La tossicodipendenza: una “patologia civile e sociale”

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Lo stupro e il femminicidio di Pamela Mastropietro il 30 gennaio o quello di Desirèe Mariottini avvenuto il 19 ottobre scorso non sono stati solo episodi di cronaca nera. Per Daniele Biondo, psicoanalista di bambini e adolescenti e membro dell’associazione romana per la psicoterapia dell’adolescenza Arpadintervistato da Redattore Sociale, non siamo di fronte ad un problema di sicurezza e “non basterà qualche poliziotto all'angolo per evitare che si ripeta”. Queste morti sono il frutto di una “patologia civile e sociale” che ci chiede con urgenza di contrastare “il depotenziamento di famiglia, scuola, servizi”. Una situazione complessa, che né la polizia né le ruspe potranno risolvere, perché queste ragazze erano "in quella terra di nessuno in cui gli adulti non ci sono più e il giovane, troppo giovane, diventa preda di una nuova barbarie”. Siamo davanti a quello che per Biondo è “una patologia civile, dovuta alla degradazione dei sistemi di vita sociale, che i ragazzi più poveri e con meno strumenti subiscono più degli altri”, avvicinando sempre più minorenni a fenomeni di dipendenza da stupefacenti.

Se ogni femminicidio ha delle chiare responsabilità individuali nei suoi esecutori materiali, le storie di tossicodipendenza fanno emergere altri “grandi assenti”, a cominciare da quei servizi socialiche loro malgrado, per l’Arpad, “sono stati massicciamente smantellati, depotenziati, delegittimati  e non hanno risorse umane e tecniche per realizzare un controllo sociale su questi ragazzi”. Nel caso di Desirèe i servizi la conoscevano, ma era una dei tanti casi seguiti da un singolo assistente, una proporzione che spesso si traduce in un incontro ogni due mesi quando va bene. Cosa si può fare, con un assistenza che può essere anche molto preparata, ma non è sufficiente ad affrontare le tante problematiche sociali intercettate da giovani e giovanissimi? Per Biondo la risposta è solo una: “Nulla. Da decenni non si assumono assistenti sociali, con la spending review non facciamo che tagliare i servizi: ne consegue l'impotenza sociale che assiste passiva a questo degrado”. Nel contempo chi lavora in questo ambito constata sempre più spesso un difetto diffuso di genitorialità. “I genitori non hanno più le coordinate, manca un orientamento chiaro su cosa serva ai ragazzi per crescere” ed esiste un evidente “depotenziamento di tutti i meccanismi di autorità”. I così detti “garanti metasociali”, cioè le grandi istituzioni di una volta come la famiglia, la scuola, la parrocchia, il gruppo sportivo… non sono più soggetti sociali forti e il rischio è che "l'educatore sia internet".

In un contesto di crisi educativa generale, con una sempre maggiore difficoltà della società ad essere una comunità educante, le dipendenze hanno gioco facile. “Il ragazzo in crescita ha fisiologicamente bisogno di essere dipendente da qualcosa -  ha spiegato Biondo - in un contesto sano, dipende da relazioni, dialogo, affetti, adulti che lo accompagnano: sono queste le buone dipendenzePurtroppo, sappiamo che circa il 30-40% della popolazione giovanile oggi non può usufruirne, per via delle grandi assenze che dicevamo”. Eppure se i giovani sviluppano questa sana dipendenza dall’adulto che li cresce, finiscono per sviluppare quasi sempre un “antidoto sociale”  e non hanno bisogno di cercare le sostanze. Per Arpad quindi ancor prima che la sicurezza del territorio è “la riconquista della relazione e un maggior investimento nel sistema educativo e nei servizi socialila strada giusta per rispondere alla tossicodipendenza”. Tuttavia, nonostante i pochi fondi, esistono ancora delle eccellenze che possono far fronte ai fenomeni delle tossicodipendenze giovanili.

Una di queste si trova a pochi passi da piazza dell’Unità, al centro di Trieste, e fornisce un grande aiuto nella lotta alla dipendenza da sostanze stupefacenti e in particolare da quelle che oggi fanno più paura, come l’eroina e le nuove droghe sintetiche. Si chiama “Androna Giovani” ed è un servizio dedicato agli under 25 con problematiche connesse all’uso di droghe. Quella triestina è una sperimentazione nata nel 2012 che fa attività di cura e prevenzione e che ha dato ottimi risultati. Il segreto? Per Roberta Balestra, direttrice del dipartimento delle dipendenze dell’Azienda sanitaria universitaria integrata di Trieste, la specificità di Androna è innanzitutto quella “di avere un équipe potenziata sul piano educativo e pedagogico. Rispetto a un Sert per adulti abbiamo cioè più educatori e più psicologi. Inoltre la sede è stata voluta e pensata come non connotata, quindi non appare da nessuna parte la scritta Sert per facilitare l’accesso da parte dei ragazzi e delle loro famiglie, evitando così lo stigma e la paura ad essere etichettati come tossicodipendenti”. 

L'obiettivo non è solo la stabilizzazione clinica ma rimettere in carreggiata i ragazzi, anche grazie alla costruzione di un rapporto di fiducia con il servizio, capace di garantire una protezione con unità mobili, percorsi di prevenzione con esperti e un centro di diagnosi delle patologie correlate (come epatite C e hiv). Il segreto del centro è però mantenere come focus l’adolescenza piuttosto che la dipendenza, lavorare tanto con la famiglia e fare molta prevenzione rispetto ad un mercato di sostanze sempre più pure, più pericolose e più economiche, come la ketamina. “Noi lavoriamo perché questi ragazzi restino a scuola, continuino a frequentare i coetanei. Restare nella normalità serve anche a superare la dipendenza dai servizi” ha ricordato la Balestrasegnalando come quest’anno, anche grazie alle ripetizioni intensive e quotidiane, “alcuni ragazzi hanno preso la maturità”. Il modello di Trieste, primo nel suo genere, in questi anni sta facendo scuola, ma fatica ad imporsi a livello nazionale soprattutto per la mancanza di risorse dedicate ai servizi per le dipendenze giovanili che spesso finiscono all’interno di Sert per adulti che hanno tutt’altro approccio. 

Eppure c’è qualcuno che pensa ancora che la soluzione al problema sia la polizia e la ruspa e nella Finanziaria di quest’anno non trova un soldo per la prevenzione alla tossicodipendenza giovanile. È  evidente che il contrasto al traffico di stupefacenti è fondamentale, ma se non è integrato con il sostegno e l’implementazione di tutta la "comunità educante", unico vero antidoto a questa “patologia civile e sociale”, serve a poco.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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