Liberi Luca Tacchetto ed Edith Blais… ehm, ma chi sono?

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Foto: Rai.it

Virus, decreti, limitazioni, spostamenti, terapie intensive, routine da riorganizzare, supermercati, psicologia per l’infanzia, decessi, contagi, isolamento sociale, guarigioni. In questo periodo il nostro vocabolario si è impoverito: ci restano poche parole ripetute e sovraccariche di significati, preoccupazioni, domande. Le usiamo più spesso di quanto avremmo immaginato e ci dimentichiamo della ricchezza non solo del dizionario delle lettere, ma anche delle cose da raccontare, importanti, a cui fare caso. 

Una di queste ha tre parole belle da usare: liberazione, ritorno, salute.

È la storia di Luca Tacchetto, padovano e di Edith Blais, canadese. Sono fidanzati, partono in macchina, destinazione Togo, per aiutare una coppia di amici nella costruzione di un villaggio. Poteva essere la storia di una ricca esperienza di viaggio, incontri e solidarietà. Ma è diventata troppo presto la storia della loro scomparsa in Burkina Faso, nel dicembre del 2018 (maggiori dettagli quie più recentemente della loro fuga che li ha riportati finalmente in Italia solo pochi giorni fa. Chi si ricordava di loro?

Pochi. Perché quella degli (italiani) scomparsi all’estero, rapiti o presi in ostaggio, dei quali non si hanno più notizie, è probabilmete una delle vene aperte di un Paese che fa presto a dimenticarsi dei suoi connazionali, specialmente se se ne sono andati di propria volontà, per turismo o per volontariato, per solidarietà o per lavorare al fianco dei più svantaggiati. Il nostro è un Paese che sembra aver più bisogno di eroi in divisa, che si stufa in fretta di chi in jeans e maglietta, con un saio o una cinepresa, sparisce inghiottito dalle faide fratricide che sparano il loro fuoco sugli ultimi.

C’è chi dirà che il silenzio è utile, per lasciar lavorare i servizi segreti, la Farnesina, le polizie internazionali, gli investigatori. E probabilmente è la verità. Ma il nostro compito, di giornalisti o di cittadini, è altrettanto importante: tenere alta l’attenzioneinformare, schierarci per chi, si spera temporaneamente e non per sempre, ha perso la propria voce. Generalmente, una voce che parla di solidarietà, di diritto all’informazione, di vite spese al fianco di chi, nel tiro incrociato degli interessi di parte, occupa la posizione peggiore: i più poveri, i più deboli, i più dimenticati.

Luca Tacchetto ed Edith Blais. Ripetiamoli questi nomi, per tutte le volte che ci siamo dimenticati di ricordarli, ripetiamoli che ci fa bene. Perché adesso loro sono liberi e sono a casa, e ce l’hanno fatta con una fuga rocambolesca, travestendosi da Tuareg e sfidando la paura e i pericoli pur di mettersi in salvo. Sarà davvero questione che bisogna arrangiarsi, perché, al contrario di quanto titola un famoso libro, “ognuno si salva da solo”? Chi lo sa. Non spetta certo a noi sentenziare, né su ciò che sappiamo né meno che mai su ciò che non sappiamo. 

Però ripetiamoli questi nomi, ancora e ancora. Luca Tacchetto e Edith Blais. Assieme a quelli di Silvia RomanoPierluigi MaccalliRaffaele Russo, Antonio Russo, Vincenzo Cimmino e Paolo Dall'Oglio, che sono le persone di cui ancora non abbiamo notizie certe. Quando srotoliamo nelle nostre facoltà e nelle nostre manifestazioni gli striscioni di “Verità per Giulio Regeni” pensiamo anche a loro, caduti nel dimenticatoio della vita che va avanti, nonostante. E in quel nonostante ricordiamoci di quanto hanno bisogno di noi per tornare, con noi, a condividerlo quel quotidiano. Anche se significa tornare a casa come Luca ed Edith, e scoprire che il Paese è bloccato da un virus. Che fa male per tante e innumerevoli ragioni ma che, forse, almeno questa volta ci trova uniti nell’affrontarlo. Perché abbiamo forse ancora bisogno di credere – e sperare – che sia invece proprio così: nessuno si salva da solo.

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale. Collabora regolarmente con realtà che si occupano in particolare di divulgazione ambientale, aree protette e sviluppo sostenibile.

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