La mano tesa della comunità contro la povertà educativa

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Foto: Pixabay.com

Scuole fatiscenti, palestre inutilizzabili, quartieri di periferia inondati dal cemento, mancanza di spazi di aggregazione, servizi inesistenti, famiglie e ragazzi abbandonati a loro stessi. Una situazione che forse a molti sembrerà familiare, perché descrive una piaga che il nostro Paese conosce molto bene, soprattutto nelle aree più depresse e svantaggiate, a partire dalle periferie delle grandi città. E’ qui infatti che la povertà economica si intreccia con la povertà educativa, in un circolo vizioso che invischia e colpisce soprattutto i bambini e i ragazzi. Ma esiste un antidoto, che anche da noi si sta cominciando a riscoprire. “Per crescere un bambino abbiamo bisogno di un intero villaggio” recita un ormai famoso proverbio africano che, nella sua semplicità, riassume in modo perfetto un concetto essenziale: quello della comunità educante, ovvero quella realtà oggi composta dalle istituzioni, la scuola, il terzo settore, l'associazionismo, il vicinato di quartiere, le famiglie, che si legano, creano progetti e partecipano insieme al bene comune dei più piccoli.

“La responsabilità della crescita dei ragazzi dovrebbe essere di tutta la comunità, che deve essere in grado di tessere delle reti affinché nessuno possa cadere” commenta ad esempio Maria Romano, Assessore alle politiche sociali del III Municipio di Roma. E’ da qui infatti che partirà il Progetto Totem (Territori, Opportunità, Tecnologie, Educazione, Mutualità): finanziato dall’impresa sociale Con i Bambini, si tratta di uno dei tantissimi progetti nati nei Comuni e nei quartieri di tutta l’Italia grazie al Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, creato da un protocollo di intesa tra le Fondazioni di origine bancaria rappresentate da Acri, il Forum Nazionale del Terzo Settore e il Governo. L’impresa sociale Con i bambini, organizzazione senza scopo di lucro interamente partecipata dalla Fondazione CON IL SUD, è nata a giugno 2016 proprio attuare i programmi del Fondo, confermato anche per il triennio 2019-2021. Il fine è la prevenzione e il contrasto della povertà educativa e della dispersione scolastica, e il sostegno ai minori e alle loro famiglie a rischio di esclusione sociale. Come? Accompagnando, sostenendo e sollecitando “una comunità educante che non sia fatta solo dalle agenzie educative del territorio, ma da tutte quelle reti e quei cittadini che a vario titolo siano consapevoli che l’accompagnamento educativo dei più piccoli o dei più giovani è un problema che riguarda tutti e che riguarda la tenuta democratica dei nostri territori”. 

Si parla dunque di scuola, che in questo tipo di attività diventa il fulcro, ma anche di cooperative sociali, associazioni sportive, parrocchie, gruppi scout, centri sociali e culturali. Per quanto riguarda il Progetto Totem, ad esempio, l’idea è quella di valorizzare e rendere “alternativi” gli spazi scolastici in orario curriculare ed extracurricolare, con un’azione che deve estendersi anche al di fuori, così da generare un’osmosi reale tra scuola e territorio, in un connubio proficuo tra sport, cultura, l’utilizzo delle nuove tecnologie e la formazione continua di insegnanti, genitori, operatori. Una rete in cui la costruzione della fiducia tra le parti diventa fondamentale per fornire alla fascia più giovane della popolazione una via d’uscita dalla povertà educativa, offrendo concretamente a tutti i bambini e agli adolescenti, a prescindere dal reddito dei genitori, uguali opportunità educative e culturali.

In Italia il 12,5% dei minori di 18 anni si trova in povertà assoluta – scrivono gli analisti di Openpolis che, sempre grazie all’impresa sociale Con I Bambini, portano avanti online un Osservatorio sulla povertà educativa, con dati e report in continuo aggiornamento –. Significa che oltre 1,2 milioni di giovani vive in una famiglia che non può permettersi le spese minime per condurre uno stile di vita accettabile. Di questi, mezzo milione abita nel mezzogiorno. Un disagio economico che spesso si traduce in divario educativo”. Il problema è che le disuguaglianze economiche, educative, culturali e sociali spesso si tramandano dai genitori ai figli (un circolo vizioso, appunto). “Il 61% dei 15enni del quartile socio-economico e culturale più alto ha raggiunto un livello di competenze che gli consentirà un apprendimento lungo tutto il resto della vita. Questa percentuale scende al 26% tra i ragazzi del quartile più basso”. Non aiuta il fatto che, secondo un dossier dell’Unicef uscito a fine gennaio, in Italia meno del 20% delle risorse pubbliche per l’istruzione sono destinate ai bambini delle famiglie più povere e più del 20% ai bambini delle famiglie più ricche. Mentre secondo i dati di Save the Children (SDC) – che ha attivato anch’essa numerosi progetti contro la povertà educativa dei ragazzi – l’Italia sarebbe al quarto posto tra i Paesi dell’Unione Europea per numero di giovani che rinunciano agli studi. 

“La comunità educante potrebbe essere la soluzione per cancellare con un colpo di spugna povertà educativa e dispersione scolastica – sostiene SDC – Troppo spesso questi fenomeni vengono ridotti a due attori: alunni e insegnanti. La vera rivoluzione è considerare l’educazione una questione che coinvolge tutta la comunità. Una comunità che diventa appunto “educante” e che si concretizza nella rete di soggetti che, in un determinato territorio, decide di assumere una responsabilità condivisa per la crescita dei bambini, delle bambine e degli adolescenti”.

Anna Toro

Laureata in filosofia e giornalista professionista dal 2008, divide attualmente le sue attività giornalistiche tra Unimondo (con cui collabora dal 2012) e la redazione di Osservatorio Iraq, dove si occupa di Afghanistan, Golfo, musica e Med Generation. In passato ha lavorato per diverse testate locali nella sua Sardegna, occupandosi di cronaca, con una pausa di un anno a Londra dove ha conseguito un diploma postlaurea, sempre in giornalismo. Nel 2010 si trasferisce definitivamente a Roma, città che adora, pur col suo caos e le sue contraddizioni. Proprio dalla Capitale trae la maggior parte degli spunti per i suoi articoli su Unimondo, principalmente su tematiche sociali, ambientali e di genere. 

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