radio nazionale bulgara Geoffrey Van Orden, fino all'anno scorso capo dei supervisori del processo di integrazione all'Ue della Bulgaria. "La mancata grazia è una notizia triste, ma continueremo a lavorare per fare in modo che gli accusati possano tornare presto in Bulgaria". "Aspettavano la liberazione del medico e delle infermiere", gli ha fatto eco Hanes Svoboda, vice presidente del partito dei socialisti europei, "ma comunque la commutazione della pena di morte è un primo passo in avanti".

Gli imputati erano stati incarcerati nel 1999 e condannati alla fucilazione nel maggio 2004 per essere stati ritenuti colpevoli di aver inoculato volontariamente il virus dell'Hiv a 426 piccoli degenti dell'ospedale pediatrico al-Fateh di Bengasi, un'accusa di cui i sei si sono ripetutamente dichiarati innocenti. Il 25 dicembre 2005 la Corte suprema aveva annullato le condanne a morte e ordinato un nuovo processo a causa di "irregolarità" riscontrate durante l'arresto e gli interrogatori. Il secondo processo, iniziato l'11 maggio 2006, si era concluso il 19 dicembre con la conferma delle condanne a morte, ratificate l'11 luglio di quest'anno dalla Corte suprema. Ieri il Consiglio supremo delle istanze giudiziarie ha deciso la commutazione della pena in ergastolo. Dall'arresto dei sei medici, 56 dei 426 bambini contagiati sono morti. Sebbene sia stato istituito un fondo internazionale per assistere le famiglie dei bambini deceduti e coloro che sono costretti a convivere col virus, i diretti interessati si vedono tuttora negato il diritto a un processo che potrebbe stabilire la verità su questa drammatica vicenda. [GB]

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