L'Ungheria scivola nell'autoritarismo

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La nuova arte ungherese - Foto: presseurop.eu

Ci eravamo già occupati di Viktator, alias Viktor Orbàn, il super nazionalista primo ministro ungherese. Orbàn è un personaggio pittoresco, tutto propaganda, completamente estraneo allo stile istituzionale che caratterizza gli altri politici europei: amico di Berlusconi, si potrebbe ignorarlo pensando che sia il solito estemporaneo leader ai limiti della democrazia che ogni tanto balza all’onore della cronaca per qualche dichiarazione sopra le righe o per qualche proposta di legge stravagante. Orbàn però è molto più pericoloso, anche perché, rispetto agli anni passati in cui l'austriaco Haider o i gemelli polacchi Kaczynski erano eccezioni in un contesto che lasciava poco spazio alle derive autoritarie, oggi la costruzione europea sembra molto più fragile e gran parte dei paesi dell’Unione devono fare i conti al proprio interno con spinte centrifughe difficilmente controllabili. Orbàn invece è saldamente al potere, pare godere la stima della maggioranza dei suoi concittadini e ha gioco facile a sparare contro la burocrazia di Bruxelles (salvo poi chiedere aiuti per un’economia disastrosa).

È l’ideologia di fondo che guida il partito di Orbàn a fare più paura. Dopo avere cambiato la Costituzione dell’Ungheria in un senso definibile come nazionalista-medievale, con richiami all’identità magiara – tutta cristianesimo, etnocentrismo, tradizione – che mettono in discussione la tutela delle minoranze etniche e religiose da sempre patrimonio ungherese. Dio, patria, famiglia: la solita triade che cela arretratezza culturale e xenofobia mascherate dalla tutela dei cosiddetti valori eterni che fondano la società ma che invece minano alle radici la possibilità stessa di una convivenza tra diversi, necessità per un mondo ormai globale e plurale. E invece no, l’Ungheria deve essere pura, fiera del suo passato, disposta a tutto pur di resistere al “cosmopolitismo massonico” che minaccia il futuro della grande Ungheria. La famiglia è uno dei pilastri di questa resistenza: per la nuova legge ungherese “la famiglia è una comunità autonoma stabilitasi nella storia umana prima dell’emergere della legge e dello Stato, che poggia su fondamenta morali” e che essa costituisce “la più importante risorsa nazionale dell’Ungheria”. Qualcosa di metafisico dunque che non può modificarsi nel tempo.

Anche la democrazia si può mettere tra parentesi? Sembra di sì, ad ascoltare Orbàn. Il 27 luglio, durante una riunione dell’Associazione nazionale degli imprenditori (Vosz) a Budapest, il primo ministro ungherese ha infatti evocato la possibilità di un “nuovo sistema al posto della democrazia”, perché il suo popolo, “semi-asiatico”, “capisce soltanto la forza”. Inoltre il 29 luglio, in occasione di una visita alla minoranza ungherese in Romania, Orbán ha dichiarato che l’Unione europea è la “principale responsabile della profonda crisi attuale, tratta i paesi dell’Europa dell’est con disprezzo” e “non può avere successo”.

Cosi presseurop.eu, un sito che riporta il meglio della stampa europea, cita il quotidiano ungherese di opposizione Népszava che così commenta: “Se qualcuno dubitava ancora che Orbán fosse un partigiano dei regimi autoritari e non della democrazia ci ha pensato lui stesso a dimostrarlo. Il suo discorso non è stato un lapsus, ma un’espressione dei suoi pensieri più reconditi. Ora sappiamo cosa pensa dell’Europa, dell’Ungheria e della democrazia. […] La sua dichiarazione sulla possibilità di un sistema non democratico è una minaccia chiara per i cittadini ungheresi.”

Questa però è la posizione di Orbàn, l’ideologia per cui l’autoritarismo precede il consenso democratico. Il primo ministro infatti, da quando all’inizio del 2012 la nuova costituzione è entrata in vigore, ha avviato una capillare opera di propaganda che coinvolge le scuole, la stampa, pure la produzione artistica. In una mostra nel castello di Buda fino a poco tempo fa si potevano ammirare opere inneggianti il nuovo corso: “I quadri rappresentano i momenti chiave della storia ungherese. Il punto più alto della mostra è la tela che rappresenta Santo Stefano, il fondatore della nazione ungherese, che indica la nuova costituzione con una spada, simbolo della determinazione, «perché l’adozione della legge fondamentale non è fatta per chi esita o ha paura», spiega il pittore. … A partire dal tema di San Giorgio che infilza il drago, l’artista ha dipinto un poliziotto vestito di nero a cavallo che uccide una donna vestita di bianco a terra. Per l’artista la figura simboleggia la nazione ungherese, calpestata dal potere «demoniaco» dei paesi stranieri. Questo quadro è senza ombra di dubbio la più compiuta illustrazione del nuovo canone artistico ufficiale, uno strumento diretto a imporre l’interpretazione della storia e dell’attualità politica. Si tratta di una riscrittura della storia e della realtà, sostituita da una mitologia politicamente motivata.”

Così commentava La Stampa: “I valori della democrazia, del pluralismo, del dialogo, della diversità, sembrano superflui e accantonabili nella vita quotidiana dove è faticoso fare la spesa e pagare le bollette. Torna la tentazione del ripiegarsi su se stessi, appigliandosi all’idea di una Grande Ungheria, magari con un pizzico di ottuso vittimismo, per ciò che è successo nel corso della Storia, dalle guerre col turco, all’invasione sovietica, al trattato di pace di Trianon voluto dalla Francia che tolse alla fine della Grande Guerra due terzi del Paese. Nei momenti di difficoltà, per antico morbo, l’Ungheria più che sentirsi parte del continente rimarca la sua fiera alterità suicida, corroborata da quella lingua dolce e altaica che nessuno in Europa capisce. Quando Orbán ha sfidato la comunità internazionale con la nuova costituzione, «Nessuno può sindacare su quel che facciamo», parlava anche in questo spirito. Le riforme, la modernità, il mercato, possono attendere. Meglio affidarsi a miti imprecisi di purezza, di sacralità della terra (che può essere comprata con quattro fiorini dagli stranieri della globalizzazione), di uomini forti al comando. Ancora una volta la classe media è stata stritolata, dalla farragine dello Stato e dall’inflazione. Ancora una volta torna la tentazione non di sconfiggere gli avversari politici, ma di cancellarli, processarli, zittirli. Ma per non perdere di nuovo i cugini ungheresi dalla famiglia europea, bisogna capire perché si sono ammalati.”

Ci troviamo di fronte a una involuzione che affonda le sue radici in un malessere stratificato da tempo e che vede nel nazionalismo l’unica via di uscita. Occorre tuttavia mettere un freno a questa deriva prima che sia troppo tardi. Con l’informazione, con la denuncia. L’ultimo episodio è inquietante. Un parlamentare europeo ungherese del partito di estrema destra Jobbik, fedelissimo alleato di Orbàn, è stato cacciato dai suoi perché aveva una nonna ebrea. Ufficialmente l’Europarlamentare è stato sospeso per aver mentito ma la giustificazione della dirigenza del partito è peggiore del fatto stesso in quanto l’esponente Jobbik aveva giurato di non avere avi ebrei o rom. Tutto questo sembra incredibile, anche perché nessuno ne parla. E l’ignoranza genera sempre mostri. [PGC]

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