Le isole della nonviolenza

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Oggi a Padova all’interno della conferenza annuale dell’International Peace Bureau intitolata “Percorsi di pace”, sarà consegnato il Premio Sean MacBride per il 2015 assegnato ex aequo al Popolo di Lampedusa e al Villaggio di Gangjeon, sull’Isola di Jeju, in Corea. Il premio istituito proprio dall’International Peace Bureau e dedicato al giornalista, avvocato e politico irlandese Seán MacBride (1904-1988), Segretario del Peace Bureau tra il 1968 e il 1974 oltre che fondatore e collaboratore di molte organizzazioni internazionali (tra cui le Nazioni Unite, il Consiglio d’Europa e Amnesty International del quale è stato presidente tra il 1963 e il 1974), è oggi universalmente riconosciuto come un’anticamera al Nobel per la pace, che lo stesso MacBride ha ricevuto nel 1974, assieme alla Medaglia Americana per la pace nel 1975, il Premio Lenin per la pace nel 1975-1976 e la Medaglia d’argento dell’UNESCO nel 1980. Il premio sarà ritirato per Lampedusa dalla Sindaca Giusi Nicolini e per il Villaggio di Gangjeon dal Presidente del Comitato locale che da oltre 20 anni si oppone con la nonviolenza alla costruzione di una enorme base navale militare

Non è difficile capire le ragioni della scelta che ha orientato quest’anno l’International Peace Bureau. Mentre in Europa l’aumento del numero di profughi in fuga dalla Siria e dalle altre guerre che devastano il mondo ha fatto saltare molte delle più elementari regole di civiltà ad accoglienza dell’Unione europea, con fili spinati, manganelli, annegamenti, marchi sulle braccia dei migranti, ed infine il primo morto colpito dal “rimbalzo anomalo” di un proiettile della polizia Bulgara, l’isola di Lampedusa (candidata con il suo Comune al Nobel della pace già nel 2014) da anni fronteggia l’emergenza migranti offrendo all’Europa ed al mondo un esempio di solidarietà e dignità. Il premio di oggi è per questo un traguardo che riconosce l'impegno dimostrato negli anni dagli abitanti dell’isola, ma anche le sofferenze che i profughi sbarcati a Lampedusa hanno dovuto affrontare e il sacrificio delle migliaia di persone morte annegate (20 mila in vent’anni), tra le quali tantissimi  bambini, proprio come Aylan Kurdi, morto a tre anni in mare e raccolto sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia dopo essere diventato suo malgrado il simbolo della crisi umanitaria legata all’immigrazione in Europa. 

Lampedusa anche per questo da periferia dell’Europa è diventata negli anni il cuore del nostro Continente, ed in questi mesi, guardando ad alcuni altri pessimi esempi di accoglienza può tranquillamente essere considerata una comunità che ha dato un buon esempio di cosa sia la “globalizzazione della solidarietà”, non senza sforzi e rinunce, per via dei continui sbarchi, ma senza mai perdere la propria umanità. Il premio a Lampedusa non è ovviamente la soluzione per evitare altre stragi, ma può essere un monito e un’occasione per richiamare ancora una volta l’attenzione del mondo sulle norme che impediscono ai profughi di seguire percorsi legali e sicuri. Troppo spesso l'unica via di salvezza resta così la rotta “clandestina” che arricchisce la criminalità, e “sbarca” a Lampedusa migliaia di migranti che trovano un “salvagente” reale e simbolico al quale aggrapparsi. I suoi abitanti, però, in tutti questi anni non si sono mai sottratti al soccorso e all’assistenza, diventando loro stessi testimoni di un modello di solidarietà necessario e possibile. Un premio per Lampedusa che proprio in questi giorni si somma a quello a Pietro Bartolo, il medico di Lampedusa protagonista di tanti soccorsi ai migranti in arrivo dal mare e insignito il 15 ottobre  scorso del Premio Sergio Vieira del Mello di Villa Decius destinato dalla Polonia alle personalità che si sono fatte promotrici di un messaggio di pace, democrazia e tolleranza. “Proponendo la sua candidatura - ha spiegato l’Ambasciata polacca a Roma - volevamo dare un giusto riconoscimento all'impegno del dott. Pietro Bartolo e a quello delle autorità dell'isola di Lampedusa e di tutti coloro che con lui ogni giorno si presta a soccorrere gli immigrati che giungono sulle coste italiane”. 

La stessa forza e la stessa dignità degli abitanti di Lampedusa animano da 20’anni gli abitanti del Villaggio di Gangjeon, situato sulla riva meridionale dell’Isola coreana di Jeju, oggi in gran parte occupata dai cantieri di una base navale militare voluta dai governi coreani e statunitensi, nonostante il luogo sia circondato da antichi siti sacri utilizzati da secoli dagli abitanti per la preghiera e le cerimonie rituali. Se l’isola ha guadagnato con il tempo un’importanza strategica fondamentale per gli equilibri militari dell’area, soprattutto dopo le ripetute crisi dovute alle rivendicazioni di Pechino sulle isole Parcels e Spratyls nel Mare cinese meridionale e sulle Senkaku - Diaoyu nel Mare cinese orientale, nel contempo le molte manifestazioni della religiosità locale legate a siti storici non possono essere ignorate e sistematicamente classificate dal Governo coreano come “superstiziosi di ignoranti”.  La sacralità del luogo, indispensabile per mantenere i rapporti con gli antenati delle popolazioni locali, rappresenta dal punto di vista sociale e spirituale una parte importante della vita comunitaria del villaggio che in questi anni è stata messa a dura prova e rischia di essere cancellata per sempre nel caso in cui la base militare sarà finita

Come se non bastasse, la costruzione ancora in corso della base, interessa una parte della costiera fatta rientrare dall’UNESCO nel Man and Biosphere Reserve Programme e considerata una delle riserve più grande del mondo di coralli molli, molti dei quali in via di estinzione come la particolare fauna locale. Anche per questo la popolazione si oppone da sempre con la nonviolenza alla costruzione di questa enorme base navale e alla gente del posto si sono uniti negli anni molti sostenitori nazionali e internazionali in un movimento chiamato “Sicuro Jeju Ora che tenta di evitare di perdere, oltre ad un luogo sacro per Gangjeon, anche i numerosi reperti dell’età del bronzo che vengono disseppelliti e dispersi quotidianamente con i lavori. La speranza, che ci trasmette oggi il Premio Sean MacBride per il 2015, è che questi due esempi di nonviolenza attiva e civile non rimangano limitati a due isole, come Lampedusa e Jeju.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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