La politica estera europea alla prova del Congo

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Nel mese di giugno due eventi si sono sovrapposti a delineare l'Unione europea del futuro. La Convenzione a cui e' stato affidato il compito di redigere una bozza di costituzione europea ha completato il suo lavoro, gettando le basi per un migliore funzionamento delle istituzioni comunitarie
e insieme per una più ampia rappresentatività democratica degli organi di Bruxelles.

Allo stesso tempo, l'Unione invia sotto la propria egida un contingente militare in Congo, da anni in preda a una guerra sanguinosa (le vittime si contano a milioni), una guerra che ha coinvolto numerosi stati della regione, dal Ruanda, all'Uganda, all'Angola.
La coincidenza tra i due eventi non e' completamente casuale. Già nel 1992 l'entrata in vigore del trattato di Maastricht che creava l'Unione europea si accompagnò a un tentativo da parte dei Quindici di gestire la crisi e le guerre dell'ex Jugoslavia, prima con l'invio di un mediatore (lord
Carrington), successivamente, nel 1994, prendendo in carico
l'amministrazione della città di Mostar, distrutta dalle milizie
croato-bosniache in un assedio feroce.

Si ripete quindi, su scala più ampia, quello che e' successo un decennio fa: i paesi europei cercano con successo una maggiore coesione interna e sperimentano allo stesso tempo una politica estera comune. Il precedente della politica europea in ex Jugoslavia non e' incoraggiante.
I politici dell'Unione non capirono la natura dei conflitti in Croazia e in Bosnia-Erzegovina, non videro il potenziale di crisi insito nel Kosovo, si divisero tra filocroati e filoserbi, abbandonando di fatto a se stessa la Bosnia musulmana. Sull'amministrazione europea di Mostar ha scritto pagine
illuminanti Claudio Bazzocchi: gestita da diplomatici alla fine della propria carriera e senza competenze specifiche, la missione a Mostar riuscì a ricostruire gran parte delle infrastrutture distrutte durante l'assedio, ma così facendo cementò la divisione della città su basi etniche e il
controllo del potere da parte delle forze nazionaliste.
Per quanto e' dato sapere, nessuna valutazione approfondita e' stata effettuata dagli organi dell'Unione sull'esperienza di Mostar, che pure e' stata la più impegnativa della politica estera comune negli anni novanta. I due grandi limiti che hanno condannato all'insuccesso la missione a Mostar
sembrano ripetersi nel caso del Congo. Da un lato appare trattarsi di un intervento ad hoc, senza una chiara guida politica e una visione di ciò che l'Unione intende ottenere. Nel caso del Congo, le truppe di peace-keeping europee saranno stazionate nei dintorni della città di Bunia per proteggere
la popolazione civile dalle milizie delle etnie Hendu e Lema. Ma il Congo e' un paese vastissimo, in cui i focolai di conflitti armati sono assai numerosi, e le diverse fazioni vengono appoggiate dai paesi confinanti.

Intanto a livello centrale si cerca di mettere in pratica un accordo del dicembre scorso per la costituzione di un governo provvisorio. La situazione e' estremamente complessa, e non può essere ridotta ad un solo fattore. Neppure la questione cruciale dello sfruttamento delle enormi ricchezze minerarie del paese definisce da sola le dinamiche della guerra in Congo.
Il secondo pezzo mancante dell'iniziativa europea e' il raccordo con le forze che all'interno del paese, o dall'esilio, lavorano per una soluzione di pace. Negli ultimi anni in Africa si sono irrobustite le organizzazioni della società civile impegnate nel lavoro di costruzione della pace, trasformazione dei conflitti e riconciliazione: tra le esperienze più interessanti possono essere annoverate Nairobi Peace Iniziative, con sede in
Kenia, che lavora in tutta l'Africa a sud del Sahara, e la rete di
organizzazioni West African Network for Peacebuilding.

Il Congo e' stato al centro dell'attenzione di diversi gruppi italiani: per due anni di seguito delegazioni italiane hanno partecipato ad ampie manifestazioni a sostegno della pace (a Butembo nel 2001 e a Kisangani nel 2002) e hanno cercato di sensibilizzare la nostra opinione publica sul dramma congolese.

Sarebbe urgente oggi rafforzare i legami tra la società civile europea e quella congolese, e costruire una piattaforma comune con le organizzazioni che lavorano per la costruzione della pace nella regione. Un'alleanza tra gli operatori di pace europei ed africani potrebbe trovare più facilmente
ascolto presso i decisori politici dell'Unione, ed aiutare a rendere costruttiva la presenza militare europea. Speriamo di poter imparare questa volta dal fallimento europeo nell'ex Jugoslavia.

Fonte: Centro Studi Difesa Civile

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