La battaglia del Nilo

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È evidente a tutti e ormai dimostrato dai fatti che la corsa per l’accaparramento e la gestione delle risorse idriche condiziona già ora i rapporti internazionali, fomentando sovente scontri e divisioni. Questi problemi sono acuiti da un fattore intrinseco e determinante: l’acqua non rispetta i confini nazionali. Quasi sempre le sorgenti di un grande fiume si trovano in un paese diverso rispetto alla foce, gli affluenti si diramano in altri stati ancora mentre lo sfruttamento idrico a monte condiziona pesantemente la portata d’acqua a valle. Perciò la gestione di un bacino di un fiume rappresenta una cartina di tornasole decisiva per comprendere la capacità di cooperazione internazionale tra vari paesi di una regione del mondo o, viceversa, per misurare la temperatura di una crisi politica.

Se parliamo poi dei fiumi africani e in particolare del Nilo (in .pdf), il fiume più lungo del mondo con i suoi 6671 km e con un bacino di più di tre milioni di km2 che interessa ben dieci paesi (Burundi, Repubblica Democratica del Congo, Eritrea, Etiopia, Egitto, Kenya, Rwanda, Sudan, Tanzania e Uganda) e varie etnie, capiamo come la situazione si complica. In queste ultime settimane la situazione si è molto ingarbugliata a causa del tentativo degli stati del sud del Nilo di rivedere a loro favore gli accordi di ripartizione delle acque del fiume.

Per capire l’importanza della posta in gioco dobbiamo fare un po’ di storia. Nel 1929 un’intesa tra la Gran Bretagna coloniale e l’Egitto prevedeva che quest’ultimo potesse utilizzare 84 dei 100 miliardi di metri cubi d’acqua all’anno che è la portata media del fiume. Questa intesa è stata poi integrata da un protocollo siglato da Egitto e Sudan nel 1959 (insieme all'Etiopia gli unici paesi del bacino del Nilo allora indipendenti), che stabilisce una quota per l’Egitto di 55,5 miliardi di metri cubi ed un’altra per Khartoum di 18,5 miliardi di metri cubi. Si capisce come gli altri stati, in primis l’Etiopia che era stata tagliata fuori dall'accordo del 59, siano da decenni insoddisfatti di questa situazione e decisi a uno sfruttamento più intensivo del Nilo.

Per far fronte a questa situazione nasce nel 1999 la Nile Basin Initiative (iniziativa del bacino del Nilo, in .pdf) che si propone di attenuare la povertà nel bacino del Nilo tramite efficaci interventi nella gestione delle acque, la promozione commerciale e la generazione di energia elettrica. L’ultimo incontro dei dieci ministri degli esteri dell’Iniziativa, svoltosi il 14 Aprile a Sharm el Sheik, si è concluso con un nulla di fatto, a testimonianza della difficoltà di un rapporto di cooperazione tra paesi così diversi. Sudan e Egitto mettono il veto a qualsiasi nuovo accordo tanto che gli altri otto paesi minacciano di siglare un’intesa senza di loro nel prossimo incontro che si terrà il 14 maggio in Uganda. L’Egitto invece é disposto a tutto per mantenere i diritti acquisiti.

Soprattutto l’antica e mai sopita contrapposizione tra arabi e nilotici, con i primi in un ruolo egemonico. I cambiamenti climatici, il desiderio di sfruttare con più intensità le risorse idriche, il crescente fabbisogno di energia e i progetti di nuove dighe hanno ancora di più reso urgente ma anche difficile raggiungere un accordo.

In particolare la situazione è delicata in Sudan dove si susseguono conflitti sia per questioni politiche sia per lo sfruttamento delle risorse. Aumenta la tensione il referendum sull’indipendenza del Sud Sudan che si dovrebbe tenere l’anno prossimo e che condizionerà anche la disputa sul Nilo. Inoltre la costruzione della diga di Merowe, finanziata per tre quarti da capitali cinesi e che ha già causato danni all'ambiente e alle popolazioni vicine. Ma anche l’Etiopia non scherza con la costruzione delle dighe di Tekeze e di Gibe finanziata dalla cooperazione italiana e al centro di uno scandalo.

Insomma davvero questa partita si gioca sull’acqua ma investe la sopravvivenza e il futuro di interi popoli.

Piergiorgio Cattani

 

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