L’enigma mormoni e le primarie USA, tra diritti delle minoranze e ambiguità

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Tempio mormone nello Utah – Foto: ldschurchtemples.com

Dopo una tornata elettorale, quella del 2008, in cui la religione fu relativamente marginale, tutto lascia presupporre che nelle elezioni presidenziali americane del prossimo novembre la fede tornerà ad essere un argomento centrale del dibattito. Senza dubbio, la religione ha giocato un ruolo importante nelle primarie repubblicane che stanno ora entrando nel vivo. Sono stati soprattutto John Huntsman (da poco ritiratosi dalla competizione) e Mitt Romney (fin dall’inizio considerato il frontman all’interno del campo repubblicano) ad aver, loro malgrado, spostato l’attenzione su questo tema: i due conservatori fanno parte della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni e questo, politicamente, non rappresenta esattamente un punto a loro favore. Il Mormonismo, di cui la Chiesa dei Santi degli Ultimi Giorni è la principale organizzazione, è circondato di sospetti e diffidenza.

Vi sono tre principali livelli sui cui si muovono le critiche alla comunità mormone. Anzitutto, l’influenza economica, dovuta soprattutto alla generosità dei membri della Chiesa che, secondo Time, donano alla causa religiosa oltre 5 miliardi di dollari ogni anno (una media di 2.000 dollari per membro). La Chiesa mormone controlla, così, alcune importanti company americane: la Belo Corporation di Dallas, che pubblica giornali e gestisce un network di tv regionali; la Deseret Ranch in Florida, la più grande azienda bovina degli Stati Uniti; la Farmland Reserve Inc. in California, simile per scopi e dimensioni alla Deseret Ranch; e la AgReserves Inc. la maggior azienda statunitense produttrice di noccioline.

Oltre all’influenza economica, vi sono le “bizzarrie” di questa religione a far nascere sospetti. Ricordiamo, per esempio, la costruzione del grande magazzino di Salt Lake City, dove la Chiesa mormone stipa 8.500 tonnellate di grano: abbastanza per nutrire una piccola città per sei mesi. Si tratta di una riserva di emergenza, dicono dalla comunità. Ci sarebbe poi la questione delle gallerie sotterranee, tunnel scavati nel granito che servirebbero a convertire al Mormonismo gli antenati defunti dei membri ancora vivi.

La questione più spinosa per la comunità è tuttavia rappresentata dalle diatribe legali per l’esercizio dei propri diritti religiosi. Uno dei casi più noti nel continente nordamericano è quello di Bountiful Community, il cui nome è tratto dal Libro di Mormon: si tratta di un insediamento religioso in British Columbia, Canada, i cui membri sono Mormoni fondamentalisti che reclamano il loro diritto alla libertà di culto tramite la pratica della poligamia. La questione è, di per sè, resa estremamente critica in quanto alla comunità sono state mosse accuse di abuso sessuali su minori, sfruttamento di donne, traffico di esseri umani tra Canada e Stati Uniti. Tuttavia, lasciando al margine questi aspetti, Bountiful Community assume un importanza particolare nel dibattito sull’immigrazione.

Infatti, in un momento in cui la discussione pubblica sui diritti dei migranti è particolarmente vivace (a differenza dell’Europa, dove ai toni forti dei politici si contrappone la mancanza di un confronto di idee basato sui contenuti, sia nella politica, sia nei media) la questione del limite tra libertà religiose e rispetto degli obblighi costituzionali diventa particolarmente controversa. Il fatto che ai mormoni di Bountiful sia tollerata la pratica della poligamia, fa ovviamente insorgere molti studiosi: cosa succedere se, anziché da mormoni fondamentalisti, la comunità fosse popolata, poniamo, da islamici?

Il ruolo dei Mormoni negli Stati Uniti va, insomma, molto al di là di quello dei propri candidati – che, peraltro, si guardano bene dal pubblicizzare la loro appartenenza religiosa. Questo gruppo è visto con grande sospetto. Questo dovrebbe essere argomento di riflessione nel continente europeo, dove, dopo una certa cesura imposta dall’Olocausto, le discussioni su libertà di culto, diritti delle minoranze, appartenenza etnica, trattamento delle donne finiscono sempre per concentrarsi su outsiders: islamici o, al limite, sikh e induisti.

Lorenzo Piccoli

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