L’ora della Brexit

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Foto: euronews.com

È passato più di un mese dal voto che in Gran Bretagna ha visto il trionfo di Boris Johnson. Alla fine di gennaio 2020 la Brexit si concretizzerà. Due giorni fa il Parlamento britannico ha votato la legge per il ritiro del paese dall’Unione Europea. Con sorprese che denotano come questa uscita avrà conseguenze importanti anche per la mobilità delle persone. È stato bocciato un emendamento che mirava a proseguire automaticamente con il progetto Erasmus. Adesso non si sa se la Gran Bretagna rimarrà dentro questa iniziativa: dovrà deciderlo successivamente alla Brexit. Non è finita. È stato anche respinto l’obbligo di consentire ai minori rifugiati non accompagnati il ricongiungimento con famigliari arrivati nel Regno Unito: anche in questo caso una regressione. Per il governo resta una priorità proteggere i minori, ma dietro l’annuncio ufficiale restano molti dubbi. 

Le questioni relative alla Scozia e all’Irlanda del Nord rimangono sullo sfondo ma in futuro diventeranno centrali. Per capirlo occorre analizzare il voto del 12 dicembre.

Possiamo imparare molte cose dal voto nel Regno Unito. Il quadro è certamente molto complesso e peculiare, tuttavia i risultati sono così netti da andare oltre questa congiuntura. Vince Johnson perché aveva un messaggio chiaro. Sappiamo chi è il personaggio, ma questo sembra contare poco. Gli inglesi – per gli scozzesi è diverso – erano stufi del tira e molla. Finalmente qualcuno prometteva di chiudere la faccenda Brexit. E c’è riuscito. Inutile dire che Johnson non ha programmi per il dopo Brexit. Per la gente contava l’immediato, cioè finirla con il tormentone che attanagliava la politica britannica da quattro anni (se consideriamo anche alcuni mesi prima del referendum del 2016). Get Brexit done. Uno slogan efficace. 

L’opposizione laburista è stata confusa. Ma non solo sulla Brexit. Per esempio in alcuni collegi di Londra dove aveva prevalso largamente il Remain, i Laburisti perdono il 6%. Quindi gli elettori non sono stati convinti dal programma di Corbyn. Ondivago sulla Brexit, con idee troppo rivolte al passato. L’identità valoriale (socialista, ambientalista…) deve avere una carica innovativa adeguata. Altrimenti fallisce. 

La vera sconfitta è dei Laburisti. I Liberal-democratici (che avevano una netta posizione per un secondo referendum sulla Brexit) rispetto al 2017 perdono un solo seggio (da 12 a 11) ma in percentuale aumentano del 4,2% passando dal 7,3% del 2017 al 11,5%. La leader dei liberal-democratici anti Brexit è stata sconfitta in Scozia non per il successo dei Conservatori ma del Partito Nazionale Scozzese che era anti Brexit.

I Conservatori guadagnano 47 seggi ma come percentuale avanzano solo del 1,2%.

A livello proporzionale la somma dei partiti anti-Brexit supera il 50%. 

Conta dunque il sistema elettorale con il maggioritario uninominale: chi prende più voti in un collegio vince. In Scozia il SNP ha conquistato 48 seggi su 59 (l’81%) con una percentuale del 45% “rubando” seggi agli altri.

Si potrebbe dire che questo sistema distorce troppo la realtà del voto, ma tradizionalmente questo è il sistema di voto britannico. Tuttavia possiamo imparare molto. 

Il contesto italiano è più frammentato ed è giusto che ci siano vari partiti a rappresentare la diversità dell’opinione pubblica. Abbiamo visto come il tentativo del PD “a vocazione maggioritaria” sia fallito. Bisogna costruire invece coalizioni forti. Occorre però stare attenti: la moltiplicazione delle liste e dei partiti dentro una coalizione non è simbolo di salute e neppure non è garanzia di maggiore consenso. C’è un limite anche alla proliferazione delle liste: nel mondo ciò avviene soprattutto nei paesi con una democrazia fragile e giovane.

Questo vale non solo per il maggioritario secco per cui un voto portato via a un partito “vicino” è come un voto regalato all’avversario (i laburisti e i liberal-democratici si sono portati via voti a vicenda favorendo i conservatori) ma anche per altri sistemi elettorali.

Molti studi dicono che i populisti, i sovranisti e i nazionalisti possano essere sconfitti solo da coalizioni larghe ma insieme innovative e con una chiara identità. Non è semplice coniugare queste tre istanze. Non si vince rincorrendo la destra (perché gli elettori votano l’originale, non la copia), non si vince solo con una identità valoriale forte che però magari è minoritaria. Non si vince con l’ammucchiata ma con una carica positiva e comprensibile che guarda al futuro. 

Alla fine conta la capacità di proporre alternative di governo. Non sono aspetti tecnici, è sostanza politica. E in democrazia è la politica a determinare le scelte che, come abbiamo visto, incidono sulla vita quotidiana

Piergiorgio Cattani

Nato a Trento il 24 maggio 1976, dove risiede tuttora. Laureato in Lettere Moderne (1999) e poi in Filosofia e linguaggi della modernità (2005) presso l’Università degli studi di Trento, lavora come giornalista e libero professionista. Scrive su quotidiani e riviste locali e nazionali. Fa parte della Fondazione Fontana Onlus dal 2010. Dal 2013 è direttore del portale Unimondo. È attivo nel mondo del volontariato e della cultura come presidente dell’ “Associazione Oscar Romero”. Ha scritto numerosi saggi su tematiche filosofiche, religiose, etiche e politiche ed è autore di libri inerenti ai suoi campi di interesse. 

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