La furia della natura, la stoltezza dell’uomo

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Foto: Meteoweb.eu

Le immagini di interi paesi travolti dall’acqua e dal fango, delle frane abbattutesi su case e strade, dei vigili del fuoco impegnati in contesti difficilissimi, ci hanno colpiti tutti profondamente. Così come lo sguardo degli sfollati o di chi purtroppo deve piangere la morte di una persona cara. Tuttavia sono state le fotografie della natura devastata a darci la cifra della situazione. Il disastro del maltempo di qualche giorno fa è senza precedenti, soprattutto dal punto di vista ambientale. Due video mi hanno particolarmente colpito: l’americana CNN ha “sorvolato” le foreste abbattute in Veneto, davvero uno scenario indescrivibile. Il secondo video è, se vogliamo, ancora più impressionante e mortifero: il dimenarsi delle trote uscite dalle vasche di un allevamento in Trentino. Certo la loro destinazione era la padella, ma quei poveri pesci sono morti nel fango, privi di ossigeno. Un brivido mi è corso lungo la schiena. Un lampo inquietante: non potremmo finire anche noi così travolti dai cambiamenti climatici? Quando l’illusoria indistruttibile vasca in cui siamo immersi e di cui già si intravedono le crepe si romperà, noi cosa faremo? L’equilibrio che consente la vita sulla Terra e in particolare la vita della specie umana è fragile, fragilissimo. Quando si saranno rotti del tutto gli argini, quando la bolla sarà scoppiata, che cosa faremo? Tenteremo inutilmente di salvarci come quelle trote? 

Ormai tutti gli scienziati dicono che buona parte della trasformazione climatica in atto è dovuta all’uomo. Ma gli appelli si sprecano: non solo gli allarmi non sono tenuti nella debita considerazione, ma gli scienziati sono a malapena tollerati, spesso dileggiati. Soprattutto dai politici che dovrebbero decidere. Questi politici hanno oggi un grandissimo successo. Trump nega il surriscaldamento globale, Bolsonaro promette di aprire l’Amazzonia a qualsiasi sfruttamento con gli esiti catastrofici per il polmone dell’umanità. Gli esiti catastrofici si vedono non già a Manaus in Brasile ma in Liguria o in Sicilia. Non lo capiamo. Molti invece si esaltano davanti a un Salvini – che tra l’altro dovrebbe occuparsi della sicurezza dei cittadini anche a livello di protezione civile – con il pollice alzato a salutare la vittoria dell’estremista di destra Bolsonaro, solo perché è un truce come lui. 

La catastrofe ambientale è dietro l’angolo. Le misure per contrastarla dovrebbero essere in cima a tutti i partiti, dovrebbero essere l’elemento unificante, l’unico che dovrebbe mettere d’accordo destra e sinistra, regimi democratici ed autoritari, la Lapponia e le isole nel Pacifico. Invece niente. Accade tutto l’opposto. I provvedimenti in favore dell’ambiente sono relegati a capitoli marginali dei programmi politici se non apertamente assenti. Preservare la nostra Terra non fa bene all’economia. Ha dell’incredibile ma molti la pensano davvero così. E i cittadini li seguono. 

C’è da domandarsi chi ha sbagliato. Perché non si affermano i movimenti ecologisti, perché non diventano di massa. Questo vale per ogni latitudine. Alcuni territori italiani hanno risposto meglio di altri, per esempio il Trentino non è stato completamente distrutto da queste straordinarie intemperie (temporali a fine ottobre, trombe d’aria tra le montagne, temperatura record, venti caldi fortissimi) solo perché negli anni ’80 si è proceduto a un grande piano di messa in sicurezza del territorio. Era un piano ambientalista. Ma prima c’era voluta la tragedia di Stava, del 1985 con quasi 300 morti. 

La risposta però dovrebbe essere politica. Ci sono anche segnali positivi che giungono dalla tanta vituperata Europa. Il successo dei Verdi tedeschi è uno di questi. Già prevengo le obiezioni: ecco un ragionamento di parte. Possiamo andare avanti così e buttare tutto dentro la logica dell’amico nemico e del pregiudizio contro chi prende una posizione netta. I Verdi tedeschi non sono ideologici. Spiacente per la destra che dipinge gli ambientalisti come quelli del “no”. Sono al governo in numerosi Land, sono stati al governo federale. Non sono integralisti. Semplicemente intransigenti su una politica ecologica in grado di affrontare la sfida che abbiamo di fronte. La prima sicurezza che dobbiamo garantire a noi stessi è quella verso le catastrofi naturali. E, in democrazia, il politico deve riuscire a convincere gli elettori della bontà della propria proposta. 

Quello che è mancato in Italia dove il movimento ambientalista non abbia mai raggiunto la doppia cifra alle elezioni. Si dice che è perché le istanze ecologiste si sono diffuse agli altri partiti. Non è vero, anzi sembrano evaporarsi proprio quando dovrebbero generare consenso. Eppure in un’Italia che si è svegliata tropicale, occorrerebbe proprio una risposta politica. 

Articolo parzialmente pubblicato sul “Trentino” 

Piergiorgio Cattani

Nato a Trento il 24 maggio 1976, dove risiede tuttora. Laureato in Lettere Moderne (1999) e poi in Filosofia e linguaggi della modernità (2005) presso l’Università degli studi di Trento, lavora come giornalista e libero professionista. Scrive su quotidiani e riviste locali e nazionali. Fa parte della Fondazione Fontana Onlus dal 2010. Dal 2013 è direttore del portale Unimondo. È attivo nel mondo del volontariato e della cultura come presidente dell’ “Associazione Oscar Romero”. Ha scritto numerosi saggi su tematiche filosofiche, religiose, etiche e politiche ed è autore di libri inerenti ai suoi campi di interesse. 

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